La lingua “geniale”: un altro libro a difesa del greco

Ogni azione, dice un noto principio della fisica, provoca una reazione uguale e contraria. Questo assunto mi è venuto in mente adesso riflettendo su quel che sta succedendo al Liceo Classico ed in genere alla cultura umanistica in Italia: avversata da molti, vilipesa da alcuni per ignoranza, odiata persino da altri, ha invece avuto negli ultimi tempi una folta schiera di strenui difensori, che hanno idealizzato il valore formativo delle lingue classiche fino a farne una sorta di idolo, di tempio sacro e invalicabile. In questa ottica io giudico la mentalità prevalente in certi giornalisti o scrittori (v. Paola Mastrocola), che esaltano ancora la traduzione dal greco e dal latino come unico mezzo di conoscenza della civiltà classica, oppure i gruppi di classicisti attivi su Facebook, vero manipolo di conservatori accaniti che non vogliono cambiare nulla nella struttura del Liceo Classico, dove l’insegnamento delle lingue classiche – a loro parere – dovrebbe restare come è sempre stato, incentrato soprattutto sulla grammatica (spesso sul grammaticalismo) ed essere refrattario ad ogni novità. Ho già espresso in un recente post la mia netta contrarietà a queste posizioni conservatrici, che altro non fanno che allontanare la cultura umanistica dalla società moderna e si chiudono in una torre d’avorio che sempre di più diviene autoreferenziale e avulsa dal resto del mondo.
In questa ottica di rivalutazione del mondo antico va collocato anche un libro uscito di recente. L’ha scritto una giovane studiosa, Andrea Marcolongo (che è una donna, come spesso ribadisce, pur avendo un nome maschile), si intitola La lingua geniale. Nove ragioni per amare il greco ed è stato pubblicato dall’editore Laterza. Dalla lettura si evince senza dubbio il grande amore che l’autrice ha per questa lingua, della quale ha cercato di evidenziare alcune particolarità che, perdute nelle lingue moderne, fanno del greco un idioma “geniale” appunto, e portatore di certi valori, certe sfumature di significato delle parole che ne costituiscono l’indubbia originalità. E’ questo il caso del valore aspettuale del verbo, esistente solo in greco tra le lingue oggi comunemente studiate: il fatto cioè che in quella lingua non conta tanto quando l’azione si svolge (cioè se è presente, passata o futura) quanto il come essa avviene, in qual modo si sviluppa, cioè se è un’azione durativa (sistema del presente), momentanea (sistema dell’aoristo) o risultativa (sistema del perfetto). E’ questa una delle particolarità del greco più difficili per i docenti da spiegare agli alunni attuali, proprio perché oggi si è perduto del tutto questo particolare valore del verbo. Ma già qui emerge uno dei difetti del libro della Marcolongo: lei dice all’inizio ch’esso è soprattutto rivolto a coloro che non sanno il greco, per far loro comprendere il fascino segreto di questa lingua, ma il modo in cui tratta i vari argomenti (con molti termini greci non traslitterati e persino brani in lingua originale) presuppone che chi legge il libro abbia una conoscenza – e neanche tanto superficiale – della lingua.
Va poi detto che alcune delle particolarità su cui la Marcolongo si sofferma (ad esempio l’uso dei casi, il duale e l’ottativo) richiedono anch’esse una conoscenza della lingua e risultano meno interessanti ed originali rispetto alla prima di cui si è occupata, cioè l’aspetto del verbo. Si nota bene, in tutto il libro, che l’autrice ha fatto una sforzo sovrumano per rendere chiara ed accessibile la sua esposizione, ma essa, almeno come a me è sembrata, è sempre rivolta agli “addetti ai lavori” e difficilmente può coinvolgere ed interessare coloro che non hanno mai studiato il greco e non hanno frequentato il Liceo Classico. L’amore che lei prova per questa lingua è senz’altro sincero, ma si continua ad avere l’impressione che questo sia un problema suo, che cerca di diffondere ovunque ma che può contagiare solo chi, come lei, è già affetto da questa “malattia”. Il bello di questo libro, semmai, è che non è accademico e che non pretende di approfondire questioni linguistiche o tecniche, un compito per il quale, come dice l’autrice, esistono già tante altre pubblicazioni. Un cenno particolare, a questo riguardo, va fatto per gli ultimi due capitoli, che escono dall’analisi linguistica stretta e affrontano problemi pratici, le modalità di traduzione dal greco e la storia della lingua. Su quest’ultimo argomento nulla di originale viene detto, mentre interessante è l’altro argomento, i suggerimenti per una buona traduzione: qui troviamo alcuni consigli utili agli studenti, che anch’io vado ripetendo ai miei alunni da molto tempo, come ad esempio quello di riflettere sul significato generale del brano da esaminare o quello di non affidarsi in tutto e per tutto al vocabolario, che è certamente un aiuto indispensabile ma che va anche saputo leggere ed interpretare.
In generale debbo dire che il libro mi è piaciuto, perché frutto di una grande passione che io condivido da tutta la vita. Solo due appunti vorrei fare alla Marcolongo. Enunciando il primo, mi riallaccio a quanto scritto all’inizio di questo articolo: mi pare cioè che dalla lettura emerga una visione un po’ univoca dello studio del greco, ossia l’assoluta predilezione per l’approccio linguistico (lo studio delle forme, la traduzione) mentre vengono messi in secondo piano tutti gli altri aspetti, ugualmente importanti, di conoscenza del mondo classico come la letteratura, la storia, l’arte, la civilizzazione ecc. Mi sembra cioè che l’autrice, come i conservatori dei gruppi Facebook, consideri lo studio linguistico assolutamente centrale e quasi unico senza considerare le altre facce della medaglia, un po’ come quegli innamorati che vedono nella persona amata solo i pregi e mai i difetti. La seconda critica invece (ed è questa una cosa che mi ha fatto un po’ arrabbiare durante la lettura del libro) è il giudizio quasi totalmente negativo che la Marcolongo dà sul metodo di insegnamento delle lingue classiche adottato nei licei, dei quali ha sottolineato la presunta inadeguatezza a fare amare e apprezzare le lingue classiche. A p. XII della Prefazione dice testualmente: “I metodi di apprendimento in uso, fatta eccezione per pochi e illuminati insegnanti, sono una perfetta garanzia di odio anziché di amore per chi osa avvicinarsi alla lingua greca.” Questa, a mio giudizio, è un’inaccettabile generalizzazione ed un’offesa alla professionalità di tanti docenti che quotidianamente si impegnano per fare apprendere la materia ai loro alunni in modo graduale e sereno, non certo per farla loro odiare. Forse l’esperienza dell’autrice negli anni di liceo è stata deludente, ma questo non l’autorizza ad esprimere un giudizio così negativo sulla scuola e sugli insegnanti. Tutti noi, sia che insegniamo al biennio o al triennio, facciamo di tutto per far amare le nostre discipline, mostrando amore per esse in prima persona; certo, è necessario anche verificare l’apprendimento e l’impegno degli alunni, e questo può provocare qualche tensione, ma da qui a parlare di odio per la materia ce ne corre. Dicendo questo la Marcolongo mostra di essere contagiata dalla solita mentalità disfattista così diffusa in Italia, che vede il male e la corruzione ovunque e quindi  anche nella scuola; ma per fortuna la realtà è diversa, e gli insegnanti che amano il proprio lavoro ed i loro studenti non sono “pochi e illuminati”, ma molti di più.

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7 commenti

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7 risposte a “La lingua “geniale”: un altro libro a difesa del greco

  1. Ho intenzione anch’io di leggere questo libro, ma ho sentito una stroncatura in Tv (di Michela Murgia) che in parte corrisponde alle Tue obiezioni: diceva infatti che sarebbe un libro non riuscito perché non serve né ai grecisti né ai profani della materia. Mi astengo ovviamente da ogni pre-giudizio, per il momento; ma vedo che anche tu esprimi diverse perplessità.

    • Caro Paolo, in effetti il giudizio sintetico e un po’ stroncante di Michela Murgia coglie nel segno: il libro, benché interessante a prima vista e rivelatore di una vera passione per la lingua greca, è in realtà poco utile, perché presuppone già la conoscenza dell’argomento – e quindi non è rivelatore per i profani – ma aggiunge ben poco, sul piano operativo, a quanto per tutti noi “addetti ai lavori” è scontato da tempo.

  2. paola romanelli

    Carissimo professore, ho quasi finito il libro della Marcolongo e da profana mi ha tanto emozionato, incuriosito e fatto fare qualche sonora risata. Mi riferisco ai racconti autobiografici della scrittrice e all’episodio della versione di fine anno del “ratto delle Sabine”. La trovo una scrittura semplice e scorrevole, ma quello che piu’ mi ha impressionato e’ che ho trovato lo studio del greco tanto simile allo studio della musica. Innanzitutto bisogna immergersi in un mondo nuovo, in tutto, imparare codici, segni, pause, Autori e dimenticarsi la fretta. Poi inserirli nel periodo storico nel quale hanno vissuto per riuscire a capire qualcosa. Anche nella musica, prima si decifra e si trasforma in musica uno spartito e poi ci si dedica all’interpretazione, voluta e indicata dall’autore sullo spartito stesso. Anche nella musica occorre conoscere il periodo storico in cui l’autore e ‘ vissuto e questo per poter meglio esprimere le emozioni. E’ vero che l’autrice, specialmente nei primi capitoli, si rivolge al lettore come se questi avesse conoscenza del greco antico ma ho tralasciato quelle pagine e ho continuato la lettura e mi sono emozionata moltissimo. Il duale, l’aoristo, l’ottativo sono per me realta’ e concetti nuovi e meravigliosi. Mi affaccio per la prima volta in questo mondo ma con uno spirito positivo e curioso. Non faro’ parola con mia figlia delle mie scoperte e sensazioni, la considererebbe un’invadenza insopportabile. Ho studiato musica per molti anni e per questo mi sento una privilegiata. A questo punto mi dispiace non aver studiato il greco e di non aver potuto conoscere, anche tradotte in italiano, le opere. Grazie per avermi consigliato il libro.
    Con simpatia.
    Paola Romanelli

    • Cara Paola, se hai letto il mio articolo sul blog avrai un’idea chiara di qual è il mio giudizio: è un testo chiaro e scorrevole, ma che è più utile a chi non conosce la lingua greca ed è interessato ad essa che ai docenti della disciplina, i quali sono già a conoscenza (e te lo posso dire senza falsa modestia) di ciò che la Marcolongo enuncia come grandi novità. Sono comunque contento che ti sia piaciuto e che ti dispiaccia di non averlo studiato; e purtroppo ancor oggi la grande maggioranza dei ragazzi incerti se iscriversi al Classico o allo Scientifico decide quasi sempre per quest’ultimo, che appare come scuola più “moderna” e adatta ai giovani d’oggi. Non è vero affatto perché non c’è nulla di più utile di ciò che sembra inutile, e nulla è più attuale del passato, perché solo conoscendo il passato si comprende il presente e si programma il futuro. Perciò devi essere contenta che tua figlia abbia scelto il Classico, ancor oggi la scuola più formativa. Non comprendo però il motivo per cui lei dovrebbe considerare un’ingerenza il tuo interesse per il greco; caso mai potrà dirti: “Hai visto, mamma, che avevo ragione io a voler fare il Classico?”.

      • Anonimo

        E’ giusto professore quello che dice, ma l’eta’ di Giulia e’ un po’ particolare: spesso cerca il mio consenso o quello del padre e altre volte invece sembra infastidirla qualsiasi nostro interessamento.
        Crescere con i ragazzi e’ una splendida esperienza, un po’ difficile pero’. Quando ho provato a spiegarle l’esistenza dell’aoristo, Giulia si e’ infastidita e mi ha detto ” Non dirmi niente mamma; me lo insegneranno i professori al momento giusto!”.
        Varcare la soglia del Liceo per i primi contatti e’ stata una grande emozione : mi sono ricordata il primo giorno di asilo nido e mi sono commossa.
        La saluto cordialmente.
        Paola

  3. Figurati che mia figlia Costanza, che ha frequentato il Liceo Classico una decina di anni fa, non voleva assolutamente che io l’aiutassi o la consigliassi sugli argomenti di latino e greco, per non apparire favorita rispetto ai compagni. Ho compreso poi che aveva ragione: i giovani hanno bisogno della loro autonomia, e a volte si risentono quando noi magari crediamo di aiutarli. E’ normale.

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