Metti via quel cellulare!

Il titolo del post riproduce quello di un fortunato libro di Aldo Cazzullo, noto giornalista del “Corriere della Sera”, che l’ha scelto per sottolineare una situazione che si verifica spesso in casa sua: avendo infatti due figli adolescenti, egli si trova ogni giorno a combattere con la presenza ossessiva del cellulare in mano ai due ragazzi, che non si liberano mai di questo aggeggio, neppure a tavola, e rinunciano a causa di questa sciagurata abitudine a qualunque dialogo con i genitori e gli altri membri della famiglia. Il problema di Cazzullo è il problema di tutti coloro che hanno figli in età scolare ed anche oltre: ormai il cellulare, soprattutto a causa del fatto che non è più usato come telefono ma come computer portatile per andare sui vari “social” e sulle chat, è diventato un’appendice del corpo umano per i nostri ragazzi, i quali non riescono più a farne a meno e lo usano di continuo, per tutto il giorno e per buona parte della notte. Si tratta di un flagello di portata mondiale, i cui effetti distruttivi per la mente umana già si cominciano a vedere ed ancor più si vedranno negli anni futuri, quando ci si renderà conto che le persone non sanno più ragionare con la propria testa, non hanno più la facoltà della memoria, non sanno più neppure le tabelline ed il corretto uso della lingua italiana. Già adesso i docenti universitari scrivono lettere drammatiche al Ministero dell’istruzione lamentando il fatto che i giovani diplomati che arrivano alle varie Facoltà non sanno comprendere quel che leggono, né comporre un periodo in italiano che sia ortograficamente e sintatticamente corretto.
Io non credo, né ho mai creduto, che i giovani di oggi siano meno intelligenti di quanto eravamo noi negli anni sessanta e settanta dello scorso secolo; anzi, penso il contrario, perché le opportunità culturali e le fonti di informazione di oggi sono molto più numerose ed ampie di quelle che avevamo noi, le esperienze di vita sono inoltre più variegate e complesse, tanto che i ragazzi possono sviluppare con più agio la loro personalità e le loro attitudini. Ma questa molteplicità di strumenti culturali a disposizione si rivela un’arma a doppio taglio, perché finisce per limitare pesantemente proprio quelle facoltà mentali che in teoria potrebbe sviluppare: le calcolatrici elettroniche, la crescita esponenziale dell’offerta radiotelevisiva e soprattutto l’avvento di internet hanno fatto sì che certe qualità umane come l’esercizio della memoria e l’indagine di tipo induttivo e deduttivo siano state notevolmente danneggiate dalla grande quantità di dati e notizie disponibili senza alcuno sforzo, mentre in precedenza occorreva un processo mentale ben più ampio per ottenere i medesimi risultati. Se per effettuare un calcolo matematico ai nostri tempi era necessario mettersi a tavolino con carta e penna e ricercare nella nostra mente il procedimento logico atto a risolvere una divisione a due cifre, ad esempio, oggi basta una calcolatrice tascabile e la suddetta divisione si risolve in pochi secondi e senza sforzo. Certo, questo rende più semplice e più comoda la vita, ma le facoltà logiche e mnemoniche della persona ne vengono danneggiate, perché non essendo più attivate finiscono per arrugginirsi, per atrofizzarsi: è come se una persona si legasse un braccio al collo per trent’anni; poi non riuscirebbe più a muoverlo quando lo avesse liberato. Lo stesso avviene in campo umanistico e culturale in genere: tutte le domande trovano immediata risposta su internet, tutto ciò che prima si riusciva a realizzare facendo appello alle proprie doti logiche e intuitive, leggendo, confrontando e riflettendo, adesso è già pronto e la mente si adagia in questo riposo continuo perdendo col tempo la capacità di funzionare, come una persona che, essendo rimasta per anni stesa in un letto, tentasse poi di alzarsi senza potervi più riuscire.
Ecco dunque spiegato, entrando in ambito scolastico, il motivo per cui i nostri alunni non sanno più ricordare gli argomenti svolti a scuola anche solo un mese prima: non più abituati ad usare la memoria perché nessuno richiede loro l’uso di questa facoltà, imparano facilmente ma altrettanto facilmente dimenticano. Ecco anche spiegato, per quanto attiene specificamente ai Licei, il motivo per cui non sanno più tradurre quasi nulla dal latino e dal greco: queste lingue, infatti, hanno una sintassi diversa da quella italiana, e per leggere i testi d’autore occorre dimenticare il metodo di lettura tipico delle lingue moderne, quello cioè di procedere in senso lineare, parola per parola. I vari membri del discorso vanno ordinati non in sequenza lineare ma logica, poiché la proposizione principale o il verbo reggente possono trovarsi anche in fondo al periodo stesso, e per operare l’esatta costruzione delle frasi e dell’intero brano occorre ragionare in modo autonomo, perché né sul dizionario né altrove si può trovare già fatta questa operazione. Occorre poi anche ricordarsi i significati delle parole, altra qualità che oggi è quasi inesistente perché gli studenti non esercitano più la mamoria. Da qui i loro fallimenti in questo ambito, che, come ho detto anche altrove, non derivano da una scarsa intelligenza, bensì dall’abbandono di quelle qualità che noi ai nostri tempi avevamo proprio perché non disponevamo di tutti gli strumenti in voga oggi, primo tra tutti il cellulare, o smartphone come lo si vuol chiamare.
Ritornando proprio al cellulare e al disperato grido di Cazzullo rivolto ai suoi figli, occorre dire che l’uso smodato di questo dannato aggeggio produce anche un’altra grave conseguenza negativa: che cioè, presi come sono dai messaggini, dalle chat, dai social come sono oggi, i giovani perdono anche la concentrazione necessaria perché lo studio delle discipline scolastiche dia qualche buon risultato. Molti ragazzi passano sì i pomeriggi in camera loro con i libri scolastici aperti, ma tengono pure acceso il cellulare mentre studiano; in questo modo gettano al vento tanto tempo prezioso, perché è pacifico che per imparare certi dati o certi concetti occorre avere la mente sgombra e tanta concentrazione; e come può concentrarsi su un qualsiasi contenuto culturale una persona che ogni cinque minuti si distrae per rispondere a un messaggio o ad una chat, o per mettere un commento su facebook, twitter o altri social del genere? Se sta leggendo una pagina di un libro e s’interrompe a metà, dovrà poi rileggerla daccapo per tirar le fila del discorso, e forse neanche ci riuscirà. Per questo motivo io, quando incontro i genitori dei miei alunni, raccomando loro di togliere i cellulari ai loro figli quando decidono di mettersi a studiare, perché ritengo che risulti più proficua un’ora di studio in piena concentrazione e senza distrazioni che un intero pomeriggio passato con quell’oggetto diabolico accanto, la cui pericolosità e capacità distruttrice già è nota ed ancor più si rivelerà in tutta la sua drammatica grandezza negli anni futuri. Invito perciò tutti i genitori a fare propria la massima di Aldo Cazzullo e di usarla con i propri figli. Per veder migliorate le loro conoscenze ed i loro risultati scolastici non c’è bisogno di minacce o punizioni. Basta dire loro, un po’ più spesso di quanto avviene oggi, “Metti via quel cellulare!”, e non solo quando debbono studiare, ma anche quando debbono dialogare con i loro genitori ed i loro familiari.

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4 commenti

Archiviato in Attualità, Scuola e didattica

4 risposte a “Metti via quel cellulare!

  1. carmenranieri91

    Ha ragione 😉😁

    Inviato da smartphone Samsung Galaxy.

  2. Bravo. Sto riscontrando anche una diffusa sciatteria nell’ortografia, in parte strutturale nelle teste dei ragazzi, in parte dovuta anche alla videoscrittura ed ai correttori automatici (e insegno al classico, eh).
    Come che sia, invidio te e tutti coloro che stanno andando in pensione, malgrado io sia solo al quarto anno di servizio: mi sento fuori luogo e fuori tempo nella scuola e nella società attuale, mi autodefinisco un residuato del Novecento, il ventunesimo secolo non è casa mia. E ti auguro anche buone feste!

    • Non invidiare noi anziani che stiamo per andare in pensione, perché se ci troviamo in questa condizione vuol dire che la maggior parte della nostra permanenza su questa terra è passata. Un mio preside di tanti anni fa, quando noi giovani docenti ci rallegravamo perché era finito l’anno scolastico e ci aspettavano le vacanze estive, soleva dire: “Guardate che non è passato solo un anno di scuola, è passato anche un anno di vita!”. Se quindi devi restare ancora tanti anni nella scuola, devi cercare di adeguarti. Per questo ti faccio i miei migliori auguri, e ti ricambio anche quelli per le prossime festività.

  3. « O ingegnosissimo Theuth, c’è chi è capace di creare le arti e chi è invece capace di giudicare quale danno o quale vantaggio ne ricaveranno coloro che le adopereranno. Ora tu, essendo padre della scrittura, per affetto hai detto proprio il contrario di quello che essa vale. Infatti, la scoperta della scrittura avrà per effetto di produrre la dimenticanza nelle anime di coloro che la impareranno, perché fidandosi della scrittura si abitueranno a ricordare dal di fuori mediante segni estranei, e non dal di dentro e da se medesimi: dunque, tu hai trovato non il farmaco della memoria, del richiamare alla memoria. Della sapienza, poi, tu procuri ai tuoi discepoli l’apparenza e non la verità: infatti essi, divenendo per mezzo tuo uditori di molte cose senza insegnamento, crederanno di essere conoscitori di molte cose, mentre come accade per lo più, in realtà, non le sapranno; e sarà ben difficile discorrere con essi, perché sono diventati portatori di opinioni invece che sapienti »

    (Platone, Fedro 274c – 275b, trad. it. Giovanni Reale)

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