La depressione di Jacopo Ortis

In questi giorni ho riletto con attenzione uno dei capolavori di Ugo Foscolo, Le ultime lettere di Jacopo Ortis. Si tratta di un romanzo epistolare in cui il protagonista (alter ego dell’Autore) scrive alcune lettere al suo amico Lorenzo Alderani confidandogli le proprie angosce, che derivano sostanzialmente da due motivi: uno pubblico, cioè la triste situazione della patria Italia dopo il trattato di Campoformio con cui Napoleone cedette all’Austria la secolare Repubblica di Venezia, ed uno privato, cioè l’amore infelice di Jacopo per la giovane Teresa, che il padre ha destinato ad un matrimonio con un ricco borghese semplicemente per ragioni economiche e di convenienza, pur essendo perfettamente al corrente dei sentimenti dei due giovani. La trama è molto semplice: dopo aver tentato invano di cambiare il destino di Teresa, dalla quale ottiene soltanto un bacio, il giovane Ortis si allontana per molto tempo dalla sua terra d’origine (i colli Euganei) nel tentativo di placare il suo dolore; non riuscendo nell’intento perché, come molti secoli prima aveva affermato Seneca, i nostri problemi ci seguono ovunque ci rechiamo, egli torna nei luoghi d’origine e, dopo una visita all’anziana madre e all’amico Lorenzo, si uccide.
Il romanzo è uno dei manifesti del nascente Romanticismo, che pochi anni dopo si affermerà anche in Italia: ce ne rende testimonianza, ad esempio, la scissione tra l’io ed il mondo, tra il particolare e l’universale, ed anche la nuova visione dell’amore visto come passione travolgente e viscerale, opposta alle ipocrite convenzioni della società borghese come sarà quella, alcuni decenni dopo, di Alfredo e Violetta nella Traviata di Giuseppe Verdi; del resto, anche l’insufficienza della ragione umana a vincere o dominare i sentimenti è indice del superamento di quella visione illuministica e razionale che aveva dominato nel secolo precedente. Ma ciò che mi ha colpito in questa rilettura del romanzo è altro: l’intensità delle passioni e la fermezza degli ideali foscoliani nel raffigurare un giovane di 24 anni che preferisce la morte all’adattarsi ad un mondo che non comprende più ed in cui non intende inserirsi. Il suo distacco dal mondo, non solo dagli uomini ma anche da una natura pur descritta come attraente ed a volte meravigliosa, ha certamente i tratti dell’eroe romantico, ma al tempo stesso c’è qualcosa che lo avvicina ai nostri giorni, alla cultura cioè del secolo XX e persino del XXI. Intendo riferirmi al quadro psicologico che Foscolo tratteggia nel suo personaggio, il quale corrisponde, a mio vedere, a quello delle persone colpite da depressione, una patologia molto diffusa e studiata ai nostri giorni e che non esclude, purtroppo in molti casi, il suicidio. Jacopo Ortis rivela molti sintomi di quello che è stato di recente definito “il male oscuro” dei nostri tempi: la continua malinconia che l’assale e lo accompagna persino nei rari momenti felici (la visione di Teresa ed il bacio che ottiene da lei), il tentativo di sottrarsi alla vista degli altri percorrendo luoghi impervi e poco frequentati dagli uomini (chi non ricorda il “Solo e pensoso i più deserti campi” del Petrarca?), il senso di inutilità che lo porta a trascorrere intere giornate senza fare nulla o semplicemente a consumarsi nel suo dolore. Questo quadro psicologico e comportamentale non è nuovo ovviamente, perché ne abbiamo esempi illuminanti anche nell’antichità classica (Euripide, Lucrezio, Seneca ecc.), ma è significativo il fatto che già prima di Freud, della psicanalisi e dei recenti studi di psichiatria la depressione fosse già così lucidamente descritta da autori vissuti molto prima delle scoperte contemporanee. Jacopo Ortis è l’immagine dell’uomo malinconico, depresso, che non riesce a relazionarsi con gli altri, a far parte di una società che vede ingiusta e ottusa, a determinare l’utilità della vita umana e soprattutto della propria. Il suicidio è la naturale conclusione di questo percorso spirituale; ed anche questo è tipico del “male oscuro”, di quel senso di vuoto e di inutilità che, mal sopportato per tutta la nostra esistenza, finisce in qualche caso per condurre al gesto estremo.

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2 commenti

Archiviato in Arte e letteratura

2 risposte a “La depressione di Jacopo Ortis

  1. Francesco Di Giovanni

    Caro Massimo,
    ti ringrazio molto di questo tuo bellissimo scritto, davvero un saggio breve, ricco di spunti assai importanti su cui riflettere. […]
    Sicuramente nella poetica di Foscolo, così come in generale in tutta la cultura epocale del primo ottocento è presente una certa “depressione”. I temi trattati infatti vertono spesso sulla morte, si parla di suicidio, sepolcri, fatal quiete, tuttavia in Foscolo è sempre presente fortemente anche la reazione a questa malinconia, riscontrabile sia nella vita che ha condotto, che nell’opera letteraria, che appare coerente con quel suo modo di essere che ha ben descritto nel divertentissimo autoritratto in forma di sonetto.
    E’ Foscolo dunque un eroe romantico capace come noi, odierni “combattenti” di distaccarsi dal mondo reale per immaginare un mondo migliore e tuttavia pronto a tornare all’istante nella realtà per tentare di realizzare i propri ideali, rischiando sempre tutto e finché vita sia. Ed è questa sua inquieta e a tratti estrema, fragile natura che lo avvicina come tu dici ai nostri giorni, alla cultura cioè del XX e XXI secolo, dove con il concetto di morte non si allude più solo all’esperienza reale ma si allude ad una dimensione eroica, che comprende all’occorrenza anche il sacrificio, quale metafora di un’esistenza irriducibile, temeraria, scomoda e tuttavia condotta nella pienezza del rispetto per sé stessi e delle proprie convinzioni.

    • Mi scuso con l’autore del commento, ma ho dovuto accorciarlo di molto perché la sua lunghezza era incompatibile con lo spazio utilizzabile in un blog per i commenti. Ho pubblicato solo l’ultima parte, che mi sembrava la più interessante e incisiva. Invito F. Di Giovanni e tutti gli altri lettori qualora volessero inviarmi contributi molto estesi, a servirsi dell’e-mail, alla quale risponderò. L’indirizzo è sul frontespizio del blog.

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