I colloqui scuola-famiglia: cos’è cambiato?

Mi ricordo che molto tempo fa, i primi miei anni di insegnamento, il rapporto con i genitori degli alunni era diverso da oggi, soprattutto perché erano diversi loro: molto più obiettivi di adesso, non facevano se non raramente gli avvocati difensori dei figli, ma cercavano di collaborare con il docente affinché l’azione educativa andasse a buon fine, almeno nella maggior parte dei casi. Ma ciò che me li fa preferire rispetto a quelli di adesso è il fatto che a quei tempi (parlo di circa 30 anni fa, più o meno) i genitori erano in grado di valutare la professionalità e la validità didattica degli insegnanti dei propri figli, e ciò si manifestava tanto in una critica anche aspra verso i docenti mediocri quanto in una giusta gratificazione di coloro che sapevano ben svolgere la loro professione, con entusiasmo e competenza. E ciò avveniva non perché le famiglie di un tempo fossero più acculturate di quelle attuali, ma in virtù di una diversa concezione della scuola, che non doveva essere un parcheggio quinquennale per ragazzi svogliati e demotivati, ma una palestra di vita, in grado di fornire una formazione ed un metodo di studio e di autonomo ragionamento che servisse poi per la vita. Chi di noi continua a ricevere riconoscimenti, anche a distanza di tanti anni, da parte di ex alunni adesso diventati a loro volta genitori, comprende ciò che voglio dire.
Nel periodo attuale, come spesso ho constatato in questo blog, la scuola è profondamente cambiata, ha assunto i caratteri di un’azienda da collocarsi sul mercato come una qualunque ditta produttrice di automobili o di merendine; quindi è l’esteriorità, la facciata che è passata in primo piano, la forma al posto della sostanza. Oggi le scuole considerate più moderne e più in “vogue” sono quelle dove si svolgono molte attività parascolastiche come gite, settimane bianche, progetti vari ecc., e dove alla fine dell’anno scolastico si distribuiscono voti alti e si fanno registrare promozioni di massa, necessarie perché altrimenti si offusca l’immagine della scuola “efficiente” e moderna, con il rischio che le iscrizioni diminuiscano se si fanno le cose con la necessaria equità. Così l’attività didattica vera e propria, che dovrebbe essere il cardine ed il vanto di ogni istituzione scolastica, passa in secondo piano, ed anzi viene vista quasi come un ostacolo allo svolgimento di tante elette e avveniristiche attività. Ciò corrisponde, del resto, all’imbarbarimento sempre più visibile nella società di oggi, dove trionfano l’ignoranza, l’approssimazione, la volgarità: basta accendere la tv per rendersi conto che la cultura, attualmente, è considerata quasi un orpello inutile in un mondo dove vigono soltanto le leggi dell’economia e del mercato, un passatempo per i disadattati che non si sanno adeguare ai tempi che vivono.
Così, per tornare all’argomento iniziale, è profondamente mutata anche la mentalità dei genitori che vengono a conferire con i docenti dei loro figli. Anche in questo ambito l’esteriorità svolge ormai il ruolo principale: a poche persone interessa la professionalità, la competenza e la preparazione del docente, ciò che è fondamentale è che il figlio o la figlia abbiano buoni voti e che quindi sia possibile per i loro familiari mantenere alto all’esterno il “decoro” della famiglia; altrettanto importante è che gli studenti non vengano gravati da un soverchio carico di studi perché devono avere il tempo necessario per fare sport, uscire con gli amici e soprattutto per sprecare tante ore sui social network o sui videogiochi, altrimenti rischiano di essere esclusi dal gruppo e non essere più quindi “al passo coi tempi”. I docenti che subiscono critiche e contestazioni, quindi, non sono quelli che lavorano poco e male (non numerosi in realtà, ma qualcuno c’è sempre, in ogni scuola) ma quelli che non sono disposti a regalare voti alti a chi non li merita e coloro che richiedono agli alunni un impegno costante, necessario per abituarsi ad entrare veramente nella vita da adulti, quando il mondo dorato degli ozi giovanili finirà ed i ragazzi si troveranno di fronte una realtà diversa da quella attuale.
Io sono reduce da un intero pomeriggio (cinque ore) trascorso nei colloqui con i genitori dei miei alunni, quindi colgo l’occasione per notare ciò che vedo e puntualizzare le differenze con i primi lontani anni della mia esperienza professionale. Ciò che per loro conta in modo quasi esclusivo, come sopra detto, sono i voti ottenuti dai figli: se questi sono buoni, se ne compiacciono e si mostrano orgogliosi dei risultati raggiunti, ma ben di rado ne attribuiscono il merito anche al professore; se sono mediocri, si preoccupano generalmente non di trovare il modo di migliorarli, ma chiedono con trepidazione se il figlio “ce la farà” al termine dell’anno scolastico, una domanda cui oltretutto nessun professore può rispondere, perché la decisione circa l’esito dello scrutinio finale è collegiale, di tutto il Consiglio di classe, e non dei singoli docenti. Se poi l’andamento didattico è proprio negativo, allora viene addotta una serie di giustificazioni che escludono quasi sempre le cause vere dell’insuccesso scolastico, ossia la mancanza di impegno oppure di capacità o attitudini per quel particolare indirizzo di studi: la colpa è dell’emotività, del timore che il ragazzo ha dell’insegnante (così la colpa viene scaricata su quest’ultimo), di situazioni familiari, problemi di salute e chi e ha più ne metta. E’ rarissimo il caso che un genitore riconosca le responsabilità del figlio nei suoi insuccessi; la colpa è sempre della scuola e dei professori, che avrebbero preso in odio un ragazzo (chissà perché poi?), lo avrebbero disamorato e demotivato allo studio provocandone poi la bocciatura, vista ancora come una gravissima disgrazia, una vera e propria catastrofe. Una visione delle cose, questa, che si spiega con le dinamiche della società attuale, basata sull’esteriorità e sul falso ideale del successo a tutti i costi, per cui l’idea dell’insuccesso scolastico appare come qualcosa di insostenibile, di vergognoso, di disonorevole. Questo pregiudizio impedisce quindi la giusta disamina della situazione, che sarebbe invece il pensiero opposto: se un alunno riporta continui insuccessi significa che non è adatto per quel percorso di studi, quindi farebbe bene a cambiare e sceglierne un altro più consono alle sue attitudini; oppure, in caso di non ammissione alla classe successiva, ciò dovrebbe costituire un punto di partenza per ricostruire in forma più proficua il proprio curriculum di studi. Ma quasi mai questi principi vengono compresi ed attuati, e così il dialogo tra docenti e genitori si trasforma spesso in una lamentosa nenia dove si fa di tutto per giustificare lo svogliato e l’incapace e dove si perde completamente la giusta immagine della realtà scolastica e delle vere funzioni dell’istituzione educativa.

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15 commenti

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15 risposte a “I colloqui scuola-famiglia: cos’è cambiato?

  1. Maria Usai

    Io avrò i colloqui il 10 e comincio a sentirmi nervosa. Insegno Italiano, Storia e geografia alle medie e, da parte di alcuni genitori, mi è sembrato di percepire ostilità nei riguardi degli insegnanti. L’oggetto del contendere è una visita guidata saltata per mancanza d’accompagnatori. Nessuno se l’è sentita d’accollarsi la sorveglianza d’un paio di teppistelli e di alcune ragazzine decisamente arroganti e maleducate. Giustissimo che la gita sia saltata, visto che l’ipotesi di escludere i facinorosi è stata scartata a priori con la scusa insulsa che nessun alunno può essere privato di un’attività didattica. A parte questo, io e i colleghi ci siamo sentiti accusare di tenere un atteggiamento aggressivo nei riguardi dei ragazzi, di non capire i loro presunti problemi, di riempirli di complessi e disintegrare la loro autostima, di non proporre attività che gradiscono…e chi più ne ha più ne metta. Detto ciò, una categoria di genitori che considero particolarmente perniciosa è quella che ho ribattezzato “psicologi della mutua”.

  2. Il suo commento conferma quanto io penso e scrivo riguardo alla superficialità dei tempi attuali: i genitori s’indignano con la scuola non per problemi didattici, evidentemente giudicati poco importanti, ma per una gita. E non basta: questi signori incolpano i docenti di ciò di cui probabilmente sono loro i primi responsabili, i complessi e la perdita di autostima degli studenti. Ci dicano allora, questi genitori, cosa farebbero loro al nostro posto, ammesso che abbiano la capacità di formulare un ragionamento sensato e fondato su presupposti condivisibili. Se poi voi docenti venite accusati di proporre attività che gli studenti non gradiscono allora vi do un consiglio: non proponetene affatto, dedicatevi solo alle normali lezioni curriculari, e vediamo se questo sarà gradito alle famiglie.

  3. ALESSANDRA

    Buongiorno professore, io sono una mamma ancora giovane ma un po’ vecchio stile , nel senso che non ho mai contestato il giudizio dei professori, sia alle medie che al classico che, ora, i miei figli affrontano con tante difficoltà. Difficoltà per causa loro, sia chiaro, per il loro scarso amore per l’impegno quotidiano, per la loro faciloneria nell’affrontare materie ostiche che richiedono tanta umiltà ed abnegazione, per la loro poca curiosità e sete di conoscenza. A volte mi sento proprio una madre fallita, per non aver trasmesso la bellezza ed il senso di un sacrificio volto poi a poter leggere e comprendere i grandissimi del nostro passato di italiani ed europei. La cultura è il lascito più grande che un genitore possa dare al figlio, ed il liceo classico è ormai l’unica scuola che ancora conserva una tradizione e che può formare una mente curiosa e critica, dando nel contempo un metodo di studio completo. Mi scusi per lo sfogo, apprezzo moltissimo ciò che scrive e lo condivido.

    • Cara signora Alessandra, le faccio i complimenti per le sue parole, piene di buon senso e di autentico riconoscimento del valore della cultura. Magari tutti i genitori fossero come lei, e non solo nel rapporto con gli insegnanti, ma per le idee che mostra di avere sulla necessità di conoscere il passato e sul valore del Liceo Classico. Ma sul piano personale non deve sentirsi una madre fallita, perché non è certo colpa sua se i suoi figli non seguono le sue orme: purtroppo la società attuale, piena di falsi miti, di ingannevoli allettamenti, di superficialità e di disprezzo per la cultura ha avuto (per adesso) la meglio su di lei. Ma non disperi: con una madre così, vedrà che i suoi figli comprenderanno e cambieranno il loro atteggiamento con il tempo. A volte bisogna saper aspettare, le cose poi si sistemano da sé.

      • ALESSANDRA

        Grazie professore!! Mi accorgo sempre di più di quanto i bravi insegnanti siano davvero un valore aggiunto enorme ad una scuola dell’obbligo ormai impoverita nei contenuti e tristemente burocratizzata . Con stima !

  4. Hai detto la parola giusta: successo. Nella riforma Berlinguer si parla proprio di successo formativo. Siamo passati dal modello trasmissivo al modello Mediaset. Sto leggendo contributi critici sulle riforme Berlinguer e De Mauro (quest’ultima mai entrata in vigore, per fortuna): mi sembra di leggere cose scritte in questi ultimi 2 anni. La deriva della scuola parte proprio da lì.

    • Sono d’accordo con te. La deriva della scuola parte dal buonismo di origine sessantottina, da idiozie come il “vietato vietare”, dal rifiuto della disciplina e del merito. Quanto a De Mauro, ottimo studioso ma pessimo ministro, ricordo la sua massima “Non uno di meno”, il voler cioè assicurare a tutti il successo formativo. Si tratta di una grossa fesseria: se un alunno non s’impegna, è demotivato, oppure non ha capacità adeguate al corso di studi che ha scelto, il successo equivale al fallimento suo e della società, che si riempie poi di asini che occupano ruoli di responsabilità e danneggiano la comunità intera.

      • Ma guarda che in linea di principio sarei anche d’accordo con il “non uno di meno” (non se ne può più del semialfabetismo anche di professionisti), a patto però che l’inclusione e la scuola di massa rispettino il minimo sindacale di istruzione. Davvero, non ne posso più di robaccia tipo formazione e competenze: anche il muratore deve saper scrivere in italiano corretto. E per questo la scuola deve includere tutti, ma ciascuno secondo i propri orientamenti e senza derogare alla necessaria severità. Ma, pur politicamente distanti, tu ed io siamo consapevoli di essere perdenti perché sulla scuola abbiamo questa balzana idea che la scuola debba fare la scuola…

  5. carlo

    …. Dovrebbe aggiungere che é anche poco frequente che un docente si domandi come mai un alunno ha prestazioni scarse in quella materia? …. Che i prof abbiano perso la cultura dell’autodiagnosi? …. Se ne avessero mai avuta? …. Eh si caro professore …. Io noto, certe volte, che il prof é pronto solo a sentenziare “il voto” ma non vede, certe volte, i motivi che inducono lo studente ad essere più svogliato in quella disciplina …… Le risposte sarebbero tante davvero … Una tra queste é quella che il prof non sia riuscito a catturare l’attenzione dello studente, …. Ma davvero le motivazioni sarebbero tante

    • Signor Carlo, sono contento che mi abbia mandato questo suo commento, un po’ polemico in verità. Sappia che io non difendo a spada tratta la mia categoria, perché so benissimo che ci sono insegnanti indegni del ruolo che ricoprono, anche se ritengo che siano ben pochi. Che qualche docente non riesca a far gradire la sua disciplina e ad interessare l’alunno è pacifico; ma è altrettanto vero che spesse volte sono i ragazzi che, presi da altri interessi o coinvolti nel nichilismo generale di questa società superficiale, non trovano interesse in nulla di culturale, per quanto il docente si sforzi in ogni modo. Io, senza volermi vantare, mi sono sempre visto riconoscere da alunni e genitori un entusiasmo nel mio insegnamento che coinvolge gli studenti, i quali molto spesso si appassionano alle mie discipline e approfondiscono anche personalmente i contenuti; eppure anch’io ho avuto una percentuale minima di alunni che non si sono mai impegnati e non si sono sentiti coinvolti nel mio entusiasmo per le lingue e letterature classiche. Ma di questi casi io non mi sento affatto responsabile; mi ci sentirei se fosse il contrario di quel che è, se cioè gli studenti svogliati fossero la maggioranza. Allora, forse, ci sarebbe in me qualcosa che non va.

      • l’appassionarsi di una materia dipende dal docente e dal discente, non è tutta responsabilità del docente e non è tutta responsabilità del discente. In certi casi, parlo per esperienza personale da discente e da ex docente, la scintilla non scocca, vuoi perché al discente quella materia proprio non piace, vuoi perché magari il docente è molto verboso e divaga presentando aspetti collaterali della sua materia mentre il discente preferisce quello che adotta la tecnica della spiegazione “secca” che va diritta al punto senza divagare. Capita, e se capita, come ho già scritto, non è detto ci siano colpe; studente e discente possono essere entrambe ottime persone ma non incastrarsi bene.
        Detto questo, una cosa che mi è rimasta dallo studio è: per ottenere certi risultati bisogna anche studiare cose che non piacciono o che si ritengono noiose oppure inutili per i propri obiettivi. Il capire ciò è prova di maturità.
        E chi deve “acquisire” la maturità non può essere altro che il discente. Il discente ha tutto il diritto di giudicare la materia “inutile”, “poco interessante”, ma questo non lo esime dal doverla studiare e soprattutto non giustifica il fatto di non studiarla. E’ lo studente che deve studiare, e trovare lui la forza per farlo, non il docente a doversi trasformare in un cabarettista o implorare il discente di studiare.
        Terra terra: il mio dovere è spiegarti la matematica, non il fartela amare a tutti i costi, il tuo dovere è di studiarla, non di innamorartene alla follia.

  6. Sono d’accordo in linea di principio: a tutti noi è capitato di dover studiare materie e contenuti che non ci piacevano, eppure abbiamo dovuto farlo e anche questo è segno di maturità. Sta di fatto però che se il docente insegna con passione e competenza, riesce a coinvolgere l’alunno e ad indurlo a credere nell’utilità di quelle materie. Tieni presente che gli studenti, a qualunque età, si accorgono subito se il docente ama e conosce bene ciò che insegna; in caso negativo non sono disposti a impegnarsi nello studio, perché manca loro la necessaria motivazione.

    • Su questo dissento in parte: diciamocela tutta, le declinazioni sono noiose, o ci sei tagliato o sono una sofferenza. E posso saltare sui banchi e declamare “O Capitano, mio Capitano”, ma se a un ragazzo la poesia non piace, non piace. Ovviamente ho tirato fino all’assurdo il tuo discorso, però il senso è quello. Non buttiamoci addosso croci che non ci spettano -e che ci buttano addosso continuamente, da là fuori. A proposito, buona Pasqua!

  7. Antonio Rivolta

    Io penso che questa idea diffusa da parte delle famiglie del ritenere che “se lo studente va male è colpa del docente fino a prova contraria” sia uno dei tanti effetti nefasti di quel libertarismo e finto egualitarismo sessantottino che lei, professore, giustamente denuncia. Cosa deve fare di più il docente che spiegare bene la sua materia allo scopo di essere un “bravo docente”? Il vero disastro è avvenuto secondo me però negli ultimi anni, quando alle università e ai corsi di abilitazione hanno iniziato a dominare i “pedagogisti” che pretendono di “insegnare a insegnare” obbligando gli aspiranti docenti a corsi di didattica, pedagogia, psicologia e altre amenità varie, con la scusa che se lo studente va male è colpa del docente che non ha un rapporto “personalizzato” con ogni ragazzo, che fa insegnare solo “conoscenze” e non “competenze” che è solo “trasmissivo” e che non rende lo studente “attivo” e stupidaggini simili. Ma io dico, il compito del docente di italiano è quello di far insegnare a scrivere e leggere testi in italiano e lo fa male se insegna che “più meglio” non è un errore o che Dante è nato a Pisa, non certo perché lui non comprende gli studenti o cose del genere! Fino a una ventina di anni per diventare insegnanti di elementari bastavano quattro anni di istituto magistrale eppure erano ottimi insegnanti. Occorre ammettere che ogni studente ha dotazioni naturali innate o acquisite soprattutto nei primi anni dalla sua famiglia e penso che non sia un’idea scandalosa che si debba tornare alla scuola media prima degli anni ’60, con le due scuole medie, quando si riteneva, a ragione, che si poteva decidere se un bambino poteva andare o no all’università già quando lui aveva 11 anni.

    • In linea di massima sono d’accordo con quanto lei scrive, con due divergenze però. La prima riguarda la sua opinione secondo cui basta che il docente spieghi bene la sua materia, senza commettere errori, per essere definito un buon docente. Non è esattamente così: occorre anche trasmettere ai discenti l’amore e l’entusiasmo che noi abbiamo per la cultura, perché solo così potremo coinvolgerli pienamente; e d’altro canto è anche opportuno avere un rapporto collaborativo con gli studenti, venire incontro – per quanto possibile – ai loro problemi, senza ovviamente venir meno alla serietà degli studi né dare spazio a rilassamenti di alcun tipo. La seconda divergenza emerge quando Lei rimpiange l’antica divisione tra scuola media (destinata agli alunni che avrebbero proseguito gli studi nei Licei) e avviamento professionale, frequentato da chi era destinato a svolgere lavori manuali o – al massimo – a frequentare istituti tecnici o professionali. Oggi una tale discriminazione non è più possibile né attuabile, sia perché nessuno a 11 anni è in grado di stabilire il suo futuro sia perché, a maggior ragione, così facendo si tornerebbe ad una scuola classista che non deve esserci in una società moderna e civile.

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