La “buona scuola” si sta rivelando un fallimento

Quando, il 13 luglio dello scorso anno, fu definitivamente approvata la legge 107 detta della “buona scuola”, le aspettative degli addetti ai lavori erano molto varie: c’era chi prevedeva una nuova catastrofe calata dall’alto sul mondo dell’istruzione e chi invece, come il sottoscritto, nutriva qualche speranza di veder migliorare, o almeno non peggiorare, la situazione precedente. Alcune disposizioni di quella legge a me parevano positive, come ad esempio la valorizzazione del merito dei docenti, che avrebbe dovuto porre fine allo squallido egualitarismo che, pagando e considerando tutti alla stessa stregua, mortificava i meritevoli a vantaggio dei nullafacenti; da parte mia, inoltre, io non vedevo di malocchio neanche la facoltà dei Dirigenti di scegliere i docenti da un ambito territoriale, perché credevo che sarebbe stato interesse dei presidi non svilire la propria scuola mediante l’assunzione di amici o parenti incompetenti, nella convinzione che il clientelismo ed il nepotismo, mali eterni del nostro Paese, non avrebbero potuto guastare un ambiente ed una professione in cui la competenza ed il merito sono essenziali.
Alla prova dei fatti, cioè a distanza di quasi un anno dall’approvazione della legge, il mio giudizio si è purtroppo modificato, proprio a partire da quegli aspetti che consideravo positivi, soprattutto il primo. Il cosiddetto “bonus” da assegnare ai docenti è di per sé una buona cosa, ma temo che non in tutti i casi la sua concessione avverrà in maniera giusta ed equilibrata: il Comitato di valutazione costituito in ogni scuola, infatti, dovrà soltanto formulare i criteri per la scelta dei beneficiari, ma l’ultima parola spetterà poi ai Dirigenti, i quali potranno anche tenere in poco conto il lavoro del comitato stesso. Qual è dunque il rischio che incombe? Non tanto il clientelismo o la preferenza per gli amici ed i parenti, quanto il fatto che probabilmente i Dirigenti saranno propensi a premiare quei docenti che hanno collaborato con loro nell’organizzazione di progetti, eventi e manifestazioni varie, certamente utili per l’immagine esterna della scuola ma che poco hanno a che vedere con la competenza e la professionalità del docente, la quale si manifesta in classe, nel lavoro quotidiano con gli studenti e nella preparazione da questi ricevuta. Questo timore non è soltanto mio, perché anche i siti web dedicati alla scuola hanno affacciato questa possibilità, che cioè docenti veramente preparati e didatticamente efficaci, magari con molti titoli di vario genere, siano esclusi dal beneficio, anche perché è piuttosto difficile “misurare” qualità di questo tipo, mentre attività di collaborazione come quelle sopraddette sono oggettivamente più “visibili”.
Su questo che credevo fosse l’aspetto migliore della riforma comincio quindi a nutrire qualche dubbio. Ma altri aspetti di questa legge si sono rivelati inopportuni e persino errati, frutto di una visione parziale e imprecisa della scuola, di cui si è ritenuto di poter risolvere i problemi senza conoscerli a fondo. Il primo, quello sbandierato dal Governo come avviato a totale soluzione, è quello del precariato, sul quale la legge ha mancato completamente l’obiettivo: il mezzo utilizzato infatti, quello del cosiddetto “organico potenziato” si è rivelato un bluff, perché questi docenti assunti in più rispetto ai posti disponibili, che significano oltretutto stipendi a carico dello Stato, sono di fatto sottoutilizzati ed a volte addirittura li vediamo girovagare per i corridoi senza far nulla. Possono coprire le assenze dei titolari per un massimo di 10 giorni (e perché, poi, solo dieci?), ragion per cui se in una scuola un docente si assenta per un periodo più lungo diventa indispensabile nominare un supplente, e quindi il precariato continua come prima; e ciò avviene anche se nella classe di concorso del docente che si assenta non è stato assegnato personale “potenziato”, oppure se i docenti assenti sono in numero maggiore di quelli disponibili per la loro sostituzione. Un’equa ed intelligente utilizzazione dei docenti del “potenziato” avverrà soltanto se costoro saranno assegnati alle classi in parziale sostituzione dei titolari attuali, perché è assurdo e grottesco che i docenti già in servizio nella scuola, magari con non pochi anni sulle spalle, si debbano sobbarcare le 18 ore di lezione, la correzione dei compiti, la preparazione delle lezioni e quant’altro mentre questi colleghi “potenziati”, baldi giovani con il sacro furore dell’insegnamento, se ne stanno in sala docenti a giocare con il cellulare o a leggere il giornale. Sembra strano, ma adesso le cose vanno proprio così.
Per non allungare troppo questo post, che è già pletorico di suo, aggiungerò soltanto poche parole su un altro aspetto della legge che rischia di rivelarsi inutile, anzi dannoso per il corretto funzionamento della scuola. Alludo alla contraddizione che c’è tra i nuovi programmi ministeriali, sempre più ampi e articolati (si pensi alla matematica ed alla fisica, dove sono stati inseriti contenuti nuovi in aggiunta a quanto già c’era) e la volontà del governo di impegnare gli studenti in sempre nuove attività come la famigerata alternanza scuola-lavoro, che da quest’anno investe anche i Licei. A mio giudizio una tale attività è ben collocata presso gli istituti professionali e tecnici, che (almeno in teoria) dovrebbero preparare i loro studenti ad un immediato ingresso nel mondo produttivo, ma non presso i Licei, la cui formazione è soprattutto culturale e finalizzata al pensiero autonomo ed all’astrazione, il che c’entra poco o nulla con la fabbrica, l’ufficio o il laboratorio. Va poi detto che con questo peso aggiuntivo i nostri studenti, che spesso si trovano in difficoltà già adesso per sostenere il peso delle materie scolastiche, saranno oberati da così tanti impegni che il loro rendimento non potrà che risentirne pesantemente: se uno studente va il pomeriggio a svolgere un’attività lavorativa (e succederà, perché 200 ore in tre anni non sono poche!) il giorno seguente sarà inevitabilmente impreparato perché, a buon diritto, non avrà potuto studiare. Così il livello culturale dei nostri Licei finirà inevitabilmente per abbassarsi ulteriormente.
A conclusione di questo articolo, un’ultima osservazione su un’altra assurdità di questa nuova concezione che il nostro governo mostra di avere sulla scuola. Nel concorso a cattedre attualmente in svolgimento (non si sa per quali posti, visto che c’è già tanto personale in esubero!) gli aspiranti debbono rispondere ad alcuni quesiti in lingua inglese. Mi piacerebbe sapere chi ha avuto questa brillante idea, figlia della sciocca esterofilia che da tanto tempo ha contagiato il nostro Paese. Se (per assurdo) io dovessi sostenere adesso il concorso, mi rifiuterei di aderire a questa farsa, e direi ai miei esaminatori di essere disposto sì a rispondere ai quesiti in inglese, ma quando sarò certo che a Londra i concorsi scolastici prevedono domande in italiano.

Annunci

16 commenti

Archiviato in Attualità, Politica scolastica, Scuola e didattica

16 risposte a “La “buona scuola” si sta rivelando un fallimento

  1. Rodolfo Funari

    Caro Massimo, condivido il tuo esame, fin troppo benevolo, di una legge che ancora una volta cerca di mandarci gabbati e contenti, a tutto discapito della qualità e della realtà delle cose. Una legge approssimativa, superficiale, che non solo non porta alcun rimedio ai problemi della scuola, ma ne aggiunge di nuovi, e ancora più gravi, come hai ben rilevato.
    Rodolfo Funari

  2. Anonimo

    Salve Prof. Massimo, girovagando sul web in cerca di info sull’alternanza scuola-lavoro sono capitata sul suo blog. Ho una figliola di 15 anni, che frequenta il II liceo linguistico, aggiungo con ottimi risultati.Già così è oberata di lavoro, premetto che da ragazza ho frequentato il magistrale e in contemporanea il conservatorio di musica, ma non ricordo di aver mai avuto una mole di lavoro di tale consistenza come quella che affronta mia figlia ogni giorno. Attraverso le alunne, della mia scuola di musica, ho saputo di questa legge sulla ” buona scuola” e le vedo completamente distrutte. La mole di lavoro è tale che, a causa dell’impegno imposto con l’alternanza scuola-lavoro, non riescono a sostenere i ritmi di studio loro imposti.Ora mi chiedo: giacché mia figlia è minorenne e che il compito della scuola è preparare culturalmente i nostri ragazzi, in qualità di genitore posso oppormi in qualche modo a questa assurda iniziativa, che come conseguenza avrà un drastico peggioramento della preparazione culturale dei nostri ragazzi? Ritengo inoltre che, per i Licei, l’alternanza scuola-lavoro sia un completo fallimento. Sono pronta a scrivere al dirigente dell’Istituto che frequenta mia figlia ed eventualmente a farmi assistere da un legale, ma voglio essere più che chiara, mia figlia deve studiare per crescere e imparare, aprire la propria mente ed essere curiosa e affamata di conoscenza, e quindi non voglio che l’alternanza scuola-lavoro possa impedirle di ottenere tutto ciò e stressarla inutilmente. Le chiedo quindi se, in qualità di genitore, ho la possibilità di tutelare mia figlia o se questa legge assurda me lo vieta. Grazie infinite.

  3. Gentile signora, comprendo il suo risentimento dettato da una logica piu’ che condivisibile, ma purtroppo quando una legge entra in vigore la si deve rispettare, almeno finche’ non ne interviene un’altra a cambiarla. Nel mio articolo ho spiegato perche’ ritengo assurda l’alternanza scuola-lavoro nei Licei, che gia’ sono molto impegnativi per gli alunni. Quello che posso consigliarle e’ sentire il parere degli altri genitori della classe di sua figlia e poi, se siete in maggioranza, far presente al Dirigente scolastico il vostro disagio. Sono certo che un buon Dirigente, senza ovviamente trasgredire la legge, sara’ in grado di trovare una soluzione di compromesso che consenta ai vostri figli di vivere serenamente la loro esperienza scolastica.

  4. Francesco Di Giovanni

    Grande Massimo! Mi associo alla tua analisi! Vorrei solo aggiungere che grazie alla “buona scuola” mi trovo a rifare il corso “neo-assunti” avendo “osato” pur essendo “di ruolo e assunto” passare dalla media inferiore a quella superiore, il tutto dopo aver conseguito altre due Lauree oltre il titolo di accesso, tre abilitazioni, cinque master ed infine il suddetto primo corso neoassunti. Insomma ho al mio attivo quasi trent’anni di studi accademici, ma ormai sono “pezzi di carta” si gioca a chi ne ha di più. Tuttavia non è questo che mi addolora. Mi spiace soprattutto per questi ragazzi che cercano di insegnare oggi, volenterosi e spesso pieni di talento. Hanno meno di trent’anni e già sono in queste paludi, con tutti i loro sogni, le loro giuste ambizioni. E’ veramente uno schifo… vite “quasi spezzate”! A me i politicanti potranno disturbarmi ancora per qualche misero anno, poi sarò fuori per limiti di età, e avrò ancora “quel che resta della mia gioventù” perché essendo un eterno Peter Pan, reggo le ingiurie del tempo molto, molto meglio di loro, che umanamente sono veramente dei…. poveracci!
    Come sempre cari saluti,
    Francesco Di Giovanni

    • Tu hai messo il dito in un’altra piaga, una delle tante da cui la nostra scuola e’ affetta. Le speranze dei giovani, alcuni dei quali peraltro sono molto bravi e coscienziosi, sono destinate a restare in gran parte deluse, per colpa di leggi sbagliate succedutesi negli anni, le quali hanno immesso in ruolo, molto spesso, gente incompetente senza mai accertarne veramente la preparazione. E poi, come se non bastasse, c’e’ anche la legge Fornero che tiene le persone al lavoro fino a 70 anni, o quasi. In queste condizioni quando mai questi giovani potranno avere opportunita’ concrete?

  5. Maria Usai

    A quando una legge che riporti la scuola al ruolo che le compete, cioè…essere scuola?

  6. Guido La Vespa

    Gentile prof. Rossi, per la prima volta da quando seguo il suo blog mi trovo in disaccordo con una sua affermazione (concordando con tutto il resto del suo come al solito ineccepibile articolo); in particolare, l’ultima relativa ai quesiti in lingua inglese.
    Purtroppo va rilevato come l’inglese sia ormai diventato la lingua franca – il nuovo latino, se mi permetterà questa comparazione – in qualunque comunità scientifica e il principale mezzo di accesso al sapere dei tempi odierni. Non sapere l’inglese oggi sarebbe come non comprendere il latino nel Rinascimento o nei secoli successivi, quando qualunque pubblicazione di qualsiasi materia era scritta in quella lingua. Per un futuro docente, non conoscere l’inglese è un handicap non da poco perché non potrà fruire delle nuove informazioni (e ormai sono la stragrande maggioranza) codificate in quella lingua, e non potrà nemmeno aggiornarsi, e neppure aiutare i suoi allievi (sempre più destinati ad una vita cosmopolita) ad orientarsi nel mondo. Perlomeno in ambito scientifico (non so in quello umanistico), non sapere l’inglese è pressoché impossibile. Non si tratta di esterofilia, ma di una inevitabile constatazione. Cordiali saluti,

    • Non c’è nulla di male a non essere d’accordo con me; ho aperto questo blog proprio per suscitare un dibattito di idee ed opinioni, che per forza di cose non possono essere tutte uguali. Riguardo a quanto scrive le dico che io non ho niente in contrario allo studio dell’inglese, che è oggi importante per i giovani e anche per i meno giovani; quello che non mi piace è la volontà diffusa di rinunciare alla nostra lingua italiana – che è la più bella del mondo – per accogliere parole inglesi quando non ve n’è alcun bisogno. E trovo assurdo che un aspirante professore che voglia insegnare greco o matematica sia esaminato in inglese. E’ come chiedere a un aspirante chirurgo di saper suonare il pianoforte: non c’entra nulla.

  7. Vorrei solo aggiungere che contro la “buona scuola” si stanno raccogliendo firme nei vari comuni per un referendum abrogativo di diversi articoli della legge, compreso quello famigerato della ASL (Alternanza Scuola Lavoro) di cui giustissimamente si lamenta qui sopra un genitore…

    • So anch’io di questo referendum, ma francamente ne ho poca fiducia: se non si è raggiunto il quorum in altre consultazioni su argomenti più noti e popolari, non vedo come lo si potrebbe raggiungere in questo caso, visto che della scuola – come vediamo tutti i giorni – l’opinione pubblica si interessa poco, per non dire per nulla.

  8. Teo

    In ogni caso, vorrei precisare che nel concorso attualmente in atto i quesiti in lingua straniera sono solo due su otto complessivi. E giocano un ruolo marginale nell’economia generale del concorso (sono domande di comprensione di un testo con risposte a scelta multipla). Inoltre, non è obbligatorio scegliere l’inglese come lingua straniera in cui sostenere la prova: si può optare anche per tedesco, francese o spagnolo. Riporto questo per puro dovere di cronaca, riservando valutazioni più approfondite sulle procedure di questo concorso (che trovo per vari versi discutibili) ad occasioni future.

    • Grazie per la precisazione. Ma io continuo a pensare che in un pubblico concorso per l’insegnamento, indetto nella Repubblica Italiana, l’unica lingua da impiegare dovrebbe essere l’italiano, tranne ovviamente il caso di aspiranti all’insegnamento di lingue straniere.

      • Per curiosità, sono andato sul simulatore del concorso e ho provato a rispondere alle domande in lingua straniera. Per quanto riguarda l’inglese, io sono di un livello “upper intermediate”: ho risposto giusto a 9 domande su 10.
        Ho poi provato lo spagnolo, lingua che ho iniziato a studiare neanche da un anno e di cui logicamente sono ancora a un livello basso: nonostante ciò, ho azzeccato 5 quesiti su 10.
        Morale della favola: non stiamo parlando di grammatica avanzata. Che nel 2016, in un concorso per docenti, esista una piccola parte dedicata a una lingua straniera mi sembra la cosa più normale di questo mondo. E aggiungo: se oggi, un candidato insegnante non è in grado di rispondere a banali quesiti su UNA lingua a scelta, beh la situazione non è grave: è molto peggio.

  9. Immaginavo che la mia polemica contro i quesiti in lingua straniera avrebbe suscitato divergenze tra i modernisti. Ripeto qui ciò che, con altre parole, ho detto altrove: io non sono contrario allo studio delle lingue, e una persona può studiarne quante vuole, ma giudico inopportuno inserire le lingue straniere in un concorso indetto dalla Repubblica Italiana, per assegnare posti di lavoro in territorio italiano e rivolto a persone che non dovranno insegnare le lingue straniere. Questa è la mia opinione, non pretendo che valga per tutti, ma la ritengo legittima come le altre.

  10. Caro Massimo, invito a guardare anche un mio post sul tema che riprende ed integra questo tuo: https://paolomazzocchini.wordpress.com/2016/05/18/il-punto-sulla-buona-scuola/

    • Caro Paolo, ho letto il tuo post, e lascio qui il link affinché anche altri possano leggerlo. Riconosco che su molte cose hai ragione tu, ma quando io avevo salutato la riforma della “Buona scuola” con una certa disponibilità non l’ho fatto per ingenuità come tu sostieni, ma nella speranza che alcune delle norme in essa contenute potessero avere dei lati positivi. La mia speranza si è adesso molto ridimensionata, ma non si è estinta del tutto. Appena potrò scriverò un altro post sull’argomento.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...