La scuola e il disagio giovanile

Da parte delle persone di una certa età, com’è appunto il sottoscritto, può sembrare strano parlare di disagio giovanile, che pure è una realtà che constatiamo tutti i giorni. Noi, che siamo stati giovani vari decenni fa, facciamo fatica a comprendere come i ragazzi di oggi, che hanno tutto nella vita, che hanno i genitori che li seguono passo passo dalla culla all’Università, che non vengono mai abituati a prendersi delle responsabilità, possano trovarsi a disagio; ci verrebbe piuttosto da pensare che le difficoltà avremmo dovuto averle noi, che venivamo lasciati a noi stessi dai genitori, che dovevamo affrontare da soli i problemi scolastici e non solo, che non avevamo né internet né cellulari né tablet ecc. E invece quello che si verifica è l’esatto contrario: proprio perché i giovani di oggi hanno tutto senza faticare e non sono caricati di nessun problema da affrontare autonomamente, cadono nello sconforto e nella depressione non appena qualcosa va loro storto rispetto a quanto si attendevano.
Io che lavoro nella scuola e insegno materie come il latino ed il greco, che provocano inevitabilmente difficoltà a tutti o quasi (specie nel lavoro di interpretazione dei testi), mi rendo ben conto di quanto le cose siano mutate. Ai nostri tempi, se qualcuno di noi prendeva un brutto voto o una nota sul registro, doveva fronteggiare la riprovazione degli insegnanti ed in aggiunta quella dei genitori, che spesso, come si suol dire “ci davano il resto”. Nessuno però si abbatteva o cadeva in depressione, ma si dava da fare per rimediare all’insuccesso, talvolta riuscendoci e talaltra no, ma sempre contando sulle proprie uniche forze. Oggi i ragazzi, abituati ad una vita comoda e senza mai difficoltà di alcun genere, quando cominciano (generalmente alle superiori) ad incassare qualche insuccesso, subito si lasciano andare all’abbattimento e allo sconforto, prendendo talora affrettatamente la decisione di cambiare scuola, anche quando l’insuccesso è stato momentaneo e sarebbe facilmente rimediabile. Basta un voto basso, un’osservazione del docente che spesso non è neanche un rimprovero ma solo un invito a stare più attenti e ad impegnarsi di più, ed ecco che l’alunno si abbatte al punto di gettare subito la spugna ancor prima di aver provato a risollevare la situazione. Ed a questo fenomeno si accompagna l’altro, altrettanto assurdo, dell’intervento dei genitori volto a proteggere il figlio e a portare avanti una serie di giustificazioni e di pseudo-motivazioni atte ad assolvere il ragazzo e a gettare la colpa sui professori. E’ ben difficile che un genitore riconosca le scarse attitudini o lo scarso impegno del figlio o della figlia: è il docente che pretende troppo, che assegna compiti “difficili”, che non ha un rapporto abbastanza aperto con gli studenti e li terrorizza persino. Da quando poi esiste la normativa sui BES e i DSA la situazione, da questo punto di vista, è ulteriormente peggiorata: i ragazzi non vengono responsabilizzati né esortati a sforzarsi per ovviare alle loro mancanze, ma è la scuola che deve rendere tutto più facile, abbassare il livello dell’apprendimento, scendere più in basso possibile.
Per questi e per altri motivi il mestiere dell’insegnante diventa ogni giorno più difficile: mentre con noi, quando eravamo ragazzi, i nostri professori non si facevano scrupoli e ci davano anche dei cretini, oggi bisogna assolutamente stare attenti a quel che diciamo e a come lo diciamo, perché gli alunni possono perdere l’autostima e risentirsi anche per una semplice osservazione. Qualche anno fa mi successe che, per aver detto ad una ragazza che avrebbe dovuto stare più attenta alla precisione sintattica dei suoi elaborati scritti, mi vidi arrivare dopo pochi minuti i genitori agguerriti ad accusarmi di averla offesa, quando io intendevo invece aiutarla e metterla in guardia da una sua mancanza che avrebbe potuto danneggiarla nella valutazione del tema d’esame. E’ incredibile come questi genitori seguano passo passo i figli fino alla maggiore età e anche molto dopo, senza mai responsabilizzarli, senza mai lasciare che affrontino e risolvano da soli i loro problemi scolastici, che comunque sono sempre molto minori di quelli che porrà loro la vita reale dopo la fine degli studi e al momento dell’ingresso nel mondo del lavoro. Questo è un grave errore, perché chi non cammina mai con le proprie gambe rimarrà sempre zoppo, non potrà mai affrontare la vita quando papà e mamma non ci saranno più a risolvergli tutti i problemi. Ecco quindi da cosa dipende quel disagio che notiamo nei nostri ragazzi a scuola: è una fragilità psichica estrema che si manifesta non appena essi sono costretti a mettersi in gioco personalmente, davanti agli insegnanti ed ai compagni e senza i genitori che fanno i compiti al posto loro. Ciò spiega anche il terrore folle che prende molti studenti quando debbono svolgere i compiti in classe o le interrogazioni, durante le quali reagiscono mostrando grande emotività, alcuni perdendosi totalmente e persino balbettando.
Questo eccessivo e morboso protezionismo delle famiglie è il vero ostacolo alla crescita intellettiva e personale dei nostri ragazzi, il cui disagio nel rapporto con la scuola cresce ogni anno di più: se infatti metto a confronto le reazioni e gli stati d’animo dei miei alunni di adesso con quelli di trent’anni fa noto divergenze macroscopiche, in parte derivanti dal diverso stile di vita e dalla presenza di una realtà virtuale che prima non esisteva e che purtroppo condiziona molto la vita dei giovani di oggi, ma in parte dovute anche ad un rapporto generazionale che è molto diverso da quello diffuso ai tempi della mia giovinezza. Oggi la famiglia non è più quella di prima: molti ragazzi hanno i genitori separati o vivono in famiglie “allargate” dove i rapporti sono giocoforza cambiati, e non certo in meglio. Spesso, proprio per compensare i figli di una mancanza affettiva che la struttura sociale attuale comporta, i genitori li coccolano e li gratificano, anche materialmente, in modo troppo accentuato. Aumentano così sempre più i ragazzi “viziati” che hanno tutto e non apprezzano nulla, ma al tempo stesso aumenta in loro anche un senso di profonda insicurezza e di scarsa autostima, che fa sì che non siano in grado di mettersi in gioco, né a scuola né altrove. Se i sociologi, i pedagogisti, gli psicologi cominciassero a comprendere questa realtà e a rendersi conto che il protezionismo eccessivo fa del male e non del bene, forse cambierebbero i loro dogmi e caldeggerebbero un ritorno ad una scuola seria e selettiva e ad un diverso rapporto tra genitori e figli, che faccia crescere questi ultimi e li ponga in grado di affrontare responsabilmente la vita senza restare eternamente bambini come purtroppo avviene adesso.

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4 commenti

Archiviato in Attualità, Politica scolastica, Scuola e didattica

4 risposte a “La scuola e il disagio giovanile

  1. L’ha ribloggato su Cavolate in libertàe ha commentato:
    Condivido completamente l’analisi sul disagio. Se non cadi non potrai mai imparare a rialzarti, ne potrai sapere se ne sarai capace di rialzarti.

    Non permettere ai ragazzi di cadere, dipingere una piccola caduta come una “tragedia greca” significa, pur con tutte le buone intenzioni del mondo, creare ragazzi di cristallo, fragilissimi che rischiano di andare a pezzi per un non nulla.

    Gli ostacoli si imparano a saltarli saltandoli, non guardando i saltatori alla televisione.

  2. Uno psicologo che sottoscriverebbe tutto ciò (e aggiungerebbe molto altro, ma sempre in accordo con la linea generale di questo pensiero) è Jordan B. Peterson, una delle grandi “internet sensations” attuali, resosi famoso come critico dell’eccesso di political correctness e varie politiche associate, ma che si sta ora occupando in particolare di “responsabilità come valore fondante dell’esperienza umana e sempre più assente soprattutto fra giovani ragazzi, specialmente maschi”. (Parafrasi mia) Sta raccogliendo un seguito enorme soprattutto e per l’appunto fra giovani maschi, che anche secondo le statistiche sembrano essere i più in crisi scolasticamente e non, al giorno d’oggi, a dispetto di quello che la narrativa femminista vorrebbe far credere, con il concetto di “white male privilege”, che infatti lo psicologo critica e dimostra essere una grande bufala.
    Lui stesso non riesce a credere che la sua “predica” sia così ben accetta, dato che è severa come poche. Ma pare evidente che è proprio di questa severità che c’è bisogno al giorno d’oggi.
    Cavalcando l’onda della popolarità ha pubblicato un libro di “self help”, molto più profondo dei tipici libretti di questo genere: “12 Rules For Life: An Antidote To Chaos”. È stato subito bestseller e me lo son preso anche io, lo sto leggendo con piacere. Mi sto convincendo del fatto che Jordan Peterson potrebbe essere la voce della ragione più potente (almeno in termini di “gittata”) dei giorni nostri…

    Nota: ho scoperto che il libro è anche già stato tradotto in italiano, anche se solo in formato cartaceo: https://www.amazon.it/12-regole-vita-antidoto-caos/dp/8863864764/

  3. Sapere di più per fare di più

    Egr.Professore, da padre di due figli che si trovano esattamente nella situazione da Lei descritta, non posso che condividere in pieno. Integro le sue riflessioni con qualche altro dettaglio. Tuttora, i genitori che rispettano e supportano i docenti esigenti e competenti al tempo stesso sono ancora la maggioranza. Questi ultimi sono vitali, soprattuto alla scuola primaria, che è quella che i bambini frequentano nella parte della loro vita in cui la loro capacità di apprendimento è massima. Purtroppo, però, scarseggiano sempre di più: si tratta per lo più di insegnanti della vecchia guardia, che ormai sono quasi tutti in pensione, e in genere si ritirano circondati dal massimo rispetto. Insomma, non demorda, visto che, mi sembra appartenga a questa categoria… Certo, ora è più importante di una volta esprimere chiaramente le proprie aspettative e tradurre in modo più esplicito le proprie valutazioni (soprattutto se negative) in indicazioni su cosa (e possibilmente come), migliorare. Se è il caso, ribadendo di tanto in tanto a genitori e alunni che studiare è un diritto, avere un buon voto a fronte di un impegno obbiettivamente insufficiente, no.

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