Una generazione tra due fuochi

Molte sono le osservazioni e le affermazioni che si fanno sui giovani di oggi, un argomento molto caro a politici ed opinionisti. C’è chi li denigra considerandoli qualunquisti e dediti soltanto al “carpe diem” ed al divertimento di bassa lega; chi sottolinea il fatto che non hanno ideali e pensano solo ai beni materiali; chi li definisce “bamboccioni” perché spesso vivono in famiglia fino a trent’anni e più, o li critica perché non sanno adattarsi ad accettare impieghi sottopagati o comunque non corrispondenti ai loro studi ed alle loro aspirazioni. Quel che spesso si dimentica chi emette questi giudizi è che le generazioni sono figlie del proprio tempo e della propria società, e che quindi, se i nostri ragazzi trovano difficoltà a realizzare i loro progetti, la colpa non è loro se non in piccola parte, perché sono le condizioni di vita attuali che li inducono a comportarsi nella maniera che vediamo.
Anzitutto va detto che anche noi, tre o quattro decenni fa, avevamo la legittima aspirazione di realizzarci nella vita lavorativa e sociale, ed anche allora chi era laureato non accettava di fare il facchino o la lavandaia; solo che quegli anni, se confrontati a quelli attuali, erano tempi d’oro, nel senso che l’orizzonte che si apriva di fronte a noi, pur dovendosi comunque “fare la gavetta”, era molto più ampio di quanto avviene oggi. Tanto per fare l’esempio personale, io mi laureai in Lettere Classiche nel 1978 e nel gennaio 1980, dopo aver svolto il servizio militare (che allora era obbligatorio) iniziai subito con le supplenze, e l’anno seguente ebbi subito un incarico annuale, che tenni sino alla vincita del concorso ed al passaggio in ruolo. Allora la scuola era in espansione e gli insegnanti mancavano, non come adesso, quando le graduatorie provinciali e di istituto sono lunghissime (specie nelle discipline letterarie) ed i posti disponibili sono sempre di meno. Lo stesso avveniva negli altri settori: i laureati in legge, medicina, ingegneria, biologia, farmacia e quant’altro dir si voglia potevano avere qualche difficoltà iniziale, ma poi si sistemavano in tempi più che ragionevoli. Oggi, per tutta una serie di motivi, tutto ciò non avviene più: la forte crisi economica ha aumentato di molto la disoccupazione, molte persone hanno addirittura perduto un lavoro che credevano stabile, ed in più ci si sono messe anche le nuove leggi sui pensionamenti che obbligano le persone a restare sul posto di lavoro fino a 65 anni e più. In queste condizioni, quando mai potrà avvenire un ricambio generazionale? E quando finalmente si creeranno posti di lavoro stabili per i nostri giovani?
Quella dei ragazzi che oggi escono dalle scuole e dalle università è una generazione anomala rispetto alle precedenti, che ha avuto un destino particolare e che resta sospesa, per così dire, tra due condizioni di vita diverse e opposte. I nostri giovani sono stati fortunati nella loro infanzia, perché dai loro genitori hanno avuto tutto (almeno in senso materiale), ed hanno dovuto faticare molto meno di noi per ottenere ciò che volevano: ai tempi miei nessuno o quasi aveva l’auto personale, ma dovevamo ricorrere, quando e come era possibile, alla gentile concessione dei genitori, i quali ci affidavano la macchina magari soltanto la domenica, e per pochi chilometri, visto che i soldi per la benzina o per divertirci erano quasi sempre contati. Oggi i ragazzi hanno tutto e subito: cellulari ultima moda, abiti firmati, moto ed auto nuove e personali tutte per loro, denaro in quantità da spendere come vogliono. Ovviamente non bisogna generalizzare, perché non tutte le famiglie hanno una disponibilità economica tale da soddisfare tutti i capricci dei loro figli; ma nella maggior parte dei casi è così. Questa vita da paese dei balocchi, però, finisce bruscamente quando i giovani, una volta diplomati o laureati, debbono inserirsi nel mondo del lavoro e procedere con le proprie gambe, cioè mantenersi da soli, un’esigenza che molti di loro sentono non meno di quanto la sentivamo noi. Allora tutto si complica e diventa angoscioso e difficilmente sopportabile; è infatti cosa molto dolorosa, come ben sappiamo, dover ridurre il proprio tenore di vita e tornare indietro, dover cioè misurare il denaro ed i beni materiali che prima, sotto l’ala protettiva dei genitori, erano abbondanti ed ottenuti senza fatica. Questa generazione, quindi, non è stata molto fortunata, se ben ci riflettiamo, perché ha avuto molto di più di quella precedente negli anni dell’infanzia e dell’adolescenza, ma è destinata ad avere meno di essa nella giovinezza e nella maturità. Non parliamo poi della vecchiaia, perché se già noi abbiamo ed avremo difficoltà per ottenere una pensione dignitosa, ai giovani di oggi c’è il rischio che la pensione non tocchi affatto, o che comunque debbano lavorare fino a 75 anni o più per averla. Una situazione non certo invidiabile, che dà a sufficienza ragione del fatto che molti ragazzi vivano ancora con i genitori fino ad età avanzate, e che altri rifiutino impieghi precari  e sottopagati. Francamente non è piacevole, dopo aver studiato – magari con buon profitto – per tanti anni, ritrovarsi a lavorare in un call-center a 500 euro al mese, e senza alcuna certezza sul futuro!
In seguito a questa situazione, di fronte ad uno Stato che non è capace di dare lavoro ai suoi cittadini, si verifica quindi un fenomeno molto spiacevole, almeno a mio giudizio: il fatto cioè che molti giovani, non riuscendo a trovare in Italia una sistemazione adeguata ai loro studi ed alle loro inclinazioni, si recano all’estero, determinando il fenomeno di un’emigrazione intellettuale che non ci fa onore come italiani ed avvantaggia i paesi esteri, che nulla hanno fatto per la formazione di queste persone ma che si avvantaggiano della loro forza-lavoro sfruttando la fatica altrui. Pensiamo ai tanti giovani ricercatori italiani che sono negli Stati Uniti, in Inghilterra, in Germania, persino in Giappone. Questi paesi non hanno speso un centesimo per la loro istruzione e formazione, alla quale hanno provveduto i genitori e le strutture pubbliche dello Stato italiano; i profitti del loro lavoro e della loro attività scientifica, vanno però a ai paesi ospitanti, i quali si avvalgono della loro opera in cambio di uno stipendio certo più alto di quello che otterrebbero in Italia, ma che comunque ripaga solo in parte il contributo ch’essi offrono a chi non ha mai fatto nulla per loro. Moltissimi giovani poi, che non fanno i ricercatori ma debbono accontentarsi di occupazioni comuni (e talvolta persino degradanti), preferiscono comunque andare all’estero perché il lavoro si trova più facilmente ed è pagato più che in Italia, ma sono destinati a restare comunque insoddisfatti ed a contribuire ad un’economia che non è la loro, oltre che a vivere lontano dalle loro famiglie e dalla loro terra. E’ una condizione simile, per tanti versi, a quella che sopportavano i nostri emigranti della fine dell’800 o del primo ‘900; soltanto che allora si andava all’estero per non morire di fame, adesso ci si va per potersi permettere il cellulare ultima moda o l’abito firmato, al momento in cui i giovani si rendono conto di non poter per sempre chiedere queste cose ai genitori. Così le famiglie si dividono, i figli partono e si disperdono nel mondo, contribuendo a quella globalizzazione ed a quella dispersione culturale ed umana che oggi è da molti considerata un valore positivo, ma che per me invece è l’esatto contrario, convinto come sono che ciascun cittadino dovrebbe restare nel proprio Paese e contribuire alla crescita ed al benessere della sua patria, non andare ad arricchire gli stranieri, spesso presuntuosi ed arroganti nei confronti di chi viene da fuori e soprattutto dall’Italia. Ma la responsabilità di questo stato di cose non è dei giovani, se non nel senso ch’essi sono in certo modo viziati ed abituati ad avere tutto, tanto da non voler rinunciare a nulla. Pur tuttavia, se in certi casi questo può essere vero, lo è anche un altro principio, quello cioè secondo cui un Paese che non sa dare lavoro ai propri cittadini, e li costringe ad andare all’estero, è un Paese fallito, in cui è necessario un profondo mutamento delle coscienze e delle scelte politiche ed economiche.

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6 commenti

Archiviato in Attualità

6 risposte a “Una generazione tra due fuochi

  1. Francesco Di Giovanni

    Caro Massimo, io da ragazzo sognavo di cambiare il mondo, e forse riuscivo a sognare perché in quel mondo di allora potevi ancora effettuare delle scelte. Oggi, in questo mondo insanguinato, dove tra poco non ci sarà più un posto dove trovare il silenzio per pensare,l’aria pura per respirare, l’acqua limpida per bere, per bagnarsi, che scelte possono fare questi ragazzi? Questo modo di vivere insensato ha finito con l’uccidere i loro sogni e perdere i sogni è sicuramente la cosa più brutta che possa capitare a una persona. Di una cosa so no certo: nel nostro piccolo continueremo a tentare di offrire almeno delle speranze. Un saluto, Francesco

    • Hai ragione: il nostro compito di docenti e di formatori è quello di offrire speranze ai giovani, e valori morali che possano guidare la loro vita. Purtroppo, usciti dalla scuola e dall’università, si trovano dispersi in un mondo che pare non avere più certezze né opportunità per loro. C’è da augurarsi solo che prima o poi la situazione migliori e che i nostri ragazzi non siano più costretti ad emigrare. Questa è la mia speranza.

  2. in cauda venenum

    Considerazioni molto condivisibili ad esclusione di questa: “di fronte ad uno Stato che non è capace di dare lavoro ai suoi cittadini”. In Unione Sovietica lo Stato dava lavoro ai suoi cittadini ma è fallito come sta facendo l’Italia specie al sud. Lo Stato deve: creare le condizioni perché si crei lavoro per i suoi cittadini.

    • Lasciamo stare l’Unione Sovietica, roba di altri tempi. Quel che ho detto io voleva indicare appunto che lo Stato deve creare le condizioni per il lavoro, altrimenti tutti sarebbero impiegati statali; ma il senso non era molto diverso da quello che ha detto lei. Forse ho fatto un’affermazione imprecisa, ma anche la sua puntualizzazione mi sembra piuttosto di lana caprina.

  3. Rodolfo Funari

    Caro Massimo, condivido la tua analisi della situazione giovanile, considerata in sé e nei suoi risvolti socio-economici, specialmente per quel che riguarda la possibilità di un impiego. Aggiungo soltanto che mi sembra questo uno dei settori nei quali con più drammatica evidenza si può constatare l’incapacità e l’inadeguatezza del nostro ceto politico, presente e passato. Il settore a cui più dovrebbero esser rivolti gli sforzi della politica, ossia quello che, attraverso la formazione giovanile, dovrebbe assicurare il piano del futuro di un Pese, è in realtà uno dei nostri più vistosi punti deboli. Anche in questo caso confermo il mio giudizio di assoluta condanna del nostro sistema politico: alto tradimento del popolo italiano. Meriterebbero il plotone di esecuzione, non sto scherzando … Ma noi italiani, cittadini comuni, che cosa facciamo? Anziché farci prendere in giro e recarci al rituale ormai svilito e svuotato del voto (e anche questo ci è ormai, di fatto, quasi negato!), dovremmo esigere almeno la cacciata con taccia di ignominia di questi fannulloni, incapaci, incompetenti, dalle sedi del potere: governo, parlamento, organi di governo regionali. Sono loro la rovina dell’Italia, e non lo sono soltanto a causa del malaffare: li preferirei disonesti ma un po’ più seri nelle loro mansioni di governo. Invece sono ladri e incapaci: ahimè, assai più incapaci che ladri … Ma una parte di responsabilità è anche nostra. Per questo invito i miei connazionali, almeno quelli che ancora conservano un barlume di coscienza civile e che ancora vanno a lavorare, di seguire le orme dei francesi al tempo dell a Rivoluzione che cacciò via un ceto parassitario, arrogante, incompetente. Con la sola differenza che quella almeno era una nobiltà dotata di senso estetico, che possedeva qualche valore morale. I nostri predoni, parassiti, sanguisughe, specialmente quelli che attualmente ci opprimono col loro malgoverno, sono invece soltanto dei volgari arrivisti, privi di cultura, di buone maniere, di un minimo di decenza nel parlare e nel comportarsi.
    Rodolfo Funari

    • Caro Rodolfo, mi sembra che la tua disamina sia molto severa, perché non salva nessuno, e questo mi sembra un po’ esagerato… Senza arrivare alla Rivoluzione Francese, comunque, anch’io rimpiango i politici di una volta, quelli della prima Repubblica: saranno stati ladri, ma almeno sapevano governare. E non esito ad affermare che preferisco i ladri agli incompetenti e ai cafoni, categorie in cui possiamo far rientrare i politici di molti partiti, ma soprattutto i 5 stelle, la quintessenza della nullità.

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