La scuola che vorrei

E’ da poco iniziato un nuovo anno scolastico che per me potrebbe anche essere l’ultimo di servizio, ma è questa una circostanza che non sminuisce certo il mio interesse per la scuola e per l’importanza dell’istruzione, ciò che è stato da sempre l’obiettivo principale della mia vita. L’inizio della mia attività di docente risale a quasi quarant’anni fa, ed in questo lungo periodo la scuola è cambiata, molto cambiata rispetto a prima; e se alcuni di questi mutamenti possono considerarsi positivi, per la maggior parte di essi, purtroppo, non si può dire altrettanto. Va anzi riconosciuto che i vari interventi legislativi che si sono succeduti dagli anni ’70 dello scorso secolo in poi non hanno fatto altro che aumentare le pastoie burocratiche, i progetti inutili, gli impegni sempre crescenti dei docenti e non hanno avuto, se non limitatamente, effetti concreti sulla sostanza dell’insegnamento.
Nello spazio di un blog è fortemente sconsigliato introdurre troppi argomenti, perché il post assumerebbe dimensioni eccessive e non lo leggerebbe nessuno, vista la frenetica rapidità con cui si “consuma” oggi la pagina scritta, quando la si consuma. Mi limiterò quindi a parlare degli aspetti più macroscopici e più assurdi della scuola attuale, quelli che vorrei cambiare, se potessi; ma siccome non ho questo potere, non mi resta che lamentarmi di quel che non va bene, convinto come sono che anche la semplice denuncia, che pur non cambia nulla, sia comunque utile ad esprimere un disagio che non è soltanto mio, ma di molti altri colleghi.
Sul piano legislativo la legge 107/2015 ha introdotto delle novità che, se sul momento sembravano accettabili perché non le si erano valutate abbastanza nelle loro conseguenze, sono poi risultate fallimentari e persino dannose. Quella che mi viene in mente per prima, perché mi tocca direttamente in quanto insegno nel triennio conclusivo di un Liceo, è la famigerata alternanza scuola-lavoro, una trovata che nella realtà dei fatti si è rivelata un’autentica buffonata: sappiamo di studenti mandati a piantare alberi in giardino, a sorvegliare animali o spediti negli autogrill delle autostrade a preparare caffè e panini. Oltre che inutile e dannosa perché fa perdere ai ragazzi delle giornate di studio, questa pratica è anche incostituzionale a mio avviso, perché fa lavorare dei minori senza stipendio e si qualifica quindi come sfruttamento del lavoro minorile. Va anche aggiunto, come ho detto fin dall’inizio, che l’esperienza di lavoro durante gli studi secondari può essere giustificata senz’altro per gli istituti professionali ed in parte tecnici, ma non ha alcun motivo di sussistere nei Licei, dove si fanno studi culturali e teorici che nulla hanno a che vedere con le fabbriche, l’agricoltura e gli autogrill delle autostrade. Questa alternanza produce inoltre, com’è ovvio, danni gravi alla didattica, perché non è possibile farla svolgere tutta al di fuori dell’orario di lezione, ed in ogni caso rappresenta un impegno in più che sottrae energie a degli adolescenti che già hanno molte distrazioni e che riservano allo studio solo una parte del loro tempo. La prima cosa che vorrei nella scuola come la intendo io sarebbe quindi l’abolizione immediata, almeno per i licei, di questa pratica inutile e antididattica.
Un’altra innovazione della legge 107 che si è rivelata fallimentare è stata l’introduzione di un “bonus” di merito per i docenti, che avrebbe dovuto premiare gli insegnanti migliori. Io salutai con entusiasmo questa novità, ma mi sono dovuto ben presto ricredere per diversi motivi, di cui dirò qui solo il principale, cioè che lo spirito della legge, almeno come l’avevo intesa io forse sbagliando, è stato totalmente vanificato: nelle varie scuole infatti, vista la difficoltà ed i rischi che presentava una “classifica” di merito dei docenti, si è preferito premiare non coloro che sono veramente gli insegnanti migliori, cioè i più preparati nelle loro materie e con la didattica più efficace, ma coloro che organizzano progetti, viaggi d’istruzione, incontri e conferenze o altre attività, persone cioè che possono anche svolgere compiti utili per la scuola ma che non sempre possiedono quelli che dovrebbero essere i meriti più rilevanti e riconosciuti nella nostra professione. Eppure, se vi fosse stata la volontà, non sarebbe stato difficile individuare, mediante le testimonianze di genitori, studenti ed ex studenti soprattutto, quelli che sono i professori più bravi e formativi, quelli che lasciano un’impronta indelebile nell’animo dei ragazzi, docenti che tutti (o quasi) abbiamo avuto e dei quali ci ricordiamo anche a decenni di distanza. E invece le cose sono andate diversamente. Perciò, visti i risultati, preferirei che questo premio “fantasma” fosse abolito anziché distribuito con le modalità esposte sopra.
Già prima della legge 107, da molti anni direi, la burocratizzazione del nostro lavoro e la presenza di attività diverse dalla normale attività didattica hanno raggiunto livelli molto elevati: se consideriamo infatti il tempo impiegato in riunioni dalla dubbia utilità e quello sottratto alla didattica da viaggi d’istruzione, scambi culturali, spettacoli vari, lezioni, conferenze e incontri con persone esterne alla scuola, gare sportive, “olimpiadi” di questa o di quella disciplina e altre simili iniziative, vediamo che non possiamo più disporre del tempo necessario per un’azione didattica veramente efficace. A ciò si aggiungono le varie assemblee studentesche, residuati degli anni ’70 ancora in vigore ma per lo più occasione di vagabondaggio a uso dei nullafacenti, la cui utilità è ormai fortemente dubbia. Nella scuola che io vorrei, e nella quale ho creduto fin dall’inizio della mia carriera, queste iniziative si ridurrebbero al minimo, a quelle veramente utili, mentre dovrebbero essere ormai aboliti, perché non più consoni ai tempi attuali, i famosi decreti delegati del 1974 (vecchi di 43 anni), quelli appunto che istituirono le assemblee studentesche ed i consigli di classe con la partecipazione di studenti e genitori. Questi organi collegiali (cioè i consigli di classe) possono avere ancora una certa validità, ma hanno avuto ed hanno ancora la responsabilità di avere introdotto l’invadenza dei genitori nella gestione della scuola. Ecco, questa è un’altra caratteristica della scuola attuale che vedrei volentieri ridotta o eliminata: la presenza cioè di genitori fastidiosi e petulanti, che fanno i sindacalisti dei figli e pretendono di condizionare i metodi di insegnamento e di valutazione dei docenti. Ai tempi miei tutto questo non esisteva, nessuno ardiva contestare i professori, e se un alunno prendeva un brutto voto doveva rimboccarsi le maniche e cercare di rimediare, senza scuse o giustificazioni; oggi, se avviene la stessa cosa, sono i docenti a dover giustificare quel voto che hanno dato, dinanzi a padri e madri incapaci di collaborare con loro per la formazione dei loro figli, pronti a difenderli e scusarli per ogni mancanza e capaci persino di chiedere lo spostamento in altre classi dei docenti meno graditi o giudicati più severi. Raramente, infatti, i professori vengono contestati perché inaffidabili o impreparati (ve ne sono pochi, ma qualcuno c’è), ma quasi sempre perché, a detta dei genitori, pretendono troppo dai loro poveri figli, costretti per qualche ora a distrarsi dai videogiochi e dai social per aprire un libro cartaceo o per svolgere qualche esercizio.
In tutti questi anni il nostro mestiere di docenti e di educatori è profondamente cambiato, in modo tale da smorzare molto in noi l’entusiasmo iniziale per l’insegnamento, anche perché raramente i veri meriti culturali e didattici vengono riconosciuti; anzi, proprio perché i professori che lavorano seriamente chiedono anche agli studenti di fare la loro parte, è molto facile che siano proprio loro ad essere maggiormente contestati o comunque non gratificati da nessuno. Da tempo ho questa sensazione spiacevole ogni giorno che entro a scuola, ma poi, quando arrivo in classe e vedo i miei alunni lì ancora pronti ad ascoltarmi, mi dimentico in quelle ore di tutto ciò che mi rattrista e mi dedico con la solita passione al mio lavoro. Quando però esco di classe quel senso di insoddisfazione ritorna, e lo stesso avviene anche a molti miei colleghi che si trovano in situazioni analoghe alla mia. E forse chi sta in alto, chi promette ad ogni cambio di governo di riformare la scuola e poi crea sotanto confusione e malumore, dovrebbe tenere conto di questo stato d’animo dei docenti, sempre più diffuso nel nostro Paese; ma se ciò non è avvenuto finora, dubito molto che possa avvenire in futuro e temo purtroppo di non vedere mai la rifondazione di una scuola seria, più professionale e meno burocratica, “ancorché avessi a vivere molto”, come diceva il buon Guicciardini.

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7 commenti

Archiviato in Attualità, Politica scolastica, Scuola e didattica

7 risposte a “La scuola che vorrei

  1. Mariateresa Bora

    Un liceo classico di Rapallo ha mandato alcuni studenti a fare la guida turistica all’Abbazia di San Fruttuoso: l’impegno richiedeva conoscenze di storia e di storia dell’arte, quindi attività pertinente, tuttavia i ragazzi dovevano prendere il battello da Rapallo a San Fruttuoso (percorso non veloce) o – in caso di mare grosso – prendere il treno fino a Camogli, scarpinare su per il monte e poi giù fino a San Fruttuoso, quasi due ore di percorso solo per l’andata. Spero di essere male informata: forse con mareggiata l’appuntamento veniva annullato.
    In ogni caso gli studenti per una volta o due si dichiaravano interessati, ma poi trovavano l’impegno ripetitivo e – per loro – inutile

    • Quello da lei descritto è stato per gli studenti faticoso, ma certamente è più ragionevole di quelli di cui ho parlato io, cioè studenti mandati a piantare cavoli o a fare i cappuccini negli autogrill. In ogni caso questa trovata dell’alternanza scuola-lavoro sarà forse utile per la Confindustria o non so per chi altri, ma non certo per la scuola. Per i licei, poi, si tratta di un’autentica idiozia.

  2. Rodolfo Funari

    Condivido interamente il tuo esame sulle piaghe ormai inveterate della scuola italiana. Torno a ripetere che il male dell’Italia si riassume in poche parole: colpevole principale delle nostre disgrazie è un ceto politico impreparato, arrogante, cialtrone. Quando la cricca dei partiti ha messo le zampe sulla scuola, così come su molti altri settori vitali della vita pubblica, ha provocato danni su danni, causando un arretramento pauroso del livello civile, morale, culturale del nostro Paese. Si tratta di una fenomenologia non dissimile da quella avvenuta negli Stati satelliti della ex-Unione Sovietica o in certi paesi del terzo/quarto mondo nell’Africa o nell’America Latina. Specialmente gli ultimi cinque anni di malgoverno o, per meglio dire, di anti-governo, di scempio assoluto delle istituzioni repubblicane, della vita civile ed economica dell’Italia, sono un esempio più che eloquente di ciò che sto dicendo, per chi vuole vederlo e capirlo.
    Cordialmente
    R.F.

  3. Sottoscrivo tutto, punto per punto. Aggiungere altro sarebbe retorica. Ha fissato in un post le fragilità della scuola renziana, figlia di altre riforme scellerate.

    • Ringrazio entrambi, Rodolfo e Melchisedec, per i vostri commenti. Vorrei aggiungere però che la degenerazione della classe politica cui accennate non riguarda solo gli ultimi cinque-sei anni di malgoverno, e che la responsabilità non è solo del governo Renzi: la decadenza della scuola e della cultura inizia in Italia con il disastro provocato dal ’68 e dalle leggi successive degli anni ’70 che a quel disastro si sono ispirate.

  4. Antonio Rivolta

    Totalmente d’accordo, professore. Comunque io, ritengo, come ho già detto, che la vera causa di tutti i mali venga ancora prima del famigerato ’68, ovvero ritengo che sia stata la nascita della scuola media unica del 1962. Lei aveva già detto che trova difficilmente attuabile il ritorno alla doppia scuola media divisa in quella preparatoria ai licei e quella di avviamento al lavoro, potrebbe magari approfondire questo argomento, magari in un intervento apposito? Grazie

    • Può darsi che in un prossimo futuro io dedichi un post a questo argomento. Per il momento io vedo nel ’68 l’origine dello sfascio della scuola perché le sciagurate farneticazioni di quel movimento (il sei politico, il successo scolastico garantito a tutti, il “vietato vietare” ecc.) hanno distrutto la disciplina e a serietà degli studi, sostituendo ai contenuti tradizionali insulsi progetti e favorendo le promozioni di massa che hanno portato all’omologazione totale delle persone, senza riconoscimento dei meriti individuali.Al ’68 si sono ispirate le leggi successive degli anni ’70 (v. i decreti delegati) fino al famigerato “Statuto delle studentesse e degli studenti” di Berlinguer, altro deleterio passo in avanti verso il caos.

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