Il tempo-scuola in teoria ed in pratica

E’ cosa ben nota che l’anno scolastico, per veder riconosciuta la propria validità sul piano legale, deve avere una lunghezza non inferiore ai 200 giorni di lezione, una norma che tutte le regioni e tutte le scuola formalmente rispettano. Tuttavia, se andiamo a verificare nella pratica quanto di questo tempo viene effettivamente dedicato all’attività didattica, ci accorgiamo che la durata reale del tempo-scuola è molto inferiore a quanto potrebbe pensare chi non vive ogni giorno la realtà scolastica, in tutti i gradi di istruzione. Io insegno in un Liceo, ma sono certo che anche nella scuola primaria di primo grado (cioè la ex scuola elementare) e di secondo grado (la ex scuola media) le cose non vadano poi in modo tanto diverso. Alle superiori, però, c’è qualcosa in più che altrove, cioè la famigerata ed in molti casi inutile alternanza scuola-lavoro, che ci è piombata addosso come un fulmine improvviso ed ha sconvolto tutti i nostri piani didattici, venendosi ad assommare a tutte le altre attività extra- e parascolastiche che già c’erano in precedenza ed alle quali le scuole non vogliono rinunciare.
Lasciamo stare per ora l’alternanza scuola-lavoro, cui dedicherò presto un apposito post, e parliamo delle altre manifestazioni ed iniziative che comportano la sostituzione delle normali ore di lezione con altre attività. Ogni scuola si organizza in modo diverso, e quindi è difficile delineare un panorama che sia uguale per tutti; certo è che le attività para- ed extrascolastiche non vengono svolte ovunque in ugual misura, perché vi sono scuole che continuano a mettere al primo posto la normale attività didattica ed altre che invece, sulla base di convinzioni pedagogiche che si dicono avanzate (ma che a me sembrano invece superate) ritengono che l’ora di lezione non sia poi così importante, che un argomento di storia o di latino gli alunni possono impararlo anche da soli (ma lo faranno davvero?) mentre uno spettacolo teatrale, un film, una conferenza ed altre simili distrazioni deve essere la scuola ad offrirle e ad instaurare su di esse un proficuo dibattito o discussione. Sta di fatto che, chi più chi meno, tutte le scuole fanno “saltare” alle classi molte ore di attività didattica per i più svariati motivi. Si comincia con i viaggi di istruzione (le cosiddette “gite”) che per alunni e genitori sono irrinunciabili, ma che invece a mio parere si potrebbero benissimo evitare, perché molto spesso diventano occasione di “sballo” e di trasgressione per gli studenti e di gravi ed ansiogene responsabilità per i docenti; ed è questo un problema che si potrebbe risolvere se tutti facessero come il sottoscritto, rifiutandosi cioè tassativamente di accompagnare gli alunni in gita. E comunque non bastano i singoli viaggi con quattro, cinque o sei pernottamenti fuori sede: ci sono anche le cosiddette “visite guidate” di un giorno, le quali, pur essendo finalizzate a scopi culturali ed all’approfondimento di alcune discipline, comportano però la perdita delle lezioni di tutte le altre materie non coinvolte. Poi ci sono le attività sportive, che certamente sono funzionali ed utili per il programma di educazione fisica, ma che incidono anch’esse pesantemente sulla didattica: c’è la settimana bianca, che quasi tutte le scuole ormai svolgono mascherandola con eufemismi come “attività sportiva invernale” o simili; ci sono i tornei di pallavolo, di calcio, pallacanestro, atletica leggera, nuoto ecc., attività cui magari non partecipano intere classi, ma che comunque portano via dalle lezioni una parte consistente di alunni, ai quali sarà poi necessario presentare nuovamente gli argomenti trattati nei giorni in cui essi erano assenti per l’attività sportiva, con ulteriore dispendio di tempo.
A tutto ciò vanno aggiunte altre innumerevoli occasioni di forzata sospensione delle lezioni. Nelle classi del triennio conclusivo, ad esempio, viene svolta un’attività di orientamento universitario, che comporta numerose assenze dalle lezioni da parte degli studenti, impegnati a visitare sedi universitarie ed a sentir lezioni di cui comprendono poco o nulla. E’ un’attività, questa, che potrebbe svolgersi anche privatamente, grazie ad internet ed agli altri strumenti informativi, ma che invece si continua a fare come prima, con gruppi di alunni che si assentano da scuola anche per un’intera settimana. A ciò vanno aggiunte le numerose conferenze cui gli alunni, a classi intere oppure a gruppi, sono chiamati a partecipare; ed anche qui si va dagli interventi esterni provenienti dal territorio (ad es. conferenze di tipo sanitario, per la prevenzione delle dipendenze, per educazione sessuale, per educazione stradale, oppure informazione su attività degli enti pubblici, dei corpi militari, delle varie associazioni culturali ecc. ecc.) a quelli interni, organizzati cioè dalla scuola stessa (lezioni di docenti universitari talvolta meno utili di quanto ci aspetteremmo, test e prove comuni di alcune discipline ecc.). E non finisce qui: ci sono poi i vari spettacoli teatrali o concerti proposti da compagnie esterne ed accettati dalla scuola, progetti di vario genere che comportano la presenza degli studenti impiegati in attività di diverso tipo, gare, certamina  ed “olimpiadi” di particolari materie che coinvolgono gruppi di studenti, ed altro ancora. Per questo computo, poi, non vanno dimenticate le assenze di massa organizzate dagli studenti stessi: scioperi e manifestazioni, giornate di riposo al ritorno da un viaggio (abbiamo esempi di classi che ritornano alle cinque del pomeriggio da una gita ed il giorno dopo non vengono a scuola perché sono stanchi) e poi, da circa un ventennio, c’è anche la pagliacciata dei cosiddetti “100 giorni all’esame”, in base alla quale, in un lunedì di marzo, tutte le classi quinte sono assenti per celebrare questa nobile ricorrenza, che non ha nulla di ufficiale ed è stata inventata chissà da chi. Poi va considerato nel conto anche il rito autunnale delle proteste studentesche, che si realizza con l’occupazione della scuola oppure, più blandamente ma con uguale perdita di tempo, con le cosiddette “autogestioni”, anch’esse completamente al fuori della legge ma ormai tollerate da tutti.
Tutto questo, ovviamente, comporta una diminuzione del tempo-scuola che può anche superare il 20 per cento del totale e che provoca un danno ancor maggiore di quanto si potrebbe credere, perché la perdita delle normali lezioni non avviene tutta di seguito, ma con uno stillicidio che si protrae per tutto l’anno scolastico, tanto che spesso siamo costretti a ripetere argomenti già trattati perché gli studenti perdono il ritmo di studio con le numerose interruzioni e poi faticano molto a riprenderlo. E’ da quando ho cominciato ad insegnare che io combatto senza risultati questo stato di cose, perché quando ho osato protestare per le troppe ore di lezione perdute, c’è sempre stato qualche “progressista” pronto a sottolineare l’utilità formativa di tutte queste iniziative. Da parte mia, io non ho mai negato che le attività suddette abbiano (non sempre!) valore culturale, ma ciò non toglie che i programmi scolastici comunque ne soffrono, e quando le classi terminali giungono all’esame di Stato le domande che vengono loro rivolte non riguardano le conferenze cui hanno assistito o le gite in cui sono andati a beatamente a sciare o a divertirsi, ma i programmi curriculari. Mi rendo conto che questo è un argomento banale e forse anche retrogrado, ma è la verità. Di soluzioni al problema non se ne vogliono trovare perché a molti colleghi va bene che le cose continuino così. Io ho proposto più volte di situare queste attività nelle ore pomeridiane, evitando di togliere spazio alle varie materie in orario antimeridiano; ma la mia scuola, come molte altre, ha la maggioranza dei suoi studenti che sono pendolari, alcuni compiono anche viaggi piuttosto lunghi per raggiungere l’Istituto dalle loro abitazioni, ed è quindi difficile chiedere loro di trattenersi al pomeriggio. In certi casi questo è vero, in altri no: gli studenti delle quinte classi, ad esempio, sono già forniti quasi tutti di auto personale, e quindi potrebbero benissimo restare oltre l’orario antimeridiano. Con tutto ciò, si continua imperterriti a proporre di anno in anno sempre più attività extrascolastiche e ben pochi di noi si preoccupano del tempo-scuola che svanisce, quasi che la cosa non ci riguardasse. Io personalmente dovrei essere meno sensibile di tanti altri al problema, dato che probabilmente mi resta un solo anno prima di togliere il disturbo ed andare in pensione; ed invece mi preoccupo non per me, ma per gli studenti, perché temo che dei programmi svolti a metà o in modo frettoloso giovino poco alla loro formazione. Ed il bello è che continuo ad infervorarmi in una lotta contro i mulini a vento: lo conferma il fatto che sono più di trent’anni che dico le stesse cose e nessuno mi ascolta né si preoccupa della questione. E poi è noto qual è la regola principale della democrazia, quella della maggioranza che vince: ragion per cui, se i più hanno un’opinione e pochi ne hanno un’altra, questi ultimi hanno sicuramente torto e farebbero bene a starsene zitti.

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10 commenti

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10 risposte a “Il tempo-scuola in teoria ed in pratica

  1. Giorgia Sciarrino

    Sono d’accordo, soprattutto sulle gite.
    Nonostante tutte le pesanti responsabilità che oramai cadono sulle spalle degli insegnanti accompagnatori, l’assenza di una retribuzione per quei giorni fuori sede (hanno tolto pure la diaria per l’estero), vedo colleghi che si prodigano ad organizzare queste gite, quasi a voler dimostrare di essere i migliori (in attesa di ricevere il famoso bonus!!!!) . Nella mia scuola la settimana gite si è conclusa la scorsa settimana, fortunatamente senza tragiche conseguenze, nonostante alcune classi siano andate ad Amsterdam ( è scellerato portare una quinta con studenti già segnalati per spaccio in questa capitale europea…ma l’organizzatrice è appunto una collega premiata nel 2016 proprio per questi suoi impegni…), altre a Barcellona. Ma le conseguenze gita si vedono pure in questa settimana: alunni completamente ‘rinco’ , se avessi interrogato oggi come da programma, avrei dovuto dare tutti 2, insegnanti accompagnatori (quelli bravi) assenti per sopraggiunta stanchezza post strapazzo. Quindi: 2 settimane perse in alternanza, una in gita, una post gita… Però se ‘matematica’ il prossimo anno uscirà come seconda prova con qualcosa che non abbiamo fatto bene quest’anno….la colpa sarà ovviamente dell’insegnante!!
    Aggiungo una cosa importante. Noi docenti ci lamentiamo sempre per lo stipendio non adeguato…ma quale altra categoria di lavoratori accetterebbe di andare 4/5 gg in trasferta gratis? E con tutte quelle responsabilità ? Nessuna. Quindi io credo che le prime della classe che si prodigano ad organizzare gite deleterie non siano da stimare…anzi, contribuiscono con questo inutile volontariato a declassare la nostra categoria che a furia di questi atti non sarà mai giustamente riconosciuta dal punto di vista remunerativo.

    • Che dire? Non posso far altro che condividere il suo messaggio parola per parola. Noto facilmente una certa amarezza in quello che scrive, e che è motivata da un lato dalla condizione generale di noi insegnanti, dall’altro dal poco condivisibile zelo di chi s’impegna in attività aggiuntive per vedersi riconoscere poi il famigerato “bonus”, che i dirigenti attribuiscono non a coloro che sono più preparati e più motivati nell’azione didattica, ma a coloro che organizzano gite, conferenze, attività varie ecc. Comprendo perfettamente il suo stato d’animo, che è del tutto analogo al mio. Una cosa poi non capisco: se proprio le gite si hanno da fare, perché scegliere mete come Amsterdam o Barcellona, dove francamente non c’è un gran che dal punto di vista monumentale e culturale in genere? Se i suoi colleghi le hanno scelte, vuol dire che anche loro sono complici dello “sballo” e del rinco- (come dice lei) degli studenti, e questo a me basterebbe per qualificarli come indegni della professione docente.

  2. Anonimo

    Idem. Da dirigente. Sono stato sconfitto sempre.Ma oggi la scuola fa schifo, non insegna più nulla. Non insegna a risolvere i problemi, ma solo a costruire noiose relazioni inutili e , se possibile, a metterle in DVD con adeguata presentazione preliminare con slides e cavoli vari. La tecnologìa i giovani l’hanno in mano già, non hanno bisogno che venga loro insegnata: la scuola deve invece , in primo luogo, analizzare che cosa cambia sul piano culturale con le nuove tecnologìe.La scuola deve studiare, analizzare , spiegare con adeguato confronto con la tradizione. Che cosa comporta il fatto che una ricerca che richiedeva un tempo sforzo notevole, tempo, fatica ecc. oggi si compia con un clic? E’ ovvio che il procedimento dell’apprendere è cambiato. Studiamo questo prima di tutto.E perdamo meno tempo nella socializzazione che un tempo era necessaria nella scuola, oggi non più, i giovani hanno altri spazi, altri luoghi,e anche altre complessità da affrontare: dotiamoli degli strumenti per capire e non facciamo loro imparare la tecnica del pappagallo.In questo “porcaio” spunta la dilatazione della alternanza scuola-lavoro, come anchedella università che si piega sul mondo del lavoro: il mondo, anche quello del lavoro, non ha bisogno di persone addestrate , ma di uomini e donne intelligenti! L’addestramento si fa in sei mesi. la formazione no! Ma è più comodo così.
    Non si informano con conferenze dei soliti noti che donne e uomini sono pari, questo è un concetto che emerge spontaneamente dalla loro formazione culturale: non di scienza si parla a scuola, ma di osservazioni scientifche; si danno assiomi senza spiegazione,stereotipi, modelli assoluti ecc.

    • Sta di fatto che nella scuola di oggi si fanno mille attività fuorché quelle che servirebbero veramente; ad esempio tornare a saper scrivere bene in italiano ed a conoscere la propria lingua prima di quelle straniere.

    • Anonimo

      Sono perfettamente d’accordo. Lei è il primo e solo dirigente che conosco che la pensa così. Vorrei avere un ds come Lei. Grazie per la testimonianza.

      • Mi fa piacere che lei sia d’accordo con me; ma io non sono un dirigente bensì un semplice docente, anche se molti mi dicono che spesso parlo come un preside.

  3. Non posso non condividere tutto quello che scrivi in questo post: ciò di cui parli è quello che io definisco (l’ho detto e scritto molto spesso) il “cancro dell’Antiscuola”. Vale a dire tutto quell’apparato di attività para- ed extra- che da anni ormai paralizza la normale attività degli istituti. Una malattia, ahimè, inestirpabile, perché – mentre uccide la scuola italiana – conviene però a molti: ai prèsidi che cercano, con queste attività, visibilità all’esterno e facile consenso fra i ragazzi; agli studenti che si divertono di più e fanno meno ore di scuola; a molti nostri colleghi che, come dici, in buona o in mala fede, vedono in tutte queste attività una ‘modernizzazione’ della scuola ed un ampliamento della cosiddetta ‘offerta formativa’ (oltre che, adesso, un modo per meritarsi il bonus dei ‘meritevoli’). Ne discendono alcuni paradossi (come succede in tutti i mondi alla rovescia): il primo è una sgradevole atmosfera lavorativa di sorda ostilità, nella quale i colleghi superimpegnati in queste attività extra si sentono le colonne, come si usa dire, dell’istituto e guardano a chi non accetta di farle come a dei retrogradi o peggio ancora a degli scansafatiche e a dei pesi morti non collaborativi; il secondo è che talora ci si sente giocoforza spinti, in questo clima, ad adeguarsi al teatrino dell’Antiscuola. Esempio: da un paio d’anni i ragazzi mi chiedono di fare lezioni extra su temi di cultura classica particolarmente ‘moderni’ durante la cosiddetta “settimana culturale”; ebbene io questi argomenti li tratto di norma anche a lezione. Ma in questo diverso contesto più chic e à la pàge , chissà come, questi argomenti diventano più attraenti, forse perché vengono presentati con un’apparenza più accattivante e vendibile (o più semplicemente perché in quei giorni non si interroga…). D’altronde è questo che interessa di più oggi la scuola ‘autonoma’: vendersi, vendersi il meglio possibile. Tutto il resto è accessorio.

    • Comprendo quel che dici nell’ultima parte del commento; del resto anch’io, qualche volta, ho partecipato ad attività come conferenze, spettacoli teatrali ecc., ma in modo molto minore di altri colleghi. Quel che mi trova d’accordo totalmente è ciò che dici all’inizio, ossia che questa “Antiscuola” serve soprattutto ai dirigenti ed ai colleghi più “moderni” per avere visibilità all’esterno ed attrarre nuovi iscritti; si sa infatti che oggi ci si iscrive ad una scuola spesso senza nemmeno conoscere bene le peculiarità dei vari indirizzi, ma perché ragazzi e famiglie sono attratti dalle settimane bianche, dagli scambi culturali con l’estero, dalle gite, dalle attività sportive ecc. Il fatto è che da un ventennio circa si è affermato il concetto di scuola-azienda, per cui ogni scuola deve mettersi sul mercato e mostrare la vetrina più sfavillante delle altre per avere consenso. Siamo nella civiltà dell’immagine in tutti i sensi, in una società superficiale dove conta più la forma della sostanza. E queste sono le conseguenze.

  4. Paol

    In generale concordo con quanto lei afferma. Terminare i programmi ministeriali in queste condizioni è impossibile. Vero è d’altro canto che la scuola deve farsi promotrice di temi come l’educazione sessuale, perché raramente i giovani si informano autonomamente (e correttamente!) su alcune tematiche. Bisognerebbe trovare un equilibrio tra i programmi ministeriali (che secondo me vanno leggermente ridotti), gli incontri in orario didattico (da limitare ad un numero fissato di ore) e l’esigenza imprescindibile di una continuità nel lavoro didattico.

    • Se a scuola si dovessero trattare tutti gli argomenti che ci richiedono psicologi, sociologi, politici e giornalisti, diventeremmo un circolo ricreativo e non un luogo dove si trasmette la cultura e dove si cura la formazione dei giovani. Per le tematiche sociali, a mio avviso, esistono altri luoghi dove informarsi, prima di tutto le famiglie, che spesso delegano alla scuola certi compiti che non hanno la volontà o la capacità di affrontare.

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