L’analfabetismo funzionale in Italia

Una recente indagine del settimanale “Espresso” ha messo in luce come in Italia il 28% circa della popolazione, soprattutto le fasce oltre i 55 anni e quelle dai 18 ai 30, sia formata da analfabeti funzionali, persone cioè che sanno leggere, scrivere e compiere elementari operazioni matematiche, ma non sanno comprendere quel che leggono, né comporre un periodo sintatticamente armonico in italiano corretto, né andare al di là delle tabelline o delle più semplici tra le quattro operazioni matematiche di base. Le diverse fasce di età dei cosiddetti “low skilled” (cioè con scarse abilità) hanno diverse motivazioni. Per i più anziani gioca un ruolo importante la lunga permanenza nel mondo del lavoro, che ha fatto sì che le cognizioni apprese a scuola a suo tempo si siano negli anni ridotte sino a diventare molto scarse; ed in effetti questo fenomeno, che sarebbe preferibile definire “analfabetismo di ritorno”, si può constatare ogni giorno nella vita quotidiana, quando vediamo persone diplomate e laureate, che svolgono con successo professioni di rilievo sociale (medici specialisti, avvocati, ingegneri ecc.) ma che non sanno più quasi nulla di storia, di geografia, di scienze ecc., proprio perché si sono specializzate nel loro ristretto ambito di competenza trascurando tutto il resto. Per la fascia dei giovani, invece, influiscono certamente gli strumenti informatici e l’uso indiscriminato di internet (per risolvere qualsiasi dubbio) e delle calcolatrici automatiche, che hanno atrofizzato la memoria e le capacità logico-intuitive degli individui, ormai abituati a trovare facilmente tutto ciò che cercano senza dover ragionare, intuire o dedurre alcunché. Ovviamente sul fenomeno influisce anche il grado d’istruzione della famiglia di origine e l’abitudine alla lettura, che nel nostro Paese risulta molto bassa rispetto ad altre realtà: molte persone, una volta terminati gli studi, si astengono religiosamente dall’aprire un libro di storia o di scienze (che ricordano loro i sudati anni della scuola), ed in oltre il 50% delle abitazioni si calcola che non vi siano affatto libri, o comunque, nel migliore dei casi, non ve ne siano più di 25.
Il fenomeno è molto preoccupante e scoraggiante soprattutto per noi che siamo docenti e che tentiamo con ogni mezzo di trasmettere cognizioni e abilità che dovrebbero restare immoti per il resto della vita dello studente; ma è un’impresa sempre più difficile, soprattutto perché i nostri giovani, come ho scritto in altri post, apprendono velocemente ma altrettanto rapidamente dimenticano quanto appreso, tanto che spesso, se rivolgiamo alle classi una domanda su argomenti svolti qualche mese prima, otteniamo in cambio un silenzio glaciale. Di questa situazione incresciosa, che è l’antesignana dell’analfabetismo funzionale e di quello di ritorno, io individuo due cause. La prima, come dicevo sopra, è il diffondersi incontrollato della tecnologia e dei mezzi multimediali, che producono sulla mente umana lo stesso effetto che produrrebbe sul corpo un laccio che tenesse legato un braccio per trent’anni: una volta liberato, il braccio non saprebbe più muoversi, e questo appunto accade alla memoria dei nostri giovani, facoltà ormai risecchita e svalutata in tutta la sua rilevanza. La seconda causa è il progressivo deterioramento degli studi nella scuola primaria, dovuto soprattutto alla pedagogia di origine sessantottina che ha eliminato proprio quei contenuti e quegli esercizi che consentivano un apprendimento permanente delle strutture di base dell’italiano e della matematica (temi, riassunti, poesie a memoria, studio della grammatica, calcoli matematici senza calcolatrice ecc.). Si è trattato di un vero e proprio cataclisma, perché se a scuola non si studiano più l’analisi logica e del periodo non si possono apprendere le strutture della lingua che consentiranno poi al’adulto non solo di leggere ma di capire ciò che legge, e non solo di scrivere ma di comporre con proprietà ed eleganza; se non si fanno più temi e riassunti, ma progetti fatui e di scarsa ricaduta sulla cultura degli studenti, non si impara mai a padroneggiare la propria lingua. E a questo riguardo mi riservo di spezzare una lancia anche a favore dello studio delle poesie a memoria, oggi aborrito dai “moderni” pedagogisti, perché l’esercizio mnemonico è utile per tenere in allenamento quella facoltà, oltre al fatto che ricordare, ad esempio, cento versi di Dante può essere anche culturalmente un vantaggio ed un metodo per conoscere il ritmo compositivo, la struttura linguistica ed il significato di quel testo.
L’unico parziale rimedio a questa situazione sarebbe quello di tornare ad una scuola pre-68, come dico io, riproponendo gli esercizi e gli studi che facevamo noi mezzo secolo fa e che ci hanno consentito, sia pur con tutti i limiti, di non diventare analfabeti funzionali. Occorrerebbe poi che tutti coloro che, cessati gli studi, entrano nel mondo del lavoro, conservassero interesse ed amore per la cultura, anziché dedicarsi solo al loro ristretto ambito professionale. Che ci sarebbe di male se medici, avvocati o ingegneri riprendessero in mano, ogni tanto, i libri di latino, di storia, di scienze ecc. e cercassero di non perdere totalmente quel patrimonio di conoscenze che si sono formati negli anni della giovinezza? Se facessimo loro questa domanda risponderebbero che in effetti non ci sarebbe nulla di male; ma ben pochi lo fanno, anche perché il peso della cultura, nel nostro paese, si sta riducendo sempre più. Però gli effetti di questo analfabetismo funzionale e di ritorno si sentono e si vedono: giornalisti della tv che sbagliano ad usare i congiuntivi o anche a pronunciare correttamente le parole, politici che confondono l’Argentina con il Venezuela o che dicono “Romolo e Remolo” o altre perle simili, e via dicendo. Per non parlare delle persone comuni che scrivono sui social come Facebook: c’è da inorridire a constatare non solo come non vi sia alcuna cura dell’ortografia e della punteggiatura, ma come manchi del tutto la capacità di comprendere quanto letto e di conseguenza di argomentare. Mancando questa capacità, molte persone si sfogano attaccando violentemente chi la pensa diversamente da loro ricoprendolo di insulti; ma questi insulti e queste parolacce non derivano soltanto dall’istinto di violenza residente in ciascuno di noi e malamente represso, ma anche dall’ignoranza di chi non sa capire ciò che legge e non sa parlare e scrivere in modo corretto e persuasivo. Così, non avendo altro metodo di esprimersi a motivo del proprio analfabetismo funzionale, si serve dell’insulto e del turpiloquio credendo di esprimere più efficacemente ciò che crede di dover dire.
Una conseguenza lacerante di questa ignoranza così diffusa, di questo analfabetismo, è la facilità con cui le persone credono a determinate idee propagate via internet o tv e vi aderiscono senza ragionarvi sopra, proprio perché non hanno la capacità di ragionare. Così, quando si avvicinano le elezioni politiche, partiti e uomini politici fanno a gara a trovare gli slogan più rozzi e più beceri, perché sono quelli che più fanno presa sulla massa di ignoranti che s’ingrossa ogni anno di più. Verrebbe da chiedersi, a questo punto, se sia legittimo concedere a tutti il diritto di voto e se sia giusto che i voti contino tutti ugualmente, senza riguardo alla cultura e all’effettiva coscienza politica dei votanti. Ma questo è un altro argomento, che mi porterebbe lontano; perciò preferisco fermarmi qui.

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7 commenti

Archiviato in Attualità

7 risposte a “L’analfabetismo funzionale in Italia

  1. Tristemente, non posso che concordare. Solo un piccolo appunto: è riduttivo considerare la matematica solo il calcolo aritmetico; è soprattutto logica, capacità di analizzare un problema, traducendolo in numeri, e risolverlo.
    Purtroppo alle elementari si è perso anche il fare i “problemi”, esercizi del tipo: “Pietro acquista due mele al prezzo di 1€, tre pere al prezzo di 2€. Se aveva in tasca 10€, quanti soldi gli son rimasti?”
    Problemi che ti facevano capire a cosa serviva l’aritmetica e come usarla.

    • Certo, sono totalmente d’accordo per quanto attiene alla matematica, che è soprattutto logica, ragionamento, ed assomiglia quindi – nello svolgimento degli esercizi – al latino ed al greco più di quanto si possa immaginare. Ho parlato del calcolo solo per fare un esempio minimalista, concentrandomi di più sulle materie di mia competenza. E’ vero comunque che anche per la matematica si sono perduti molti degli esercizi di logica che si facevano un tempo, e anche questa non è certo una cosa positiva.

  2. Maria Usai

    Concordo su tutta la linea!

  3. AnnaMaria

    Buongiorno, apprezzo molto i suoi scritti e concordo su quanto ha scritto sopra. Personalmente ho fatto studi tecnici, anche se controvoglia perché ero portata per studi “umanistico-artistici”, ma in casa libri e riviste e il partecipare a spettacoli teatrali o concerti è sempre stato garantito e presente. Quello che vedo in giro è un’ignoranza per la lingua italiana e l’uso ristretto di pochi vocaboli rispetto a quanti ne possediamo. Sembra quasi che ai nostri giorni i ragazzi siano apprezzati perché bravi nelle materie scientifiche mentre quelle umanistiche abbiano un valore minore. Certo sui social si scrive velocemente e sinteticamente ma un “h” e un accento non fanno certo perdere troppo tempo. Si sorvola su queste cose perché bisogna scrivere e condividere subito qualsiasi cosa senza troppo stare attenti agli strafalcioni. Per quanto riguarda la cultura assorbita attraverso spettacoli teatrali, concerti e comunque attività sociali “dal vivo” sembra siano considerate uno spreco di denaro invece che un investimento culturale per la formazione dell’individuo. Grazie e cordiali saluti

    • Grazie per l’apprezzamento di quanto scrivo. Sul problema dell’italiano sono totalmente d’accordo, perché di fatto è così: c’è oggi una tale povertà lessicale e sintattica che sembra che poche persone siano state a scuola, mentre invece almeno il diploma ce l'hanno quasi tutti. E per quanto riguarda i social come Facebook, non è una giustificazione degli errori dire che si scrive in fretta e senza pensare: questo può spiegare un errore di battitura, ma se una persona, nello stesso messaggio, usa tre volte il verbo avere senza l'h o scrive "un altro" con l'apostrofo a più riprese, significa che non conosce la lingua, punto e basta. E' anche vero che oggi la cultura cosiddetta "scientifica" sembra avere la preminenza; ma chi la sostiene dovrà accorgersi che il sapere tecnico senza le basi linguistiche ed umanistiche è come un'automobile dotata di tutti gli accessori ma priva del motore.

  4. Anonimo

    Caro Massimo, similmente a ciò che avviene nell’Informatica, la capacità mnemonica è parte “muscolare” dell’intelligenza, dunque materia prima, al pari delle altre risorse che la Scienza ha individuato come parti essenziali della facoltà di pensiero. E’ noto che ragazzi, da sempre, imparano a memoria tutto quello che attiene ai loro interessi, squadre sportive, testi di canzoni ed altro. Forse hanno scarse motivazioni se si tratta di Dante, Leopardi etc. ma se si riesce a coinvolgerli, ad esempio in esperienze teatrali, mostrano doti di memoria insospettate. I motivi del degrado che denunci e su cui mi trovo a concordare, secondo me sono riconducibili, come sempre, alle scelte che avvengono nei luoghi di potere e nei modelli culturali che il mondo adulto offre a chi è in età evolutiva. Un progresso, in questa ottica, non sarà conseguibile se non attraverso una maturazione collettiva che difficilmente potrebbe essere ottenuta rafforzando oltremodo il potere. Se il dittatore di turno avesse le caratteristiche di Pericle o Giulio Cesare, pur avendo l’animo di Spartaco, metterei da parte il mio ribellismo e sarei pronto a mettermi al suo fianco, ma i dittatori della vita reale purtroppo sono ben diversi da questi romantici personaggi, sono piuttosto assai più simili a quel tale della Corea del Nord, di cui volutamente ignoro il nome e che vagheggia guerre con armi nucleari.

    • Sono pienamente d’accordo con te sul fatto che la memoria dipende anche (e molto, direi!) dall’interesse personale: a tutti succede di ricordare meglio e per più tempo ciò che si è letto o appreso con passione. Però il problema che riscontro io a scuola è più ampio, nel senso che gli alunni tendono a dimenticare tutto o quasi di ciò che si è trattato in tempi meno recenti, ed il fenomeno comprende anche coloro che a suo tempo si erano interessati senza riserve all’argomento. Sul degrado generale della cultura, poi, influiscono ovviamente anche le scelte politiche irrazionali, come purtroppo siamo abituati a vedere da molto tempo nell’ambito della pubblica istruzione.

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