Ansie e incertezze di inizio anno scolastico

Il nuovo anno scolastico è già iniziato per quanto riguarda le riunioni preparatorie dei docenti, e tra pochi giorni cominceranno anche le lezioni. Sul blog torno a parlare dell’argomento che più mi interessa, cioè la scuola, alla quale ho dedicato praticamente tutta la vita; sono però riuscito a mantenere la promessa fatta a giugno di non parlarne per tutte le vacanze estive, in realtà molto più brevi di quanto si potrebbe credere.
Il nuovo anno comincia con tante incertezze e interrogativi dovuti all’attuazione della legge cosiddetta “La buona scuola”, che d’ora in poi comincerà a far sentire i suoi effetti, purtroppo più negativi che positivi. Le novità introdotte non fanno presagire nulla di buono. Le mie preoccupazioni più forti sono relative alla cosiddetta “alternanza scuola-lavoro”, che quest’anno diventa obbligatoria nelle classi terze e quarte dei Licei e degli altri istituti superiori, e al rinnovato obbligo, sostenuto dal Ministero, dell’aggiornamento didattico. Il primo problema è certamente invasivo, checché se ne dica, perché 200 ore di attività lavorativa extrascolastica in un triennio sono tantissime, e non si può pensare che vengano svolte tutte nei periodi di vacanza; ciò comporterà inevitabilmente grossi disagi per il regolare svolgimento delle lezioni e per la completezza dei programmi. E’ inaccettabile, a mio giudizio, il consiglio che alcuni danno in questi casi, quello cioè di “tagliare” alcuni argomenti a vantaggio di altri: come è possibile, ad esempio in una materia come la letteratura italiana, parlare di Manzoni e non di Leopardi, o viceversa? Oppure, in storia, parlare della seconda guerra mondiale se non si è prima affrontato il problema delle cause, dei regimi totalitari precedenti, della prima guerra mondiale e via dicendo? Si possono eliminare gli argomenti secondari ed i corollari, ma non quelli fondamentali che vanno trattati in ogni modo, pena la perdita del senso complessivo e del valore formativo di ogni disciplina. Io non so come si organizzeranno i colleghi, ma prevedo grosse difficoltà; spero soltanto che il tempo da dedicare alle lezioni ed alle verifiche (che vanno fatte anch’esse, e non in maniera superficiale o sbrigativa) resti comunque tale da consentirci di espletare i programmi in maniera decente. Dico ciò in nome dell’obiettivo primario della formazione degli studenti, ma anche in vista dell’esame di Stato: c’è infatti l’eventualità che un commissario esterno si lamenti dell’esiguità del lavoro svolto e che di ciò dia la colpa al collega interno, senza tener conto di tutto il tempo-scuola che se ne va nelle molteplici attività extra- o parascolastiche.
Il secondo motivo di ansia riguarda il cosiddetto “aggiornamento in servizio”, che tutti i governi succedutisi negli ultimi vent’anni hanno sollecitato e talvolta imposto ai docenti. Anche qui io sono fortemente scettico, e non perché pensi che aggiornarsi non sia utile e anzi indispensabile, ma perché molto spesso questi corsi sono inconcludenti e tenuti da persone che poco si intendono dei veri problemi che il docente trova nella pratica quotidiana della sua professione, tanto che i loro interventi si risolvono in fiumi di parole poco spendibili nella fattispecie quotidiana. Molti di questi corsi riguardano le nuove tecnologie (sulle quali siamo già informati abbastanza per quel che ci serve, anche perché esse sono soltanto strumenti operativi ma non sostituiscono le facoltà umane), oppure si rifanno ad un pedagogismo ormai vecchio e banale che si esprime in un linguaggio astruso e del tutto avulso dalla realtà effettiva. Questi signori, in pratica, parlano quasi sempre della classe e degli alunni ideali, che esistono solo nella loro fantasia, non di quelli veri, in carne ed ossa, che ci troviamo di fronte tutti i giorni. E il Ministero, con questa insistenza paranoica sui cosiddetti BES e DSA, ha rincarato la dose di trito pedagogismo. L’unico corso di aggiornamento che io vorrei è quello specifico sulle mie discipline, che mi propone argomenti e contenuti nuovi, approfondimenti critici, suggerimenti bibliografici per migliorare effettivamente le mie competenze; un docente, per quanto preparato sia, ha sempre qualcosa da imparare, anche perché gli studi filologici, storici, filosofici ecc. proseguono il loro cammino, ed è bene ch’egli ne venga messo a conoscenza.
Altra notevole incertezza è quella che riguarda le novità della legge sull’impiego e la gratificazione del personale docente. Da quando è stato istituito il cosiddetto “organico potenziato” in tutte le scuole c’è un certo numero di professori in più rispetto al necessario, che vengono utilizzati in vari modi: in certi casi fanno soltanto le supplenze per le assenze dei colleghi, in altri casi fanno compresenze con altri docenti per determinate esigenze della scuola, in altri ancora tengono i corsi di recupero per gli studenti meno brillanti, ecc. Da quest’anno c’è però la novità, chiarita da una circolare ministeriale, ch’essi possono essere anche utilizzati al posto dei docenti curriculari, affidando cioè loro l’insegnamento annuale in alcune classi. Io condivido questa impostazione, perché non trovo giusto che questi colleghi giovani siano occupati per poche ore settimanali mentre a noi “vecchi” insegnanti della scuola tocchi l’orario intero delle 18 ore, con tutto ciò che comporta i termini di preparazione, correzione degli elaborati riunioni ecc. Ma come potranno i Dirigenti scolastici distinguere tra i vari docenti a disposizione e decidere cosa sia più vantaggioso per ciascuna classe? C’è il rischio che, comunque vada, le scelte non siano le più eque e che a sostenere il peso maggiore dell’insegnamento siano sempre i docenti con più esperienza e che danno ai Dirigenti maggiori garanzia di efficacia e di gradimento per studenti e genitori. Potrebbe accadere che chi s’impegna meno, chi provoca problemi relazionali con le altre componenti scolastiche, chi è meno preparato e didatticamente inefficace goda di un impegno minore e faccia, in pratica, la bella vita, limitandosi a qualche ora di supplenza o di corso di recupero. Non dico che ovunque avverrà questo, ma è molto probabile che accada piuttosto spesso, in virtù del potere che la legge della “Buona scuola” concede ai Dirigenti, gravati però proprio in base a questo potere di una forte responsabilità. Questo presupposto, peraltro, vale anche per quanto riguarda il famigerato “bonus premiale”, cioè il limitato vantaggio economico concesso ad una ridotta percentuale di docenti di ogni scuola,  ritenuti eccellenti rispetto agli altri. Non voglio tornare sull’argomento dei criteri in base ai quali sono state fatte le scelte, su cui ho già espresso sinceramente il mio pensiero. Aggiungo solo una cosa: ho notato che nella maggior parte degli istituti è stata compilata la lista dei premiati ma non sono stati resi noti i loro nomi, forse per reticenza dei Dirigenti che in tal modo vogliono evitare liti e malumori tra gli insegnanti della loro scuola. Se però qualcuno – esclusi i presenti – aspirava ad ottenere il bonus non per quei pochi soldi che si aggiungono allo stipendio ma per il prestigio che la collocazione in quella lista poteva apportargli a livello di scuola e di territorio, in questo modo è rimasto, come si suol dire, con un palmo di naso. Che gratificazione può venire a un docente “premiato” se nessuno viene a sapere di questo premio? Mi sembra di risentire una storiella che mi raccontava mio padre quand’ero bambino e che riferiva di un tale che, alla domenica, dava al proprio figlio una banconota da cinquanta lire (si parla di un secolo fa circa) perché facesse bella figura con gli amici quando usciva, ma poi alla sera pretendeva di rivederla intera, senza che il figlio avesse speso neanche un centesimo. Forse chi ha escogitato questa bella trovata avrebbe dovuto essere più esplicito e prevedere le conseguenze delle proprie azioni. Ma questo è chiedere troppo a chi legifera senza mai aver messo piede in una scuola.

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8 commenti

Archiviato in Politica scolastica, Scuola e didattica

8 risposte a “Ansie e incertezze di inizio anno scolastico

  1. Alessandra Marcia

    Qui da noi, nella Catalogna, è in corso una “grande” rivoluzione pedagogica che risolverà tutti i problemi della scuola. Grazie a questa nuova metodologia gli studenti non si annoieranno più! Gli insegnanti non dovranno fare i maestri perchè tutto quello che possono trasmettere si trova sulla wikipedia… Non ci saranno orari fissi nè esami… E tanta tecnologia! Il paese dei balocchi! Che privilegio per noi professori!
    Buon corso
    Alessandra

    • Cara collega Alessandra, colgo una forte ironia nel tuo messaggio. Mi potresti dare qualche notizia in più su questa nuova metodologia catalana che dovrebbe trasformarvi nel paese dei balocchi? Sono curioso.

      • Alessandra Marcia

        Le novità pedagogiche nascono dall’idea che oggi il maestro non può più essere trasmissore di sapere ma piuttosto una specie di guida che accompagna gli alunni perchè sono essi i veri protagonisti. Si elimina o si riduce ai minimi termini la lezione tradizionale cosí come la materia in sè per lasciar spazio alla “ricerca” su temi diversi che i ragazzi considerano interessanti. Il tutto si basa sulla confezione di progetti didattici interdisciplinari. Le opinioni del corpo docente sono diverse. Non ci saranno compiti né esami. I libri di testo sono destinati a scomparire a vantaggio delle piattaforme digitali… A me sembra un bel pasticcio… Saluti da Barcellona

        PS: la giornata completa di un professore di secondaria è di 30 ore settimanali delle quali 24-25 devono essere di lezione. La media è di trenta alunni per classe…

  2. Anche a me sembra un bel pasticcio, collega Alessandra. L’unica cosa che trovo giusta in tutto questo è la centralità dello studente nella scuola, ma ciò non deve significare che ognuno fa quel che vuole in modo anarchico e che vengono soppressi compiti ed esami. Come si potrà mettere d’accordo tutti, studenti e insegnanti, su quali progetti seguire? E chi verificherà la loro efficacia didattica? Se non c’è un obiettivo disciplinare comune, c’è il rischio che ogni classe proceda per conto suo e che restino fuori della didattica contenuti essenziali. Non vi invidio affatto per questa impostazione, e comprendo che i motivi per lamentarci non li abbiamo solo in Italia.

  3. Paol

    Concordo in toto con quanto lei afferma. Da studente al 4° anno del Liceo Scientifico, posso affermare senza alcun dubbio che l’alternanza scuola-lavoro è un onere gravoso, che, se non è neppure aderente ai programmi di studio, risulta essere una totale perdita di tempo. Mi rincresce che non sia stato reso obbligatorio ai docenti un aggiornamento relativo alle proprie discipline, che sarebbe stato di gran lunga più utile e che avrebbe apportato benefici per la didattica. Per quanto riguarda il discorso del merito, ritengo che esso debba essere stabilito dagli ex-alunni, gli unici che hanno sperimentato la didattica e il metodo di un insegnante e che, a distanza di anni, tendenzialmente non covano più ‘risentimenti’, il più delle volte dovuti all’attribuzione delle valutazioni; a distanza di 2-3 anni essi potrebbero esprimere una valutazione abbastanza obiettiva, almeno per i docenti della scuola superiore. Cordiali saluti.

    • Sugli argomenti di cui parli ho già espresso compiutamente il mio parere. Trovo assurda e inutile l’alternanza scuola-lavoro per i Licei, scuole dove deve predominare il “sapere” e non il “saper fare”, che gli studenti dovranno acquisire all’Università e nei gradi successivi della loro formazione. L’aggiornamento dei docenti è previsto dalla legge, ma c’è il rischio che tutto si annulli nei soliti pedagogismi di matrice post-sessantottina che sono ormai triti e ritriti. La valutazione dei docenti è stata realizzata in maniera del tutto diversa da come avrebbe dovuto essere, premiando cioè non i professori migliori sul piano della preparazione o dell’efficacia didattica, ma quelli che fanno progetti o collaborano con i dirigenti per rendere la propria scuola una vetrina che attrae i potenziali clienti.

      • Paol

        Ecco… a proposito dell’ultimo punto, lei ha sottolineato giustamente come gli studenti siano considerati ormai ‘clienti’, e la scuola ‘azienda’; nel mio Liceo, in cui sono attivi l’indirizzo scientifico e l’indirizzo scienze umane, le iscrizioni sono di molto diminuite, specie per quanto riguarda le sezioni dello scientifico: si sono formate solo due prime di questo indirizzo, quando 7-8 anni fa si giungeva alla sezione G. Condivido quanto lei ha affermato in altri articoli: ormai i ‘clienti’ tendono a ricercare l’azienda in cui viene riservato un trattamento più agevole…

  4. Cioè le scuole dove si danno a pioggia voti alti a tutti e dove si fa studiare di meno. Cosa importa se poi gli studenti, quando escono, pensano che il Monte Bianco sia in Sardegna? L’importante è fare iscritti e fare studenti e genitori contenti della propria ignoranza.

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