Aggiornamento, sì o no?

E’ di pochi giorni fa la notizia secondo cui il Ministero dell’Istruzione e della Ricerca (MIUR) ha emanato una norma che rende obbligatoria l’attività di aggiornamento per tutti i docenti in servizio, destinando allo scopo una cifra che supera i 300 milioni di euro. Visto il modo in cui viene organizzata la cosa, sorge spontanea l’idea di chiedersi se questi soldi non avrebbero potuto essere spesi meglio, magari per rinnovare il nostro contratto di lavoro scaduto dal 2009 (cioè da ben sette anni!), con un blocco pluriennale cui si è aggiunta anche la beffa, perché a me risulta che sarei dovuto passare all’ultimo scaglione stipendiale già da molto tempo, ed invece ogni anno mi viene posticipata la data di applicazione del nuovo stipendio al dicembre successivo. Comunque sia, lasciamo questo futile argomento e pensiamo invece all’aggiornamento obbligatorio, un altro bel regalo che i nostri politici ci hanno elargito.
Voglio precisare subito che io non sono contrario di principio all’aggiornamento dei docenti, anzi lo ritengo necessario e persino indispensabile, anche perché molti di noi, che quando erano giovani e precari leggevano, si documentavano, frequentavano le università e altro ancora, una volta entrati in ruolo e passato qualche anno tendono a tirare i remi in barca – come si suol dire – e replicare più o meno le stesse lezioni e gli stessi argomenti fino alla pensione. Ritengo però che un progetto di aggiornamento serio dei docenti dovrebbe principalmente – se non esclusivamente – riferirsi alle conoscenze relative alle materie di insegnamento di ciascuno e realizzarsi mediante corsi che ci rendano consapevoli delle nuove acquisizioni metodologiche, delle ultime novità della critica, delle nuove scoperte in ambito scientifico ma anche letterario, filosofico, storico e via dicendo. Questo genere di aggiornamento sarebbe veramente utile proprio per la didattica, perché non si può oggi insegnare la matematica o le scienze (ma anche l’italiano, il latino o la storia) con gli strumenti metodologici e critici di trenta o quaranta anni fa, quando si è laureata la maggior parte di noi, visto che i docenti italiani sono i più vecchi d’Europa, e non per colpa loro. Quando io mi sono laureato, tanto per fare l’esempio personale, il programma di letteratura italiana si fermava a Svevo e Pirandello; oggi questo non è più attuale né fattibile, perché dopo questi autori ci sono altri settant’anni di letteratura, sui quali farei volentieri un corso di aggiornamento, dal momento che insegno italiano in una quinta. Invece nessuno ci offre nulla di tutto ciò; siamo costretti ad aggiornarci da soli, ed è ben chiaro che un simile lavoro autonomo lo compie chi lo vuol compiere, mentre alcuni di noi restano fermi a più di mezzo secolo fa, visto che non esiste alcun obbligo al riguardo.
Ed allora, su cosa il nostro amato Ministero vuole che ci aggiorniamo? Sui soliti argomenti triti e ritriti che vanno di moda oggi: le competenze digitali, le lingue straniere e la normativa sugli alunni diversamente abili, BES e DSA. Ormai a livello ministeriale queste sono le sole cose a cui dare importanza, la didattica delle materie curriculari non interessa più a nessuno e si ha la pretesa di imporci (perché di imposizione si tratta) corsi che c’entrano poco con il nostro insegnamento e che poco ci interessano, e spiego il perché. Dell’infatuazione informatica del ministero non ne possiamo più: già da anni nelle scuole non si acquistano più libri né sussidi di altro genere, ma solo computers, tablets, LIM ecc. ecc., senza rendersi conto che questi oggetti sono solo strumenti che possono sì aiutare la didattica, ma non possono certamente risolvere tutti i problemi, né tanto meno sostituire i sussidi tradizionali come libri e quaderni, e men che meno il cervello umano; anzi, su questo ultimo punto avrei qualche riserva e potrei dire che il digitale può essere addirittura dannoso, perché finisce per atrofizzare la memoria e talvolta anche le capacità logiche degli studenti. Comunque sia, da parte della quasi totalità dei docenti ormai le nuove tecnologie sono abbastanza conosciute, almeno per quel che ci serve per le esigenze dell’attività quotidiana; non vedo quindi a cosa serve insistere all’infinito su queste competenze e conoscenze che nulla aggiungono alla nostra professionalità. Lo stesso dicasi per le lingue straniere, e per l’inglese in particolare. Si tratta di una lingua indispensabile ai giovani di oggi, considerato anche il fatto che – purtroppo – molto spesso sono costretti ad emigrare all’estero per trovare lavoro; ma di essa debbono occuparsi i docenti di lingua, i quali possono essere aggiornati o autoaggiornarsi come vogliono e come credono. Ma i docenti delle altre discipline cosa c’entrano? Perché io, che insegno italiano, latino e greco, debbo aggiornarmi in inglese che non c’entra nulla con il mio insegnamento? Anche questa è una fissazione dei tempi moderni, il voler mettere l’inglese dappertutto, come il prezzemolo; e così anche la nostra lingua, la più bella del mondo, viene continuamente imbastardita da questi termini anglosassoni non necessari ed impronunciabili.
Rimane il terzo settore su cui il Ministero vuole aggiornarci, che riguarda non tanto gli alunni disabili (per cui esistono i docenti di sostegno), quanto quelli con difficoltà specifiche di apprendimento (BES e DSA); ma anche su questo argomento siamo già stati informati abbastanza, abbiamo già tutti o quasi tutti seguito corsi di approfondimento, sappiamo cos’è il “piano didattico personalizzato” e come comportarci in caso che ci capiti nelle classe qualcuno di questi casi. Perché dunque ribattere sempre sugli stessi tasti e costringerci a seguire corsi durante i quali, presumibilmente, molti colleghi faranno finta di seguire e di nascosto leggeranno il giornale o sbirceranno sullo smartphone come i ragazzi? A me sembra che questa modalità di organizzare l’aggiornamento, che se fatto bene sarebbe veramente proficuo, sia invece ancora una volta un’inutile formalità, uno dei tanti tentacoli del formalismo e della burocrazia che ormai dominano la nostra scuola e che hanno tolto a molti di noi, che pure sono ancora contenti di andare in classe a fare veramente lezione, l’entusiasmo che prima avevamo nello svolgere la nostra professione.

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4 commenti

Archiviato in Attualità, Politica scolastica, Scuola e didattica

4 risposte a “Aggiornamento, sì o no?

  1. Milericca

    Vedo che molti tuoi colleghi esprimono la loro opinione su quanto dici , tutti muti , non si sforzano nemmeno di capire quanto sia vero e importante cio’che dici, io pur essendo un estraneo della scuola ti leggo tanto volentieri!

  2. Massimo, scherzi a parte (e però non sto scherzando troppo, ahinoi), i corsi che auspichi tu sono culturali, vale a dire non li faranno mai: l’attenzione e l’interesse sono tutti concentrati su problemi di metodologia didattica (problemi spesso creati ad arte), perché oramai si va verso quella che definisco “didattica senza contenuti” e che si traduce nella dittatura delle competenze sulle conoscenze, con il risultato che i contenuti didattici disciplinari sono intercambiabili. Ci hanno relegati a un ruolo di comparse, e però pretendono sempre di più da noi, ovviamente senza darci un centesimo in più.

    • Difficile non condividere il tuo commento, anche se appare molto pessimista:in effetti negli ultimi decenni (e con qualsiasi governo) sembra che la didattica, intesa come conoscenze trasmesse all’alunno e indispensabile alla sua formazione, sia diventata l’ultima ruota del carro. Ora si parla solo di competenze digitali (come se fossero la panacea di tutti i mali), di inglese e di metodologie curiose e spesso, come dici tu create ad arte giusto per far racimolare qualche soldo ai “formatori” e far perdere tempo ai docenti in chiacchiere inutili.

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