La metafora in Dante, veicolo di un’arte sublime

Chiunque legga la Divina Commedia, non dico a livello di ricercatore o di studioso, ma anche di semplice appassionato come sono io, si accorge che il linguaggio di Dante è costellato di espressioni figurate che instaurano un rapporto di analogia tra due concetti, il primo dei quali. quello proprio, è sostituito e interpretato dal secondo. Due sostanzialmente sono le figure retoriche che più frequentemente realizzano questo rapporto: l’allegoria e la metafora. La prima istituisce un confronto ideale continuato che investe un ambito semantico piuttosto largo, espresso in un singolo passo del poema o nella totalità di esso: così ad esempio Virgilio, che accompagna Dante per le due prime cantiche dell’Inferno e del Purgatorio, è un simbolo figurato della ragione umana, della quale rappresenta l’esito più eccelso e che potrà accompagnare il pellegrino oltremondano fin dove le capacità intellettive dell’uomo potranno giungere. La metafora invece, stretta parente dell’allegoria, è più limitata di essa, è racchiusa nell’ambito di un singolo termine o una singola espressione ed è ancora di uso comune ai nostri giorni: chi di noi non ha mai usato l’espressione “avere le mani bucate” per indicare chi spende troppo e senza controllo, oppure “metterci una pietra sopra” quando vogliamo qualificare il comportamento di chi decide di soprassedere a una lite o un torto subito e ritornare in buoni rapporti con chi gliel’ha fatto? Ma questa figura retorica, nei testi letterari, ha una storia lunghissima: già conosciuta e largamente impiegata nell’antica Grecia, fu studiata e classificata da Cicerone e Quintiliano nel mondo romano, e divenne poi nel Medioevo uno dei capisaldi della cosiddetta ars dictandi, cioè l’insieme delle regole retoriche e linguistiche impartite nelle scuole per insegnare agli alunni la giusta composizione dei testi letterari. Anche Dante ebbe vari maestri, tra cui il celebre Brunetto Latini, e divenne esperto quindi in quel “parlar figurato” che a quei tempi era molto frequente perché corrispondeva, in ultima analisi, alla concezione religiosa dell’epoca, che vedeva il mondo sensibile come un tutto unico creato da Dio, con cui non si poteva comunicare con il linguaggio proprio che si usa tra gli uomini, ma era necessario ricorrere ad un linguaggio “indiretto”, com’è appunto quello simbolico e metaforico.
Ciò spiega, almeno parzialmente, la massiccia presenza nei testi religiosi medievali, tra cui eccelso rilievo assume la Commedia dantesca, del linguaggio figurato allegorico e metaforico; e che ciò abbia a che fare con il rapporto uomo-Dio è confermato dalla presenza discontinua di tale linguaggio nel poema di Dante: mentre nell’Inferno le metafore non sono molto numerose perché in esso prevale la descrizione cruda e icastica dei peccati e dei peccatori, nel Paradiso il linguaggio figurato si fa molto più complesso e articolato proprio perché la dimensione mistica del mondo dei beati, che il Poeta definisce più volte incomprensibile al limitato intelletto umano, richiede di essere rappresentata con simboli e confronti che la rendano in qualche modo accessibile al lettore. Ma se questa particolare disposizione del pensiero medievale può chiarirci la presenza più o meno massiccia delle metafore nel poema dantesco, non ci rivela però una loro essenziale caratteristica, l’essere cioè veicolo di un’arte sublime nella misura in cui la loro presenza determina la creazione di immagini elevate e di rara bellezza che illuminano il concetto espresso penetrandone le più recondite sfumature. La fantasia, come comunemente si crede, è la precipua qualità dei poeti, ed è proprio questa la qualità che nel più grande poeta italiano fa sorgere e prosperare la grande arte delle sue espressioni figurate.
Fare esempi della grande bellezza delle metafore di Dante è facile e difficile al tempo stesso: casi del genere nel poema ce ne sono a iosa, ma non tutti sono adatti a confermare la tesi che io, da semplice cultore del poeta e della letteratura italiana, cerco di sostenere. Ne indicherò due per ogni cantica. Nel canto X dell’Inferno c’è il celebre episodio di Farinata degli Uberti, dannato come eretico all’interno dei sepolcri infuocati della città di Dite. Quando costui chiede a Dante il motivo per cui i fiorentini sono così avversi a lui e alla sua gente, il poeta risponde:
Ond’io a lui: “Lo strazio e il grande scempio
che fece l’Arbia colorata in rosso,
tal orazion fa far nel nostro tempio. (vv. 85-87)
I termini “orazion” e “tempio” sono metaforici e tutta l’espressione è interamente figurata, ma sembra non avere nulla a che fare con la realtà della battaglia di Montaperti presso Siena; è noto però che nelle chiese (templi) si usava pregare per commemorare eventi funesti, e quindi ciò significa che le decisioni dei fiorentini nei confronti degli Uberti non potevano non tener conto di quell’episodio di cui Farinata aveva la responsabilità. Al lettore viene in mente l’immagine del popolo immerso nella preghiera e nel dolore, il che chiarisce il concetto espresso più di qualunque altra spiegazione non figurata. Sempre nella stessa cantica, nel canto XIII, c’è l’incontro con Pier delle Vigne, poeta e consigliere dell’imperatore Federico II, morto suicida per non aver saputo resistere alla malevola invidia dei cortigiani che, lanciatagli addosso una falsa accusa di tradimento, gli avevano alienato la fiducia del sovrano. Invitato da Virgilio, lo spirito racconta la sua storia, ed al momento di introdurre il motivo della colpevole malevolenza dei componenti della corte federiciana, la definisce con queste parole:
La meretrice che mai dall’ospizio
di Cesare non torse gli occhi putti,
morte comune e delle corti vizio. (vv. 64-66)
L’immagine della prostituta (meretrice) che nella corte di Federico (Cesare) non cessò mai di rivolgere il suo sguardo malefico (gli occhi putti) sulle persone oneste che vi dimoravano, è un’efficacissima immagine dell’invidia, umanizzata e mirabilmente raffigurata al tempo stesso: il lettore, di fronte a questi versi, penetra a fondo nel concetto che il poeta vuole esprimere e lo fissa nel proprio animo grazie all’immagine viva e tangibile della meretrice, una presenza inquietante e perniciosa. Anche nel Purgatorio il linguaggio figurato offre numerosi esempi di esiti artistici di notevole spessore: si comincia già dall’incipit del canto I°, quando Dante afferma:
Per correr miglior acque alza le vele
omai la navicella del mio ingegno,
che lascia dietro a sé mar sì crudele. (vv. 1-3)
La metafora marinara non è nuova, perché già di frequente impiegata dai poeti antichi (Alceo, Orazio e Properzio, per riferire i primi esempi che mi vengono alla mente), ma in Dante è finalizzata allo scopo di qualificare la difficoltà del viaggio oltremondano più di quanto non si otterrebbe usando termini propri in luogo di quelli figurati. Scomponendo l’immagine figurata, le “miglior acque” qualificano la differenza tra lo stato d’animo del poeta che passa dal buio dell’inferno al regno della purificazione e della speranza che è il Purgatorio; le “vele” rappresentano la volontà di Dante, aiutato dal volere divino, di compiere il suo viaggio; la “navicella” è l’insieme delle qualità poetiche e artistiche che rendono possibile la stesura del poema; il “mar sì crudele” è ovviamente l’Inferno, da cui lui e Virgilio sono appena usciti. Il lettore, figurandosi mentalmente la navigazione, si costituisce un’idea alquanto precisa della nuova dimensione spirituale che accompagnerà il percorso del pellegrino in questo nuovo mondo ancora da esplorare. Nel canto XXI, invece, c’è l’incontro con Stazio, l’antico poeta latino autore della Tebaide e vissuto nel I° secolo dopo Cristo, che una falsa leggenda medievale voleva che si fosse convertito al Cristianesimo e per questo non si trovasse nel Limbo ma nel Purgatorio. Egli si presenta a Dante ed a Virgilio con queste parole:
Stazio la gente ancor di là mi noma:
cantai di Tebe, e poi del grande Achille;
ma caddi in via con la seconda soma. (vv. 91-93)
Particolarmente icastica ed efficace è la metafora della “soma”, che propriamente è il carico che si pone sulle spalle di persone o di animali, ma che qui rappresenta per traslato l’Achilleide, il secondo poema di Stazio rimasto incompiuto a causa della sua morte. L’immagine porta alla mente il lavoro del poeta come un impegno gravoso nei confronti del pubblico dei lettori, e ce lo rappresenta quasi come un viandante curvo sotto un peso che non riesce a portare fino in fondo. Il concetto espresso è ben delineato e procede al di là di quello che l’immaginario collettivo normalmente si figura per l’attività intellettuale, qui illustrata facendo leva sulle difficoltà e i doveri che comporta.
Tuttavia, come ho detto prima, è nel Paradiso che il linguaggio figurato si esprime con maggiore ampiezza. Il primo passo che voglio ricordare mi ha lasciato una grande impressione quando l’ho letto e commentato in classe con i miei alunni. Si tratta del canto VIII, quando Dante e Beatrice si trovano nel cielo di Venere, quello degli spiriti amanti, dove incontrano Carlo Martello, figlio primogenito del re Carlo II d’Angiò. Dante lo aveva conosciuto personalmente durante il suo soggiorno a Firenze, nel 1294, ed era nata tra loro un’amicizia che il giovane principe, troppo presto passato a miglior vita, così descrive:
Assai m’amasti, e avesti ben onde;
ché s’io fossi giù stato, io ti mostrava
del mio amor più oltre che le fronde. (vv. 55-57)
E’ veramente stupenda la metafora delle “fronde”, che sono propriamente le foglie dell’albero, quello cioè che della pianta si vede di primo acchito, non ciò che costituisce la sua essenza, la sua linfa vitale; così Carlo Martello vuol dire che se fosse rimasto più a lungo sulla terra avrebbe approfondito la sua amicizia con Dante passando dalle parole (le fronde, appunto) ai frutti, cioè un rapporto di maggior affetto e confidenza. Il paragone implicito tra il sentimento umano e la natura della pianta rende l’immagine esaustiva ed esprime il pensiero del poeta meglio di qualunque altra affermazione. Tra gli innumerevoli altri esempi della cantica, ne cito solo un altro tratto dal canto XV, quello in cui Dante, nel cielo di Marte o degli spiriti combattenti, incontra il suo avo Cacciaguida. Il beato, vedendo il suo discendente, scende dalla croce luminosa in cui si trovava e gli si rivolge, inizialmente con parole che il pellegrino non intende perché non comprensibili all’intelletto umano; poi il suo eloquio si commisura alle capacità di Dante, e questo cambiamento è così descritto:
E quando l’arco dell’ardente affetto
fu sì sfogato, che ‘l parlar discese
invero lo segno del nostro intelletto. (vv. 43-45)
Quel che colpisce nella terzina è la metafora dell’arco, che rappresenta figurativamente l’ardore mistico del beato, che si sfoga nella sua dimensione incomprensibile per passare poi ad un’espressione adatta alle capacità umane. Questo ardore di carità è assimilato ad un arco che si tende, e la cui tensione aumenta sempre più sino a lanciare la freccia e poi rilassarsi, il che rende con estrema efficacia il passaggio di Cacciaguida dallo stato di beatitudine mistica in cui ordinariamente si trova ad una dimensione più umana, quella che gli renderà possibile il dialogo con Dante. Anche qui, come in tanti altri passi, il linguaggio figurato prelude ad esiti artistici di straordinario rilievo.
Questa mia panoramica sulle metafore di Dante, volutamente limitata, deriva dalla mia incontrollata passione per questo poeta ed il suo poema, senza dubbio la più grande opera che la letteratura italiana (e mondiale!) abbia mai prodotto. So bene che sull’argomento esistono tanti studi scientifici e accademici molto più approfonditi di quello che può essere un semplice articolo su di un blog; ma la mia intenzione non è certo quella di apportare alla questione un contributo innovativo, bensì solo quella di attrarre l’attenzione dei miei pochi lettori su di un aspetto importante dell’arte dantesca, usando parole semplici e adatte ad un docente di liceo. Spero che chi legge possa trarre profitto da questo mio scritto, e che magari qualcuno, nonostante la stagione di vacanze in cui ci troviamo, voglia rispondermi e mandarmi un commento, anche di poche parole. Non è difficile, basta cliccare sulla scritta “Lascia un commento” in fondo all’articolo. Con un piccolo sforzo possiamo avviare un confronto che potrebbe essere utile, sia a chi insegna l’italiano nel triennio dei Licei sia ai semplici appassionati della vera letteratura.

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7 commenti

Archiviato in Arte e letteratura, Scuola e didattica

7 risposte a “La metafora in Dante, veicolo di un’arte sublime

  1. Buongiorno
    sono una docente di lettere della scuola media della provincia di Roma, che La segue su Facebook.
    Amo moltissimo Dante…
    Forse le possono interessare le attività che svolgo nella scuola media per spiegare metafora e allegoria.
    Metafora:
    https://arringo.wordpress.com/2014/10/12/ia-la-metafora-per-parlare-di-noi-il-potere-conoscitivo-del-linguaggio-figurato/
    https://arringo.wordpress.com/2015/10/31/ia-la-metafora/
    Allegoria:
    https://arringo.wordpress.com/2014/03/25/lallegoria-alla-base-della-divina-commedia-le-allegorie-del-passato-e-di-oggi_iia/
    Se le interessano, sul mio blog troverà altro materiale sul quale, se vuole, ci si potrebbe confrontare.
    A rileggerci!Cristina

  2. Angelo Belloni

    Grazie. È un contributo bellissimo, con spunti che probabilmente vanno oltre le Sue stesse intenzioni.
    Intanto porta ulteriori elementi ad evidenziare l’incredibile ricchezza di un’epoca che nell’immaginario collettivo è sinonimo di oscurantismo, soprattutto grazie all’opera denigratoria di tanta pessima scuola (e ci risiamo!).
    Poi dà chiavi di lettura che, oltre la Commedia, possono essere applicate pari pari ad altre opere e manifestazioni, non solo letterarie: ad esempio, le trovo utilissime per penetrare i riti della chiesa ortodossa, a partire da quello – stupendo – del matrimonio.
    Ho provveduto a stampare il post e ad allegarlo ad uno dei tanti tomi di critica dantesca. Qui mi si è ripresentata una domanda che a suo tempo non ho mai osato chiedere, e che vale per Dante ma anche per gli altri autori che vanno per la maggiore.
    Posto che la mia Commedia sono tre volumetti tutto sommato piccoli e leggeri, mentre la critica è costituita da tomi ponderosi che occupano il resto dello scaffale e parte di quello adiacente, è mai possibile che Dante avesse ben presenti tutti gli elementi di questo universo e li abbia elaborati in modo consapevole per condensarli volutamente, in modo più o meno velato, nelle sue terzine? Impossibile!
    Questo allora significa che un capolavoro è tale perché va oltre quello che l’autore stesso consapevolmente voleva esprimere, ma è capace di parlare al fruitore traendo da lui stesso di volta in volta contenuti e stimoli sempre nuovi.
    Se è così trovo che c’è una notevole carenza nelle discipline letterarie (ed artistiche in generale), essendo tutto incentrato sul binomio opera-autore e mai su quello opera-fruitore: penso che questo potrebbe essere un tema con impensabili sviluppi e con importanti ricadute anche sotto l’aspetto pratico in altri settori.
    Non sono del mestiere e mi devo limitare alla mia esperienza di liceale del tempo che fu; attendo perciò lumi da Lei che è invece per me un valido e credibile riferimento.

    • Grazie per le sue parole nei miei riguardi, sig. Belloni, che forse non merito totalmente: le mie sono semplici considerazioni da appassionato di Dante, non da studioso accademico. Quanto alle questioni che solleva, le rispondo così di primo acchito: Dante conosceva perfettamente tutto lo scibile del tempo, considerato però che la sua visione del mondo è ancora quella medievale, mistica e teocentrica; sarà invece il Petrarca che porrà l’uomo al centro dell’attenzione anticipando la visione umanistica: il suo amore per Laura, ad esempio, è un amore terreno e non più mistico, perché svanisce in lui il concetto di donna-angelo che beatifica l’uomo (appunto Beatrice, il cui nome è illuminante). I ponderosi volumi della critica hanno fatto qualche volta dire all’Autore anche ciò che non intendeva dire, ma ciò vale per tutti gli autori classici, antichi e moderni, da Omero a Montale e oltre. Ma studiando il rapporto opera-autore non va dimenticato anche quello parallelo opera-pubblico, come lei giustamente afferma.

  3. E.B.

    Grazie per le sue riflessioni, prof.Rossi, sempre utili e interessanti per chi volesse approfondire la conoscenza della letteratura italiana. Apprezzo molto anche io il linguaggio poetico di Dante, e ritengo che la sua comprensione estetica sia utile quanto la conoscenza dei temi storici, civili, religiosi trattati dal poeta. Una utilissima guida alla lettura del poema dantesco è stata per me anni fa la vecchia Storia della letteratura italiana di Francesco Flora, che insiste sul valore poetico dell’allegoria dantesca in particolare nel capitolo intitolato “La poesia della Commedia”, facendo riferimento anche alla definizione dantesca della poesia come invenzione elaborata in retorica e musica. Ancora una volta devo però lamentarmi di come le nostre scuole moderne, compresi i licei, con i tanti problemi di tempo, di programmi, di orari, di attività extra utili o inutili, lascino ormai pochissimo spazio anche alla lettura e all’approfondimento delle opere non solo di Dante ma anche si altri eccellenti poeti antichi e moderni.

    • Lei ha sapientemente toccato il punto debole della scuola italiana, cioè il fatto che oggi, in una scuola più libera di quanto avveniva in passato da condizionamenti ideologici, si potrebbe e si vorrebbe fare molto di più di quanto non si riesca a fare; ma le pastoie burocratiche e la presenza di tante attività parallele ed extracurriculari ha ridotto di molto il tempo effettivamente disponibile. Se a quello che già c’era prima aggiungiamo anche l’invenzione renziana dell’alternanza scuola-lavoro, motivata forse negli istituti professionali e tecnici ma perfettamente inutile nei licei, il disastro è ancor più visibile. Il problema è che a livello ministeriale interessa ben poco la vera cultura, mentre la scuola è diventata un contenitore multicolore in cui ci sta di tutto a in cui nulla (o quasi) viene più approfondito nel modo dovuto.

  4. L’alchimia della parola e dell’espressione dantesche è così ricca di rimandi intertestuali e foriera di riflessioni oltre il tempo storico, che talvolta si rischia nella pratica didattica di privilegiare il particolare a sfavore del generale; tuttavia si tratta di un’apparente aporia. È già contenuto nella singola espressione dantesca tutto il mondo storico, morale e universale di Dante uomo e poeta. Nella parola dantesca si condensa il senso di un intero canto o di un tema caro allo stesso poeta. E a noi nell’oggi caotico.

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