A chi interessa la serietà degli studi?

Si è concluso da pochi giorni il periodo dedicato alle iscrizioni scolastiche per il prossimo anno 2016/17, ed è tempo di fare un primo bilancio della situazione, anche se qualche lieve cambiamento potrà avvenire di qui a luglio. Per quanto riguarda la mia scuola, che comprende vari corsi liceali, continua purtroppo il trend negativo già evidenziatosi negli anni passati: continua il calo del liceo classico, che ormai viene scelto solo da pochissimi eroi votati a questo tipo di sacrificio, ma anche il nostro liceo scientifico ha subito una durissima battuta d’arresto, con un calo di oltre il 40 per cento rispetto agli iscritti dello scorso anno. Non ho ancora i dati degli altri corsi del nostro istituto (linguistico e delle scienze umane), per cui mi limiterò a riferirmi ai primi due indirizzi sopra menzionati.
C’è da dire anzitutto che nel nostro bacino d’utenza si è verificato, proprio negli anni 2002 e seguenti, un certo calo delle nascite, ed è certamente questo uno dei motivi della nostra débacle. Facendo però una ricerca presso le scuole medie del territorio ci siamo resi conto che questa marcata flessione non si spiega soltanto con ragioni demografiche; è invece risultato chiaro che molti alunni che quest’anno si iscrivevano alla scuola superiore, specie quelle dei Comuni confinanti con altre province o altri distretti scolastici, hanno preferito istituti diversi dal nostro, magari anche molto più distanti e che non offrivano certo di più dal punto di vista didattico, logistico o tecnologico.
E’ quindi lecito chiedersi il perché di queste scelte, che ci penalizzano come scuola e ci addolorano individualmente per l’impegno che ciascuno di noi dedica al proprio lavoro. In tempi di vacche magre, purtroppo, c’è il rischio che cominci una guerra di tutti contro tutti, nella quale ciascuno accusa la propria scuola, i colleghi, il dirigente o altro che sia di essere responsabile del fallimento; si arriva cioè, quasi sempre, ad un rimpallo di responsabilità e ad una serie di proposte spesso inattuabili ed assurde che si sentono in sala insegnanti e nelle riunioni collegiali. C’è chi dice che bisogna fare tutto con il computer e i tablet, come se questi aggeggi fossero una manna del cielo e potessero sostituirsi alle capacità ed all’impegno degli studenti; chi sostiene di inserire nuovi corsi di studio o materie nuove come specchietto per le allodole; chi addirittura, in modo ancor più banale e semplicistico, propone di alzare i voti a tutti e non bocciare più nessuno, e altre perle di questo tipo.
Riflettendo sui nostri magri risultati in fatto di iscrizioni, io non ho potuto fare a meno di collegare il fenomeno della migrazione di studenti del nostro territorio verso altri lidi ad un evento accaduto qualche mese fa. Il centro di studi chiamato “Eduscopio”, che fa capo alla fondazione Agnelli di Torino (sito web: http://www.eduscopio.it) si è assunto il compito di monitorare, in tutta Italia, il livello qualitativo di ogni istituto di istruzione superiore facendo riferimento ai risultati ottenuti dagli studenti nei primi due anni di studi universitari. Ebbene, dall’indagine effettuata in questo stesso anno scolastico, risulta che i Licei della nostra città sono i primi per qualità dell’insegnamento e per livello di preparazione degli studenti non solo nel distretto di appartenenza, ma anche nella nostra provincia ed in quelle limitrofe. La notizia, quando è stata resa nota, ci ha gratificati e resi orgogliosi del nostro lavoro, che a quanto pare dà risultati brillanti e ci qualifica come scuola di eccellenza. Il dato di Eduscopio è stato pubblicizzato anche sui giornali locali come un vanto della nostra istituzione scolastica.
In realtà però, proprio nell’anno in cui ci è stato dato questo importante riconoscimento, abbiamo avuto il più marcato calo di iscrizioni. Da questo dato quindi, senza bisogno di ricorrere a sofismi e sillogismi, si può trarre la seguente conclusione: che la qualità degli studi non interessa più quasi a nessuno, anzi è un deterrente per chi deve iscriversi ad una scuola, per gli studenti ed i loro genitori. Certamente una scuola di eccellenza è una scuola che pretende impegno e serietà dagli alunni, come in effetti accade nei nostri licei; non c’è quindi da stupirsi se in una società dove predomina l’ignoranza e la superficialità, dove i giovani sono sempre più svogliati e imbambolati da Facebook e da Whatsapp, dove i genitori non si preoccupano più della preparazione dei loro figli ma mirano soltanto al voto e al “pezzo di carta”, siano ben pochi coloro che accettano di fare dei sacrifici per la cultura, la quale, com’è noto, “non si mangia” (come un raffinato politico ebbe a dire) ed è ritenuta inutile per aver successo in società e per fare quattrini in abbondanza. Oggi la serietà degli studi non è più un elemento positivo gradito a studenti e famiglie, ma un incomodo fastidio che costringe magari a rinunciare a qualche vacanza o qualche uscita con gli amici; i genitori, poi, non vogliono certamente che i loro figli stiano troppo tempo sui libri, ché si rovinano la salute. E per cosa poi? Per studiare latino, greco, matematica o scienze? E a che servono questi inutili residuati di un vecchio mondo? Tanto c’è Wikipedia, nel caso in cui a qualcuno, una volta nella vita, venisse qualche dubbio. Oggi per far soldi e successo ci vuole ben altro, e di questo ci accorgiamo ogni volta che accendiamo la televisione e osserviamo la la società intorno a noi; quindi la scuola deve essere leggera, facile, con voti alti distribuiti a pioggia senza che ad essi corrisponda nessuna reale preparazione. Così gli studenti, atterriti dalla prospettiva di dover aprire un libro, migrano verso scuole dalla fama più attraente della nostra, scuole dove si studia poco e si hanno grandi risultati in termini di valutazioni, e dove i docenti sono tutti amiconi dei ragazzi e passano come loro il tempo su facebook e su whatsapp. E poi ci meravigliamo dell’analfabetismo di ritorno e della barbarie in cui siamo caduti? Se Attila e Odoacre tornassero oggi in vita, sarebbero certamente dei raffinati intellettuali.

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10 commenti

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10 risposte a “A chi interessa la serietà degli studi?

  1. Uno sfogo che pone molti spunti di riflessione interessanti. Il primo è quanto “alla moda” debba essere la scuola. Da ex docente di informatica, io sono il primo a dire che l’informatica veniva usata per imbrogliare gli studenti. Veniva fatto credere loro che la materia era l’uso del computer, che saper scrivere qualcosa su word o usare powerpoint avrebbe garantito il 10. Una materia “facile” e senza alcuna fatica. In realtà l’informatica dovrebbe essere lo studio dei sistemi per trattare l’informazione in maniera automatica; non word e power point ma teoria della programmazione, algoritmi e strutture dati. Ricordo una madre ai colloqui che mi disse: “mio figlio si è iscritto al liceo scientifico tecnologico per fare informatica. Perché sta facendo una specie di matematica?”. Per questo credo che sia deleterio che la scuola segua le mode. Il tablet è uno strumento come la lavagna o la calcolatrice, non è una materia.

    Seconda cosa: “con la cultura non si mangia”, provocatoriamente, è vero. E’ vero se per cultura si intende la cultura “alla don Ferrante”, cioè l’apparire come colto, il parlare astruso e per paroloni ed essere incapaci di svolgere un minimo ragionamento. Ed ho visto molti novelli “don Ferrante”, magari illusi di esser coltissimi grazie ad un titolo di studio generosamente regalato, lamentarsi che il mondo, bifolco e ignorante, non riconosca e apprezzi la loro grande cultura.
    La lettura delle puntuali polemiche sui corsi universitari ad accesso programmato come medicina è illuminante.

    • Purtroppo anche il caso dell’informatica, per come è vista da studenti e famiglie, rientra in questa logica dell’ignoranza di cui ho parlato: avere a che fare con quella materia, per molti equivale a scrivere qualcosa su word o powerpoint, se non addirittura a trastullarsi sui videogiochi. Quando poi scoprono la realtà, cadono dalle nuvole. E la conseguenza è che molte persone oggi, che credono di avere una cultura, non ce l’hanno affatto e sono molto peggiori di don Ferrante, mi creda; perché lui almeno, pur sbagliando, aveva studiato con impegno ciò che credeva vero.

  2. 050970

    Il fatto che il liceo classico o il liceo scientifico non venga scelto penso che dipenda principalmente dalla riforma scolastica che ha aperto l’accesso a tutte le facoltà universitarie con qualunque tipo di diploma di scuola superiore. A questo è da aggiungersi anche la scarsa cultura degli insegnanti, in particolare di quelli di lettere, di scuola media.

    • Il primo argomento che lei porta non mi pare avere gran peso, perché l’apertura dell’accesso universitario a tutte le scuole secondarie risale a molti anni addietro, mentre la crisi del liceo classico è divenuta drammatica solo negli ultimi tre-quattro anni. Sul secondo argomento, invece, lei mi trova sostanzialmente d’accordo.

  3. Anonimo

    Caro professore, ben 25 anni fa ho ottenuto un diploma tecnico. Oggi sono titolare di una azienda. Quotidianamente di scontro e mi confronto con persone diverse fra loro in cultura e pensiero. Ogni giorno mi pento della mia scelta scolastica. In questo lavoro occorre affrontare gli imprevisti, mente aperta, conoscenza, saper mettere in discussione ciò che a volte ci fanno vedere, riflessione. La scuola dovrebbe insegnare anche queste cose e mi rammarico che molti ragazzi insieme ai genitori abbiano scelto indirizzi diversi da quelli liceali. Un caro saluto

    • Le sue parole mi confortano molto, perché vengono da una persona estranea al mondo della scuola e quindi al di sopra di ogni sospetto. Lei si è accorto, giustamente, che il saper riflettere, ragionare, mettersi in discussione e affrontare razionalmente i problemi sono qualità essenziali anche nel mondo imprenditoriale e aziendale; e questo tipo di cultura è quella fornita essenzialmente dai licei, soprattutto dal Classico. Non per nulla nella “silicon valley” cominciano ad assumere laureati in lettere ed in filosofia.

      • Ho letto che i nostri laureati sono molto richiesti dalle aziende estere. La verità che anche io come imprenditore assumerei volentieri un ragazzo che esce da un liceo specialmente per il contatto al pubblico. Ho colleghi che cercano laureati in lettere per le vendite!!
        Mi scusi se il mio primo intervento è stato fatto in anonimato, non era mia intenzione. Pensavo che passasse come Monia. Saluti Monia Daviddi

  4. Com’è vero, caro Massimo, quello che scrivi! Il mio liceo classico (il Campana di Osimo) – un po’ come il tuo – è risultato nella stessa classifica il primo della regione Marche, eppure non riesce a fare (se non di rado) più di una classe all’anno! Io rimango convinto che quantità degli iscritti e qualità degli studi sono realtà per natura inconciliabili. Sono inutili e un po ridicole (diciamolo) quelle strategie pubblicitarie (“l’orientamento”) che le scuole mettono in atto cercando di far credere di saperle coniugare senza contraddizione, in un unico, allettante pacchetto…

    • Non posso che confermare quanto tu dici, caro Paolo. L’orientamento sarebbe una buona cosa se gli studenti venissero veramente informati e non attratti con le più disparate promesse; ma da quando la scuola è diventata “azienda” ed il numero e l’apparenza contano più della cultura, non possiamo aspettarci nulla di diverso da quel che vediamo accadere.

      • Rispondo a Monia. Sono convinto anch’io che una laurea in lettere o filosofia non sia funzionale solo all’insegnamento, ma possa servire in ogni campo del mondo del lavoro, perché saper parlare e scrivere bene, saper presentare in modo convincente i propri progetti e le proprie idee, saper argomentare con chiarezza di intenti siano ancora qualità insostituibili nella società attuale. E queste qualità soltanto una cultura umanistica è in grado di formarle e di trasmetterle.

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