Qualche osservazione su Pindaro e sulle Odi di Orazio

Nonostante la gran massa di studi che esiste su ciascuno degli autori classici più noti, come sono appunto i due maggiori poeti dell’età augustea, Virgilio e Orazio, qualche aspetto delle loro opere rimane sempre inesplorato o comunque suscettibile di ulteriori approfondimenti. In questi giorni, rileggendo le Odi di Orazio, cioè la sua opera più raffinata e culturalmente più elaborata, ho creduto di notare qualcosa che il testo oraziano ha in comune con uno dei suoi modelli greci, Pindaro, poeta tebano vissuto secondo la tradizione tra il 518 e il 438 avanti Cristo, al confine cioè tra l’epoca arcaica e quella classica della letteratura greca. Che tra i due poeti ci sia comunque un rapporto di corrispondenza spirituale è cosa ben accertata, non sono certo io a scoprirlo; ma c’è un particolare modo di procedere del poeta greco che in Orazio trova un’eco che si farebbe fatica a giudicare puramente casuale.
Anche l’uomo (o la donna) comuni, che magari non hanno sentore della cultura classica, hanno sentito qualche volta parlare dei cosiddetti “voli pindarici”, un’espressione usata per indicare improvvisi cambi di argomento o di stile in un determinato discorso orale o scritto. La locuzione risale appunto a Pindaro, perché questo poeta ha l’abitudine, nei suoi canti lirici che ci sono pervenuti, di cambiare repentinamente argomento e passare da un motivo all’altro senza alcun apparente legame logico. Ed al proposito è possibile indicare due ragioni che giustificano questa sua caratteristica: la prima è che il concetto di unità strutturale di un componimento poetico era nell’antichità ben diversa da quella di oggi, per cui l’autore poteva procedere mettendo l’una accanto all’altra tematiche diverse che suscitavano diverse sensazioni, senza collegamenti sintattici né tematici, e senza con ciò inficiare lo scopo o i caratteri generali per i quali quell’opera veniva composta; la seconda è che nei canti lirici dell’antica Grecia era presente la musica (oggi perduta), e quindi l’ordinata composizione della melodia musicale poteva ricostituire quell’unità compositiva che non si lasciava cogliere con la semplice lettura del testo.
Non sarebbe però esatto dire che con questa struttura frazionata non vi fosse alcun legame tra i vari motivi presenti nel componimento: i legami ci sono, ma non sono di ordine logico, bensì analogico, avvengono cioè nella mente del poeta, secondo un ordine associativo di idee non facilmente ricostruibile dal lettore. Può destare meraviglia il fatto che questo procedimento esista nel mondo antico, dato che di esso si è parlato soprattutto in rapporto con la poesia simbolista e decadente del ‘900: in Ungaretti, ad esempio, si trovano molti esempi di rapporti tra immagini o parole basati su libere associazioni di pensiero, tra cui mi piace ricordare pochi versi della lirica I fiumi, laddove il poeta afferma: “Stamani mi sono disteso / in un’urna d’acqua / e come una reliquia / ho riposato”. Qui il ricordo del bagno mattutino nell’Isonzo si esprime mediante l’immagine dell’urna, che potrebbe alludere alla morte, così presente a chi allora combatteva in trincea, oppure ad una teca in cui si raccoglievano le reliquie dei santi, il che può certamente richiamare il valore purificatore del bagno, quasi una catartica liberazione dal peccato. Ma la comparazione tra l’acqua del fiume e l’urna non risponde a criteri logici né viene annunciata come un vero paragone, scaturisce invece da un’associazione ideale presente in quel momento nella mente del poeta ed elimina i nessi logici e sintattici di cui la poesia per secoli si era servita. Ma questo procedimento analogico, così evidente nella poesia moderna, non è sconosciuto neanche a quella antica. Per molto tempo, ad esempio, mi sono chiesto quale sia la ratio che informa il celebre inizio dell’ode “Olimpica prima” di Pindaro, che suona in tal maniera: “Ottima è l’acqua, e l’oro come fuoco ardente / brilla nella notte sulla superba ricchezza.” Quale nesso può esserci tra l’acqua, l’oro, il fuoco e la ricchezza? E che senso ha dire che l’oro, splendido come il fuoco, brilla sulla ricchezza? Apparentemente questi accostamenti sembrano privi di un senso preciso, ma si possono comprendere se pensiamo che nella mente del poeta vi sia stata un’associazione d’idee basata sul concetto di preziosità: così l’acqua, l’oro ed il fuoco, elementi diversi, possono però essere accomunati, non in modo logico ma analogico e senza la congiunzione “come”, perché concepiti come elementi fondativi della vita umana e corrispondenti agli ideali dell’aristocrazia greca che Pindaro stesso intendeva celebrare cantando Ierone di Siracusa, vincitore ad Olimpia nelle corse dei cavalli. A me pare questa l’unica chiave interpretativa di un passo tanto celebre quanto oscuro, che secoli di indagine filologica non hanno mai spiegato in maniera convincente.
Questi passaggi improvvisi o “voli pindarici” che accostano espressioni o parti del componimento diverse e apparentemente distanti tra loro si possono spesso ritrovare anche nelle Odi di Orazio, che spesso riprende toni pindarici allorché (come nelle cosiddette “Odi romane” del terzo libro) intende ricreare un’atmosfera di solenne grandiosità molto frequente nel poeta greco. Nell’ode I,4 dedicata all’amico Sestio, ad esempio, il tema inaugurale è quello del ritorno della primavera, un clima festoso di rinascita che coinvolge uomini e dèi; ma dopo l’invito all’amico a gioire ed ornarsi di fiori e corone, all’improvviso il poeta esclama (v.13): “La pallida morte con passo uguale batte alle capanne dei poveri ed all torri dei re”. Qual è il legame tra le due tematiche dell’ode? Sul piano logico pare non esservene alcuno, né il poeta anticipa o lascia presagire il passaggio al secondo tema durante l’esposizione del primo; ma nella sua mente, con ogni probabilità, il ritorno della bella stagione ha comportato il pensiero dell’inesorabile scorrere del tempo (altro tema caro ad Orazio) e di conseguenza quello della morte come naturale conclusione dell’esperienza umana. Un “volo pindarico” in piena regola, non motivato da alcun nesso logico né sintattico. I casi di questo genere sono molti nel poeta latino, e non è possibile qui ricordarli; mi limiterò a citarne solo un altro, che mi pare significativo, cioè l’inizio della prima ode del terzo libro, che così recita: “Odio il volgo profano e lo tengo distante. Fate silenzio! Io, sacerdote delle Muse, canto per le vergini ed i fanciulli poesia che mai prima fu udita.” La strofa è intellegibile nelle sue diverse parti, ma più difficile è individuare i nessi logici che uniscono il concetto di sdegnoso rifiuto delle opinioni e del modo di agire delle masse a quello del comporre poesia per i giovani una poesia nuova, che è poi quella civile e celebrativa di Roma e di Augusto. Dobbiamo quindi pensare che nell’animo del poeta vi sia un’analogia tra queste diverse immagini, che forse potremmo scoprire più facilmente di quella pindarica richiamata sopra; ma dal punto di vista dell’immediata comprensione del testo non è altrettanto facile il collegamento se non lo concepiamo come “estraneo” al testo stesso, che si presenta privo dei necessari nessi logici e sintattici. Tutto questo, al di là della più o meno plausibile mia tendenza a voler individuare nell’antico ciò che spesso si ritiene essenzialmente moderno, dimostra comunque che esiste una forte “memoria” tra i poeti, e che l’arte di chi viene dopo, pur restando valida e originale com’è la poesia di Orazio, si avvale largamente dell’arte precedente. Il filo rosso che unisce la poesia di tutti i tempi, dal V° secolo avanti Cristo ad oggi, non è sempre facilmente visibile, ma si può star certi che esiste e che su di esso è fondato il perpetuarsi dell’ineffabile processo della creazione artistica.

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2 commenti

Archiviato in Arte e letteratura, Attualità

2 risposte a “Qualche osservazione su Pindaro e sulle Odi di Orazio

  1. Interpretazione molto interessante, te la ruberò

  2. Francesco Di Giovanni

    Grazie Massimo, condivido ogni parola.
    Nelle Arti spesso ci si imbatte in persone che cercano facile notorietà infrangendo ogni regola. Rompere ogni legame con la tradizione diviene sinonimo di coraggio e genialità. A me tutto ciò è sempre sembrato una forma di parricidio, altrettanto detestabile di quanto lo sia omologarsi acriticamente ad un qualche stile. In realtà è solo l’onestà intellettuale dell’artista a conferire all’Opera quell’autenticità che la rende unica, emozionante e dunque preziosa.

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