Il femminismo linguistico, altra aberrazione dei giorni nostri

Quando si parla del movimento femminista degli anni ’70 e delle sue propaggini che arrivano fino ad oggi, si è portati a pensare ad argomenti di tipo politico e sociale come l’uguaglianza dei diritti, le pari opportunità di lavoro, il rispetto della dignità della donna in famiglia e in società e così via. Questi grandi temi hanno riempito per decenni le aule parlamentari, i dibattiti televisivi e gli organi di stampa, tanto che sono state emanate molte leggi a riguardo, oltre al diffondersi di una mentalità generale, di un pensiero comune, che ha finito in certi casi per sconfinare nell’ingiustizia e nella discriminazione al contrario: mi riferisco, ad esempio, alle cause di tipo matrimoniale, dove i giudici tendono quasi sempre a dare ragione comunque alla moglie, alla quale vengono affidati non solo i figli ma anche la casa coniugale, il mantenimento ecc., mentre il marito si vede spesso privato di tutto, rovinato economicamente e costretto persino a dormire in macchina perché non ha più un alloggio. Questo lo dico tanto per ricordare che le ingiustizie e le violenze accadono nei confronti di entrambi i sessi, non di uno soltanto.
Ma lasciamo perdere questo argomento, perché nel presente post intendo riferirmi ad altro, ad un’abitudine cioè di recente introduzione che si allinea al cosiddetto “politically correct” tanto in voga oggi; un’abitudine che, pur di eliminare ciò che in certi ambienti si ritiene una discriminazione, va addirittura a finire nel ridicolo. Mi riferisco a quello che io chiamo “femminismo linguistico”, una moderna aberrazione che fa violenza alla nostra lingua in nome di un presunto rispetto del genere femminile, rispetto del quale non c’è affatto bisogno. Così, nell’illusione di dare alle donne la stessa importanza sociale degli uomini, si sono creati orrendi neologismi che fanno a pugni con la lingua italiana, la quale non li ha mai previsti finora: per ricordarne solo alcuni cito “la ministra”, “la sindaca”, “la prefetta”, “la questora” (pare di risentire la famosa battuta di Totò in un suo celebre film: “Che mi portate in questura dal questore a quest’ora?) e via dicendo. Questi nuovi sostantivi sono ridicoli perché non previsti dalla lingua in quanto queste funzioni, in passato, erano esercitate solo da uomini; adesso ben venga la novità, ma non c’era affatto bisogno di questi mostri linguistici, poiché chi li ha creati non ha tenuto conto del fatto che le differenze sessuali ce l’hanno le persone ma non le cariche e le istituzioni; perciò si potrebbe e si dovrebbe continuare benissimo a dire “il ministro”, “il sindaco”, “il prefetto” anche se queste funzioni sono ricoperte da donne, nessuno toglierebbe a queste persone la loro dignità. In altri casi la lingua prevedeva già il passaggio dal maschile al femminile, e quindi è lecito usare entrambi i termini: si è sempre detto, infatti, “avvocatessa”, “professoressa”, “deputata”, “senatrice” ecc., anche se si potrebbe pure in questi casi continuare ad usare il maschile, sempre perché la persona ha il sesso, ma non la funzione. Nella scuola, ad esempio, si usa dire “la preside” se il Dirigente è donna, ma non sarebbe affatto necessario, perché il termine “preside” o, più di recente, “dirigente” indica anch’esso una funzione, e come tale non ha sesso. Nella mia carriera di docente, tanto per fare un caso personale, ho avuto per lungo tempo una dirigente donna la quale si faceva chiamare normalmente “la preside”, ma che usava invece definirsi al maschile (“il preside”) quando voleva riaffermare la sua autorità. Anche il termine “presidente” può essere usato al maschile anche quando si tratta di una donna, e appare quindi grottesca ai miei occhi l’ostinazione della signora Boldrini a far ristampare tutte le carte intestate riguardanti la Camera dei deputati, con notevole spreco di denaro, perché voleva che in calce ci fosse scritto “la presidente” al femminile. Si tratta di un femminismo sciocco, di facciata, che non cambia nulla, è assolutamente inutile e linguisticamente errato.
Da alcuni anni questo assurdo femminismo linguistico ha lanciato anche un’altra pretesa altrettanto grottesca, quella cioè di inserire sempre il femminile accanto al maschile, o addirittura prima di esso: così si è cominciato a dire “le cittadine e i cittadini”, “le studentesse e gli studenti” (celebre il famigerato Statuto di Berlinguer che si intitola proprio così), “le spettatrici e gli spettatori” e così via. Questa usanza è ancora più stupida di quella ricordata prima, è un’altra aberrazione del cosiddetto “politically correct” che va per la maggiore ma che non denota altro se non l’ignoranza di chi propone e adotta cose simili, poiché si dovrebbe sapere che in tutte le lingue del mondo, antiche e moderne, il maschile riassume anche il femminile: perciò, se dico che alle prossime elezioni voteranno “tutti i cittadini”, io intendo uomini e donne, senza alcun bisogno di ulteriore specificazione; se dico “i miei studenti” intendo tutti, maschi e femmine, pur in una scuola come la mia dove le ragazze sono in netta maggioranza. Questa usanza è solo un inutile orpello atto a complicare le cose e rendere più faticosa l’espressione di chi parla o scrive, senza che ve ne sia alcuna necessità pratica. Non è così che si difendono realmente i diritti delle donne ad essere considerate pari agli uomini, un principio sacrosanto nella nostra società che non ha bisogno di continue riaffermazioni. Tanto più quando a farne le spese è la nostra povera lingua italiana, già umiliata e offesa dagli anglicismi e da tanti altri usi distorti che già in altri post ho ricordato.

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6 commenti

Archiviato in Attualità

6 risposte a “Il femminismo linguistico, altra aberrazione dei giorni nostri

  1. Maria Usai

    Ha perfettamente ragione! La versione femminile di nomi inerenti cariche o professioni fino a non molto tempo addietro di pertinenza esclusivamente maschile sono brutte e, peggio, sanno di sfottò. Ben vengano le donne sindaco, deputato, generale o prefetto, ma lasciamo il genere, riferito alla carica e non al sesso, così com’è. Generalessa e sindachessa nel XIX Secolo non erano l’alto ufficiale o il primo cittadino in gonnella, bensì le consorti delle rispettive autorità; oltretutto il termine non aveva quasi mai accezione positiva, attribuendosi a signore che gli alti incarichi ricoperti dai mariti rendevano sovente petulanti e boriose. Tornando ai tempi d’oggidì, architetta lo trovo vagamente sconcio, ministra fa pensare alla minestra, avvocata, magistrata, ingegnera suonano malissimo. Perchè poi, per estendere il diritto al politically correct anche ai maschietti dovrei chiamare farmacista chi mi vende le medicine anche se è attrezzato di barba e baffi? Guardia, vedetta e sentinella, prima della recente apertura della carriera militare alle donne, erano esclusivamente uomini, ma nessuno si sognava di trasformarli in guardio, vedetto e sentinello! registri vocali, che appartengano a uomini o a donne sono e saranno sempre maschili o la Ricciarelli diventerà soprana e Milva contralta? Le recenti aperture di Papa Francesco alle donne nella liturgia creeranno la figura della preta? Mi auguro di no. E non per motivi teologici o dottrinali: semplicemente perchè dalle mie parti (sono sarda) “preta” significa scarafaggio…

    • Apprezzo moltissimo il suo commento, che oltretutto ha aggiunto alcuni corollari al mio, come la menzione di termini ridicoli come “magistrata”, “ingegnera”, “avvocata” ecc, che rappresentano funzioni che non hanno sesso e quindi debbono essere usate al maschile anche quando sono ricoperte da donne. Del resto come lei giustamente nota, esistono anche termini femminili come “guardia”, “sentinella” ecc. che nessuno si è mai sognato di volgere al maschile. Io però, per la verità, ho sentito al mio paese dire spesso “il guardia” con un’operazione analoga a quella che avviene nel greco antico, lasciare cioè il sostantivo al femminile ma mettere l’articolo al maschile, visto che si tratta di un uomo. Anche questo uso è improprio, ma senz’altro migliore dello sconcertante femminismo linguistico che strazia la nostra lingua.

  2. Caro collega, il suo articolo è davvero illuminante! Da anni (forse decenni a dire il vero) mi batto contro quest’uso aberrante del femminile a tutti i costi e vengo ripetutamente attaccata in modo anche sprezzante.
    Proprio qualche giorno fa un mio commento relativo al probabile uso di “architetta” ha scatenato un ble pò di polemiche.
    Si discuteva proprio sull’opportunità dell’uso del termine “sindaca”, che per me equivale solo alla terza persona singolare del presente indicativo del verbo sindacare. Mi rifiuto di attribuirlo ad una donna sindaco. La mia città ha un sindaco e che si chiami Virginia Raggi o Ignazio Marino per me non fa differenza.
    Per farla breve dissi che il termine “architetta” sarebbe servito solo a trasfomare un tetto in una tetta e che a quel punto sarebbe stato meglio chiamarla archivolta o architegola, evitando fraintendimenti osceni o comunque di palese cattivo gusto.
    Sono biligue e con tutto il rispetto alla lingua italiana preferisco la democraticità dell’inglese, perchè ovunque sia stata negli Stati Uniti mi hanno sempre chiamato professor e se insegnassi in paesi anglofoni gli studenti di liceo mi chiamerebbero teacher. Preferisco la civiltà linguistica di paesi in cui un sindaco è sempre major, un avvocato lawyer e un presidente president.
    Gli Italiani riescono sempre a complicare e a burocratizzare anche le cose più semplici. Sarà forse “colpa” del barocco spagnolo e dei rimasugli della dominazione del ‘600?

    • Non credo c’entri molto il barocco del ‘600: è il cosiddetto “politically correct”, un’aberrazione anglosassone penetrata qui da noi, che impedisce di chiamare le cose con il proprio nome. Così, credendo di proteggere l’onorabilità di certe persone o categorie, scadiamo spesso nel ridicolo.

  3. Michele De

    Discorso molto lungo, io comunque sono sempre per l’opinione che “l’uso fa la regola”, il fatto è che noi siamo abituati da sempre a parlare di maestra, professoressa, segretaria, infermiera, sarta, dattilografa, bidella, operaia, impiegata, commessa, mentre fino a pochi decenni fa in Italia si parlava quasi sempre solo di uomini che avevano la carica di preside, avvocato, sindaco, assessore, senatore, deputato, ministro, presidente. Dovremmo affermare che c’è una regola che solo i lavori “umili” possono essere declinati anche al femminile mentre i nomi di funzioni più “alte” possono essere solo usati al maschile anche se ci si riferisce a donne? No, semplicemente siamo in una situazione inedita e dovremmo aspettare un po’ di decenni per capire se c’è una posizione di maggioranza nell’uso. Certo io sono contrario a decisioni “per decreto”, come accaduto al volume “Il sessismo nella lingua italiana” di Alma Sabatini pubblicato per la Presidenza del Consiglio dei Ministri e Commissione Nazionale per la Parità e le Pari Opportunità tra uomo e donna nel 1987.

    • Grazie per avermi ricordato il volume “Il sessismo nella lingua italiana”, che sono andato a leggere seguendo il link da lei apposto e che ho trovato francamente ridicolo e animato da un femminismo stantìo e penoso. I diritti delle donne non si difendono cambiando la lingua e dicendo “architetta, ministra, pretora, cavaliera” ecc, che è una buffonata, ma cambiando la mentalità delle persone.

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