La scuola come optional

Quando io ero studente, purtroppo moltissimi anni fa, i miei genitori mi dicevano che la scuola “era il mio lavoro”, e perciò in esso dovevo impegnarmi al massimo, senza discussioni; e tra i doveri che io ed i miei compagni avevamo, oltre ovviamente a quello dello studio vi era anche quello di rispettare puntualmente, ogni giorno, la frequenza scolastica, essendo le assenze ammesse soltanto in caso di malattia reale ed accertata. Non che questa prescrizione fosse osservata da tutti, perché anche allora c’era chi marinava la scuola; ma questa era comunque considerata una grave trasgressione, e chi la faceva agiva a suo rischio e pericolo, falsificando per lo più la firma dei genitori sulla giustificazione, e se veniva scoperto erano grossi guai. Io personalmente non ho mai saltato le lezioni, ed avrò fatto sì e no dieci assenze in cinque anni di liceo, e soltanto se la febbre mi era salita ad almeno 38, altrimenti andavo lo stesso. Mi ricordo che una mattina (era il mercoledì delle ceneri, il giorno dopo l’ultimo di carnevale) mia madre, reduce dal “veglione” a teatro (così allora si chiamava) assieme a mio padre, non si svegliò al mattino e quuindi omise di svegliare anche me;  ed io allora, disperato perché avrei perduto il pullman e la mattinata scolastica, costrinsi mio padre, assonnato anche lui e imprecante, ad accompagnarmi con l’auto per più di venti chilometri, quanto distava la scuola da casa mia.
Che il sentire comune di oggi sia molto diverso da quello di allora è cosa pacifica; ma non avrei creduto, quando cominciai ad insegnare, che la mentalità che c’era allora sarebbe mutata sino a diventarne l’esatto contrario. Io insegno in un Liceo Classico, una scuola dove i ragazzi vengono già con l’intenzione di applicarsi e di ottemperare seriamente ai loro impegni, almeno nella maggior parte dei casi; eppure la frequenza a scuola, per alcuni, sembra diventata un optional, nel senso che il numero delle assenze è di molto cresciuto rispetto a qualche decennio fa. Adesso vi è una casistica molto vasta di motivi atti a procurare assenze degli studenti: leggeri problemi di salute (basta un raffreddore o un po’ di tosse), esami della patente di guida (che quei cafoni delle scuole-guida fissano sempre al mattino, infischiandosene del fatto che i ragazzi debbono andare a scuola), la preparazione di feste o altri eventi, dover accompagnare amici o parenti, mancato funzionamento della sveglia, viaggi con la famiglia e via dicendo. A proposito di quest’ultima motivazione, è interessante osservare come sia cambiata profondamente la mentalità non solo dei giovani, ma anche dei loro genitori: un tempo nessuno si sognava di fare viaggi o settimane bianche in periodo scolastico, perché l’importanza della scuola nella vita di un giovane era tale da non autorizzare interruzioni della frequenza per siffatti motivi; adesso invece le famiglie organizzano viaggi e vacanze sulla neve e si portano dietro i figli senza interessarsi minimamente del fatto ch’essi perdono una settimana o più di lezione. Ciò non può che significare una sola cosa: che l’istruzione e la cultura hanno perduto inevitabilmente quell’importanza e quella considerazione che potevano vantare in passato, e che oggi quel che conta è la vacanza e lo svago, mentre la scuola deve limitarsi a fornire il “pezzo di carta” ottenuto a qualsiasi prezzo, e possibilmente con buoni voti per poter far fare ai genitori bella figura con i parenti e gli amici. La superficialità di questo nostro tempo si vede anche da questo, dal fatto cioè che la forma supera largamente la sostanza.
Occorre riconoscere che, tra i vari ministri che si sono succeduti negli ultimi anni, soltanto la Gelmini ha tentato di porre un freno a questo vergognoso fenomeno delle assenze degli studenti, che spesso, in alcuni istituti, raggiungono livelli incompatibili con l’obbligo di frequenza da sempre esistente nella scuola, anche perché ai motivi prima addotti vanno aggiunte anche le assenze cosiddette “strategiche”, quelle che si verificano per evitare interrogazioni o particolari impegni. Così qualche anno fa fu emanata una norma per cui, se uno studente superava il limite del 25% di assenze (circa 50 in un anno scolastico) veniva bocciato o non ammesso all’esame di Stato. Questa norma, sacrosanta secondo me, è stata però subito aggirata con il sistema tipicamente italiano del “fatta la legge, trovato l’inganno”; se infatti lo studente adduce certificati medici (veri o fasulli) che giustificano le sue assenze, la norma non vale più. Così i soliti furbetti, con l’aiuto di medici disonesti, riescono a farla franca anche con un numero di assenze ben superiore al limite prefissato; ed anch’io, come presidente di commissione, mi sono trovato una volta a dover esaminare (e promuovere) uno di questi vagabondi che aveva collezionato più di 60 assenze, ed oltretutto era perfettamente in salute.
Purtroppo così vanno le cose, e nulla mi toglie dalla testa che tutto ciò avviene perché della scuola, attualmente, importa poco a tutti, a cominciare dai ministri e dai politici vari, di tutti gli schieramenti. Ci sarebbe poi da dire che anche alcuni docenti forniscono ai loro alunni un esempio non proprio encomiabile, visto che spesso si danno malati o prendono permessi per motivi futili o se ne vanno in vacanza durante il periodo scolastico prendendo ferie e facendosi sostituire dai colleghi, cosa che il sottoscritto non ha mai fatto pur avendone lo stesso diritto degli altri. Dipende da come tutti noi, docenti e studenti, intendiamo il nostro lavoro: per alcuni è un dovere, per altri è un optional.

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5 commenti

Archiviato in Attualità, Politica scolastica, Scuola e didattica

5 risposte a “La scuola come optional

  1. Francesco Di Giovanni

    Caro Massimo,
    concordo perfettamente. Io insegno da nove anni e non mi sono assentato mai, neanche una sola volta. Ho beneficiato più volte delle 150 ore di studio e ne ho sfruttate ogni volta non più di una trentina… e sono un temperamento anarchico, all’occorrenza anche una “testa calda”! Prima di insegnare ho fatto per 30 anni il musicista professionista, attività che è tuttora il centro della mia esistenza, anche se svolgo con passione ii mio lavoro di insegnante di sostegno in un Liceo romano. Quando rientro a notte fonda, magari febbricitante e con centinaia di chilometri di macchina sulle spalle, puoi immaginare quanto mi farebbe comodo stare a dormire la mattina dopo! Tuttavia avendo un profondo senso del dovere, prendo un Oki, un bel caffè, mi copro bene e vado a scuola a fare il mio lavoro di insegnante. Ma questo è un qualcosa che può essere compreso solo da chi come me ha altrettanto senso del dovere.
    Grazie per le sempre stimolanti riflessioni e cari saluti.
    Francesco Di Giovanni

  2. 050970

    Caro Prof.: posso confermare con prove. Una nostra amica di famiglia, insegnante, è una esperta in materia per programmare le assenze strategiche per suo figlio. Ad inizio anno scolastico notifica alla scuola le malattie (strategiche) in modo che le possa utilizzare “chirurgicamente” durante l’anno……….
    Come vede anche gli insegnanti sono birichini.
    Con simpatica stima.

    PS a quando qualche considerazione sulle lezioni private? magari sollecitate durante i colloqui: qualche aiutino a casa sarebbe utile.

    • Lei ha messo il dito sulla piaga, una piaga particolare: l’infelice condizione del docente che si trova ad avere tra i suoi alunni il figlio di un collega. E’ una situazione angosciosa, perché molto spesso gli insegnanti sono i peggiori genitori: severi con i propri alunni, pretendono lassismo e comprensione quando si tratta dei propri figli. La ringrazio per gli spunti che mi ha dato con il suo messaggio, compreso quello sulle lezioni private, su cui a breve – quando avrò un momento di tempo – scriverò senz’altro un articolo.

  3. Esistono le malattie strategiche…e quelle vere. Si dà il caso che spesso, se colpiti dalle seconde, i ragazzini vengano ugualmente mandati a scuola, pur doloranti, febbricitanti e perfino contagiosi. Una mia amica, maestra elementare, s’è beccata tutte le malattie esantematiche dai suoi alunni. Il fenomeno riguarda soprattutto elementari e medie, ordini di scuola ormai percepiti da genitori very busy come parcheggio dove lasciare in custodia i figli. Insomma, se Atene piange Sparta non ride, mio gentile e stimato collega! A proposito: perchè non ripristinare nella scuola la figura, quantomai importante, dell’assistente sanitario, un infermiere qualificato chiamato a occuparsi di tutela della salute dei discenti, invece d’accollare ai prof pure competenze di natura medica e paramedica?

    • Oggigiorno, cara collega, noi docenti dobbiamo fare di tutto, dall’infermiere allo psicologo, dal compagno di giochi alla guida turistica. L’idea di rimettere nelle scuole l’assistente sanitario non è poi così male; del resto il governo, visto che assume nuovi docenti per farli stare a giocare col cellulare nei corridoi (quelli della cosiddetta fase C) potrebbe ben fare un ulteriore sforzo e assumere anche altre persone, tanto ormai la scuola è diventata il “refugium peccatorum” ed il luogo dove sistemare gente di tutte le specie.

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