Docenti anziani sulla via del tramonto

Il titolo di questo post è triste, lo riconosco; è frutto di un momento di sconforto che tutti gli anni mi prende dopo gli scrutini finali delle mie classi, svolti e conclusi in maniera del tutto diversa da come io avrei voluto. Ma quest’anno, all’amarezza solita, si aggiunge il profondo disagio di vivere in una realtà – la scuola italiana – che non è più quella che era quando ho cominciato ad insegnare, una scuola dove le norme imposte dall’alto stanno distruggendo quel poco di buono che in tanti anni eravamo riusciti a costruire con il nostro impegno, la nostra professionalità, il nostro amore per l’educazione e la formazione dei giovani. La tendenza attuale è quella di privilegiare la forma sulla sostanza, l’immagine sulla realtà effettiva, la quantità sulla qualità. In questa nuova realtà della scuola io, che ho cominciato 36 anni fa a fare questo mestiere, non mi riconosco più; e dopo aver vissuto quest’ultimo anno scolastico che si è appena concluso, comincio a cambiare idea su ciò che fino a poco tempo fa avevo sostenuto, cioè di non chiedere mai la pensione finché non vi fossi dovuto andare per forza di legge. La delusione è grande, e ad essa si accompagna la constatazione che forse è meglio lasciare il posto ai colleghi giovani, formatisi quando le cose erano già cambiate di molto rispetto ai tempi miei e quindi più capaci di vivere e respirare in un ambiente in cui quelli come me si sentono come pesci fuor d’acqua.
Le riforme che si sono succedute dall’inizio del nuovo secolo in poi hanno affossato quanto di buono e di concreto esisteva prima. Già l’aver definito la scuola “azienda”, gli studenti “utenti” e il preside “dirigente” qualifica il nuovo stato di cose: sì, perché le parole sono importanti e non vengono attribuite a caso; e così quella che era un’istituzione educativa e formativa è stata trasformata in un organismo commerciale che segue le leggi del mercato. L’immagine esterna di una scuola ha prevalso sulla qualità dei suoi insegnanti, nel senso che un progetto ben riuscito a livello territoriale ha certamente più risonanza di un gruppo di docenti che lavora con coscienza e competenza nelle proprie classi; l’attività di orientamento verso i futuri studenti non si è più fondata sull’eccellenza dell’insegnamento, ma si è cercato di attrarre i ragazzi proponendo gite, scambi culturali e progetti vari, e ciò ha provocato il fatto che molti studenti si sono iscritti a certi corsi senza avere le capacità o le attitudini per potervi riuscire ma solo perché attratti da queste attività complementari. Ancor oggi vige la norma della quantità: ogni scuola è contenta se aumenta il numero dei propri iscritti, prescindendo del tutto dalle loro qualità e disponibilità ad apprendere. Basta fare numero, tutto il resto non conta. Ed in base a questo principio molti scrutini sono diventati delle farse vergognose, in cui si assiste a promozioni assolutamente immeritate soltanto perché altrimenti “si perdono le classi”. Guai per un docente ad essere non dico severo, ma semplicemente a distribuire i voti secondo il merito: non si può fare, bisogna assegnare soltanto valutazioni alte, altrimenti a quella scuola o a quell’indirizzo gli alunni non si iscrivono più. E così arrivano a diplomarsi autentici asini, perché il buon nome di una scuola, secondo la concezione attuale, si mantiene solo se tutti o quasi sono promossi a pieni voti. La qualità non conta più, conta solo il numero e l’immagine esterna.
L’esame di Stato, così come fu istituito nel 1999 dal ministro Berlinguer, è diventato una pagliacciata cui ormai nessuno crede più. Gli studenti vengono ammessi comunque all’esame, anche con insufficienze che miracolosamente diventano sufficienze. I voti di ammissione lievitano in modo altrettanto prodigioso, di modo che chi si aspettava un sette si ritrova, senza sapere come, un otto o un nove; ed anche questo fenomeno è dovuto alla concezione aziendalistica e pubblicitaria che della scuola domina attualmente, per cui molti docenti credono che quanti più voti alti avranno al termine dell’esame, tanto più il loro istituto e loro stessi ne acquisteranno in prestigio, come se il valore di un docente fosse proporzionale ai voti dei suoi alunni. E questa falsa credenza, del tutto consona all’immagine della scuola-azienda, trova terreno fertile nel meccanismo di valutazione degli alunni che, fin dal terzo anno, prevede l’assegnazione di un certo punteggio di credito scolastico (che verrà conteggiato assieme alle prove d’esame) proporzionale alla media dei voti. Accade così che ad alcuni alunni che presentano una media buona, ma non eccellente, vengano aumentate arbitrariamente le valutazioni delle singole materie (provocando, tra l’altro, disparità con gli altri studenti) pur di far loro raggiungere la fascia superiore di credito. Le valutazioni vengono così alterate in modo sensibile, presentando alla commissione d’esame classi largamente sopravvalutate rispetto alla realtà. Ciò avviene più o meno in tutte le scuole, con grave danno della giustizia e della verità.
Ma la mia delusione deriva anche dall’ultima mazzata che è caduta sulla testa degli operatori scolastici, cioè la riforma del governo Renzi, che solo ironicamente si può chiamare “la buona scuola”. In essa sono contenute norme che finiranno per affossare totalmente quel poco di buono che ancora è rimasto in questa sciagurata istituzione. Tale riforma ha accentuato ancor più, come se ve ne fosse stato bisogno, la visione aziendalistica e mercantile del sistema educativo, che di questa concezione dovrebbe essere l’esatto contrario. Viene confermata e rafforzata l’ormai ben nota ed infausta infatuazione ministeriale per l’informatica e la tecnologia, tanto che di recente un cialtrone di sottosegretario ha auspicato addirittura l’uso degli smartphones in classe. Ma il colpo più grave che colpirà la qualità degli studi non è tanto questo, quanto la famigerata alternanza scuola-lavoro, diventata obbligatoria anche per i Licei per 200 ore nell’arco dell’ultimo triennio. Questo nuovo impegno, del tutto inutile per chi dovrà conciliarlo con la cultura del pensiero e dell’astrazione che dovrebbe essere fornita dai nostri Licei, porterà via molto tempo allo studio ed all’impegno personale dei ragazzi, perché non si può pensare che tutte queste ore possano essere svolte solo nei periodi di vacanza. Dovremo perciò accorciare ulteriormente i già miseri programmi, vedere aumentare a dismisura il numero delle assenze degli studenti, i quali andranno anche giustificati per le verifiche perché i giorni precedenti, impegnati come saranno in queste attività, non avranno potuto prepararsi. Chi, come il sottoscritto, insegna nel triennio di un Liceo, vedrà il proprio lavoro dequalificato e sminuito fino al punto da perdere ogni interesse nell’insegnamento. Forse i colleghi più giovani, meglio di noi inseriti in questo nuovo modo di concepire la scuola, potranno adattarvisi meglio, ma chi ha iniziato a fare questo lavoro quando la scuola era veramente scuola e non un’accozzaglia di attività eterogenee com’è oggi, troverà come unica soluzione ai suoi problemi quella di chiedere la pensione. Ma anche l’aspetto che mi aveva fatto salutare positivamente la riforma Renzi-Giannini, cioè il riconoscimento del merito individuale degli insegnanti attraverso il famoso “bonus” economico, non mi convince più: vedendo infatti i criteri, compilati dai comitati di valutazione delle singole scuole, in base ai quali questo “bonus” sarà assegnato, ci si accorge che tutto viene considerato tranne la preparazione e la qualità didattica del docente. Si fa menzione di collaborazione con il Dirigente, di progetti realizzati a vario titolo, di corsi di aggiornamento informatici, di titoli pedagogici ecc., ma non si tiene conto della validità culturale e dell’efficacia formativa del docente, col pretesto che queste caratteristiche sono difficili da misurare. Non sono d’accordo, perché in ogni istituto, in ogni territorio, si sa benissimo quali sono i docenti più seri, preparati e impegnati nel loro lavoro e chi invece sa fare magari progetti e chiacchiere, ma che in classe realizza ben poco. Basterebbe informarsi. Il problema è che chi fa progetti dà visibilità immediata alla scuola, chi ben insegna lavora invece nell’ombra e solo pochi sanno rendergliene merito. E siccome in questa società l’immagine esteriore è quella che conta e la scuola diventa un prodotto da pubblicizzare come un’automobile o una mozzarella, c’è ben poca speranza che le cose possano andare per il verso giusto.

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13 commenti

Archiviato in Politica scolastica, Scuola e didattica

13 risposte a “Docenti anziani sulla via del tramonto

  1. Rodolfo Funari

    Caro Massimo, mi trovi del tutto concorde con le tue valutazioni sconfortate; anzi, se potessi parlarti a voce, sentiresti parole ancora più sconfortate e dure di quelle che tu stesso hai usato. Bisognerebbe invitare, forse anche dalle colonne del tuo blog, la persone di buona volontà a recarsi negli uffici comunali e mettere la propria firma per l’iniziativa referendaria contro la “buona scuola” (fino al 25 giugno). Anche in questo hai ragione: il nome dato dal nostro istrionico capo-banda, ossia “buona scuola”, suona di un’ironia stolida e beffarda. Sembra cadere come una maledizione su questo popolo rassegnato, impotente, che fra poco tempo non avrà più neppure le armi della critica contro il massacro della cultura e dell’intelligenza che va compiendosi nel nostro Paese.
    Rodolfo Funari

  2. Roberto Esposito

    Sono d’accordo con le sue riflessioni, ma ciò che non condivido é la vostra totale avversione verso l’informatica e la tecnologia in generale. Dal mio punto di vista l’informatica (in particolare la programmazione) dovrebbe essere insegnata fin dalle medie se non prima; i bambini devono imparare a sfuttare al meglio i prodotti tecnologici che usano quotidianamente. La programmazione in particolare aiuta a ragionare tanto quanto il latino o il greco e permette di comprendere il funzionamento di tutto ciò che ci circonda di tecnologico. Lei sarà sicuramente d’accordo che la grammatica della nostra lingua vada insegnata ai bambini sin da piccolini siccome é importante saper parlare bene l’italiano; lo stesso vale per l’informatica, infatti, come ha più volte affermato nel suo blog, noi siamo assuefatti dall’uso di smartphone, computer, ecc. ma li utilizziamo in modo passivo, senza comprendere come funzionino e come vadano utilizzati correttamente, un po’ come chi parla l’italiano senza conoscere le regole grammaticali. Un’altra cosa: generalmente forestierismi come smartphone, iPhone, computer ecc. non richiedono la “s” finale se intesi al plurale.
    Cordiali saluti

    • Forse non mi sono espresso bene: io non sono di principio contrario all’informatica e alla tecnologia; pensi che nel 2000 (cioè 16 anni fa) io, docente di latino e greco, avevo già un sito web costruito da me personalmente col linguaggio HTML quando molti miei colleghi non sapevano neanche accendere il computer. Io dico soltanto che le nuove tecnologie possono sì essere utili, ma sono soltanto strumenti che non possono sostituire l’intelligenza e la volontà umane: se lei prende uno studente asino e svogliato e gli dà un tablet o una lim, non diventerà per questo capace e volenteroso, ma sempre asino rimarrà. L’utilità e l’importanza della tecnologia è stata enormemente esagerata da molti di noi e anche da chi ci governa, forse per loschi intrallazzi con le aziende produttrici di hardware e software. Quanto ai forestierismi, non sono d’accordo con quanto lei dice: se le parole si usano al plurale vanno messe al plurale anche nella loro lingua originale; altrimenti – e sarebbe molto meglio – usiamo l’italiano, che è una lingua bellissima e non inferiore a nessun’altra.

  3. Che dire? Tutto da condividere e niente da aggiungere, purtroppo; se non, per quello che mi riguarda, che la “Buona scuola” si è aggiunta, come beffa al danno, alla legge Fornero che mi allunga di due anni almeno questo calvario… col risultato che i prossimi due anni cercherò di evitare come la peste perfino l’incarico, apparentemente innocuo, di coordinatore delle terze e delle quarte, perché lì bisogna occuparsi dell’ alternanza scuola-lavoro di cui nulla so pianificare/organizzare né mai nulla, fino alla pensione, vorrei personalmente sentir parlare…

  4. Anch’io la penso esattamente come te, e con grande rammarico sto cambiando idea anche riguardo alla pensione: fino a poco tempo fa la vedevo come uno spauracchio, mentre adesso mi pare l’unica soluzione a questo stato di cose, a questa soffocante burocrazia nella quale non mi riconosco più. Neanche io mi intendo di alternanza scuola-lavoro, ma ne vedo già adesso le pesanti conseguenze sulla didattica ed in generale sull’organizzazione e l’efficacia del nostro lavoro.

  5. Luisa

    Caro collega, leggendo il tuo commento in molti passaggi mi sono rispecchiata appieno, con tutto il rispetto per la preparazione dei “novelli” colleghi ma se mi guardo intorno nell’ambiente scolastico sento tanti bla, bla……logorroici e…nulla più

    • Certo, ma la colpa di questi bla, bla non è tanto dei colleghi più giovani, quanto della mentalità attuale che vede la scuola come un prodotto commerciale da pubblicizzare, un’azienda come le altre, e quindi l’immagine esterna conta molto più della sostanza. A questo noi “anziani”, abituati ad un’altra concezione della cultura e dell’insegnamento, non riusciamo ad adattarci e quindi, benché non ci mandino in pensione,, siamo destinati ad essere “rottamati”, a restare lì come cariatidi fisse e immobili… In pratica, a non contare più nulla.

  6. Non è una questione di età, ma di forma mentis. Ho “solo” 44 anni e condivido tutto ciò che è stato scritto. Se potessi andrei in pensione, ma dato che non posso a breve chiederò part-time e nel tempo “libero” mi dedicherò ad un’altra occupazione. Come diceva Einstein, è tutto relativo… undici anni di ruolo possono essere pochi o tanti… dipende da come si sono vissuti.

    • Alla pensione le conviene non pensarci nemmeno, visto che le mancano vent’anni, o giù di lì. Quanto al part-time, credo che le farebbe bene, visto gli interessi che mostra di avere e che ho potuto vedere sulla sua pagina di facebook. Buone vacanze!

      • Credo che il part-time farebbe bene a tutti, tant’è che nel nord Europa hanno già iniziato a ridurre le ore di lavoro. La Danimarca pare sia risultato il paese più felice d’Europa e credo abbiano ragione, a giudicare dai servizi ai cittadini.
        Non sono nata docente e non morirò tale… preferisco studiare. Ritengo sia molto più costruttivo. Per la pensione minima basta aver accumulato vent’anni di contributi e poi attendere (pazientemente, magari facendo altro) i 67 anni (pare sia questa l’età decisa dalle alte sfere). Si può sempre cambiare vita, lavoro, città. Non è facilissimo, ma si può almeno provare. Almeno per quanto mi riguarda a quasi 40 anni ho deciso di ricominciare. La mia riconversione (per dirla con terminologia “aziendale”) non è ancora finita. Per ora ho cambiato città, regione, situazione familiare, studi, tipo di scuola. Alla pensione ci penso, ma in termini costruttivi.
        Buone vacanze anche a Lei.

  7. Per il part-time, così come per cambiare lavoro e interessi, occorre avere una situazione economica florida, o almeno solida. Io non me lo potrei permettere. Non ho mai chiesto il part-time, ma nonostante gli impegni scolastici ho trovato il tempo di continuare il lavoro di ricerca nelle mie discipline e di scrivere persino un’intera storia e antologia della letteratura latina. Volere è potere.

  8. Paol

    Ho commentato l’ultimo post da lei inserito, stavolta intervengo in merito ad un articolo meno recente ma che comunque mi ha molto interessato. Mi rendo conto della sua situazione, comprendo purtroppo l’entusiasmo sempre meno vivo nei confronti della sua professione; e condivido pienamente quanto esprime nella seconda parte del post. Mi soffermo in particolare sul discorso dell’alternanza scuola-lavoro. Frequentando quest’anno il 4° anno del Liceo Scientifico, l’anno scorso ho dovuto prendere parte alle attività di alternanza, che tra l’altro sono state organizzate dalla mia scuola tra Maggio e Giugno; e chiaramente dovrò proseguire il percorso anche quest’anno e l’anno prossimo. Posso confermare che, almeno per quanto riguarda i licei, questa misura è solo un adempimento di una inutile formalità, che sottrae tempo al già limitato monte orario delle discipline per dedicarlo a progetti nel 70% dei casi poco attinenti al nostro percorso di studi; tra l’altro, crea per noi studenti non pochi problemi organizzativi, legati al trasporto (non garantito dalla scuola), alla frequenza delle lezioni e soprattutto al tempo da dedicare allo studio. Come si può pretendere di lasciare invariati i programmi quando 200 ore vengono sottratte in questa maniera? Come possono i docenti esaurire tutti gli argomenti, e gli studenti tenersi al passo con ritmi di spiegazione necessariamente più battenti? Questo resta un interrogativo che al Ministero dovrebbero porsi, riflettendo su come direttive piovute dall’alto per uniformarsi (male) a prassi europee possano incidere negativamente sulla realtà, ben diversa, della scuola italiana.

    • Caro Paolo, al Ministero questi interrogativi non se li pongono, impegnati come sono a sottomettere la scuola alle leggi del mercato, facendone un’azienda e costringendola a pubblicizzarsi come si fa con le automobili o i prodotti alimentari. Comunque non sarebbe male se lettere come la tua, sottoscritte da tanti studenti, arrivassero sui tavoli ministeriali, in modo che si rendessero conto di quanto sia assurda ed inutile questa alternanza scuola-lavoro che hanno imposto anche ai licei.

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