Le lingue classiche: come insegnarle?

Ho visto che di recente si è costituito su facebook un gruppo di studiosi ed ammiratori delle lingue classiche, con sede a Firenze; questo gruppo, di cui in questo momento non ricordo il nome, si propone di rilanciare l’interesse per il latino ed il greco – e quindi anche il loro apprendimento – ponendosi su basi non tradizionali ma riprendendo invece un metodo che fece molto scalpore qualche decennio fa e di cui pensavo si fosse ormai perduto anche il ricordo. Si tratta di un procedimento apprenditivo noto come “metodo Oerberg”, dal nome dello studioso norvegese suo fondatore, e che consiste principalmente nell’approcciarsi alle lingue classiche con un sistema molto simile a quello in uso per quelle moderne, iniziando cioè dal dialogo, dalla lingua parlata, per passare poi solo successivamente all’analisi dei testi. In pratica, così come avviene per l’inglese ed altre lingue moderne, sia il latino che il greco andrebbero appresi non studiando la grammatica ma partendo direttamente da frasi più o meno semplici tipiche della vita quotidiana, tipo “come ti chiami?”, “da dove vieni”, “cosa fai stasera” e altre di questo genere. Imparando così dalla pratica le norme fondamentali della lingua parlata, si passa poi gradualmente alla lettura dei testi in lingua.
I sostenitori del metodo cosiddetto “naturale”, che si avvicina alle lingue antiche senza la grammatica e che solo in un secondo momento esamina le strutture morfologiche e sintattiche, affermano che con questo sistema i loro studenti riescono, quasi in modo miracoloso, a parlare latino e greco fin dai primi mesi di studio e che sono in grado, poco dopo, di leggere ed interpretare gli autori. Dal canto mio, invece, io non ho mai creduto a questa prodigiosa novità, soprattutto per due motivi: il primo è che le lingue antiche non si studiano per la conversazione, ma per la lettura di testi scritti molti secoli fa, e non può essere quindi valido per il loro apprendimento il medesimo sistema impiegato per le lingue moderne, molto diverse da quelle classiche per quanto attiene alla morfologia, alla sintassi ed alla stilistica. Il secondo motivo, molto più banale ma incontestabile, è la constatazione secondo cui, se questo nuovo metodo fosse stato veramente efficace come dicono, si sarebbe diffuso molto più ampiamente di quanto non sia oggi, perché sia docenti che studenti sarebbero stati ben felici di veder ridotte le loro fatiche per raggiungere risultati che vengono millantati come straordinari. Se ciò non è avvenuto una ragione ci sarà; ed infatti, ad un mio commento inviato alla pagina facebook di questo gruppo, la risposta è stata piuttosto seccata e inconcludente, perché gli esimi cultori del metodo Oerberg mi hanno risposto che la mancata diffusione del loro miracoloso elisir della cultura non è avvenuta per colpa dei professori retrogradi e refrattari alle novità.
Al contrario di quanto pensano costoro, io do per scontato che per l’apprendimento del latino e del greco non si possa fare a meno della grammatica, perché ritengo assurdo e improponibile leggere un testo classico senza conoscere la teoria della flessione, le declinazioni nominali e pronominali, la coniugazione dei verbi ecc. Penso anche che la grammatica vada studiata gradualmente ma con continuità, affrontando di pari passo un congruo numero di esercizi che mostrino, nella realtà effettuale dei testi, come le regole studiate in teoria trovino applicazione. Se questo è conservatorismo, beh, ammetto di essere un conservatore, e di certo – come sa chi mi conosce – questa non è una novità, né me ne dolgo più di tanto.
Un particolare aspetto del metodo “naturale” credo però che abbia un suo fondamento e che andrebbe seguito anche da chi svolge un insegnamento tradizionale: quello cioè di anticipare quanto più possibile, fin dal primo anno di studio o al massimo all’inizio del secondo, la lettura e l’analisi dei testi d’autore, iniziando ovviamente da quelli più semplici. Questo esercizio, se svolto bene sotto la guida del docente, dovrebbe consistere nel far scoprire agli alunni il giro di frase tipico degli scrittori antichi, le differenze soprattutto sintattiche e dell’ordo verborum che sussistono tra le lingue antiche e quelle moderne (ad es. la preminenza, nelle prime, della subordinazione rispetto alla coordinazione, la diversa posizione del soggetto e del verbo, le concordanze degli aggettivi anche posti a distanza dal sostantivo cui sono riferiti e via dicendo). Un lavoro di questo tipo svolto nel primo biennio di studi è indispensabile affinché ogni alunno possa affrontare con tranquillità il triennio conclusivo degli studi liceali, quando il docente sottoporrà alla classe esclusivamente brani tratti dagli autori, data la necessità di prepararsi adeguatamente alla seconda prova scritta dell’esame di Stato. Altrimenti si produrrà quella situazione che molto di frequente (per non dire quasi sempre) si riscontra nelle classi terze all’inizio dell’anno scolastico: gli alunni, in altre parole, conoscono bene e persino benissimo le “regole” grammaticali dal punto di vista teorico, qualche volta ricordano le eccezioni persino meglio del professore, ma falliscono miseramente una volta messi di fronte ad un testo d’autore, sul quale non riescono minimamente ad orientarsi perché le frasi e le versioncine che hanno svolto in precedenza non avevano degli autori classici se non un lontano ricordo. Questo presupposto, la conoscenza quanto più possibile anticipata delle strutture sintattiche e dello stile compositivo degli autori classici, è a mio parere l’unico aspetto del metodo “naturale” che possa essere accettato e perseguito, se vogliamo ottenere un apprendimento decente delle lingue classiche ed evitare il generale fallimento che molto spesso avviene, da questo punto di vista, nei nostri Licei. Che poi il tradurre dal latino e dal greco sia per i ragazzi di oggi, e per le ragioni che ho spiegato in altri post, sempre più difficile, è un altro discorso; ma sarebbe sbagliato a mio avviso rinunciare del tutto all’analisi autonoma dei testi classici da parte dei nostri studenti, perché questo è uno dei pochi esercizi scientifici ancora rimasti nella nostra scuola, è un lavoro di analisi, di riflessione e di scelta che apre la mente al pensiero critico e rende mentalmente più liberi e più consapevoli delle proprie qualità e dei propri mezzi espressivi.

Annunci

24 commenti

Archiviato in Attualità, Politica scolastica, Scuola e didattica

24 risposte a “Le lingue classiche: come insegnarle?

  1. Anonimo

    Perfettamente d’accordo su tutto. Si potrebbero moltiplicare le testimonianze di seri docenti di Liceo classico sui fallimenti completi del metodo Oerberg introdotto nelle scuole. Errato alla radice è anche il presupposto che le lingue classiche si debbano apprendere per la conversazione: non c’è nulla di più falso e ridicolo del latino maccheronico degli ignoranti presuntuosi che s’illudono di parlare in latino con frasi di uso comune. Una vera sagra del Latinorum! Mi è capitato di sentir parlare qualcuno, e vi assicuro che … risum teneatis amici!!! Ma … verrebbe da chiedersI: non hanno altro di meglio da fare questa gente? Se proprio le loro finanze consentono loro di dedicarsi allo studio, perché non decidono di studiare SERIAMENTE il latino: si accorgerebbero presto che … non sono noccioline! Forse temono che il latino studiato seriamente non sia pane per i loro denti da latte???

    • Mi fa piacere che lei abbia approvato quanto ho scritto, come dimostra il suo commento. Se è un collega, preferirei tuttavia che si qualificasse, anziché utilizzare la dicitura “anonimo”. Se non vuol rendere pubblico il suo nome, potrebbe comunicarmelo privatamente all’indirizzo e-mail che trova sulla colonna a destra del blog.

  2. Un ragazzo che seguivo oltre 10 anni fa mi portò il suo libro: era l’Örberg, ricordo che rimasi inorridito: non ne avevo mai sentito parlare e mi sembrò un abominio. Poi ne ho conosciuto finalità e presupposti all’esame di Didattica del latino e anche al Tfa, e mi è sembrato ancor più un abominio.

    • Anche a me sembra un abominio. E pensare che i sostenitori dell’Oerberg continuano a millantare miracoli didattici di quel metodo. Molti anni fa presenziai a una conferenza del prof. Miraglia di Avellino (quello che ha portato in Italia questo metodo) il quale sosteneva che dei suoi alunni di un liceo scientifico di Napoli, che prima parlavano solo il dialetto (neppure l’italiano!) con tre mesi di quel metodo parlavano già latino come tanti piccoli Ciceroni! Ma l’obiezione più naturale a queste millanterie è quella che ho fatto io: se questo sistema è così miracoloso, perché non si è diffuso nelle scuole e nemmeno nelle università?

      • Ma soprattutto: una lingua come il latino o come il greco (o il tedesco), che ha i casi che in italiano mancano, come può essere appresa prescindendo da questa caratteristica? Come si spiega ai ragazzi che devono usare canis e canem? Non si fa prima a insegnare le declinazioni?

  3. Giancarlo Rossi

    Mi spiace che le pacate argomentazioni del mio illustre omonimo abbiano dato la stura alle solite (e mai suffragate da ragionamenti!) ostilità preconcette di molti verso i metodi più efficaci d’apprendimento delle lingue, classiche o moderne che siano. Dico di apprendimento, perché secondo me lo strumento principe dell’insegnamento resta il docente, quale che sia il metodo. Osservo poi che dall’animosità contro Miraglia e, dovrei dire, contro i più apprezzati latinisti stranieri, quali Von Albrecht, Sacré, Stroh, tutti fautori dell’antico metodo umanistico e delle recenti acquisizioni della glottodidattica, traspare un riflesso di pregiudizi: altrimenti alle argomentazioni pro Orberg risponderebbero argomentando, non denigrando. E francamente trovo indegno che dei professori imitino le fallacie logiche usate dai noti personaggi delle risse televisive… Risibile poi la riduzione d’un metodo complesso, che non esclude affatto lo studio della grammatica, a questionario di domandine per turisti. Invito i docenti ad approfondire la questione e a non lasciarsi fuorviare da una vulgata che promana non dal mondo scientifico della filologia o della scuola, ma dai progetti interessati di certi centri ideologici, come per esempio l’associazione TreElle, cui dobbiamo l’impianto della riforma gelminiana e renziana. Sulla pagina del gruppo di Firenze, animato da un giovane, ma seriio ed agguerrito filologo, Giampiero Marchi, ed anche sul sito di Vivarium Novum, troverete ampia materia d’informazione ed anche spunti per confutare sul piano razionale le loro posizioni.
    Giancarlo Rossi

    • Egregio collega (presumo che Lei sia un docente, anche se non l’ha detto espressamente), io non intendo contestare le sue posizioni, ma resto della mia idea; anche perché quando sono venuto a contatto con studenti con cui era stato applicato il metodo Oerberg non ho riscontrato una conoscenza della lingua migliore di quelli che hanno seguito il metodo tradizionale. A mio giudizio quello che lei definisce “antico metodo umanistico” poteva dare eccellenti risultati appunto nel periodo umanistico, quando la forma mentis di docenti e discenti era profondamente diversa da quella del XXI secolo e quando gli alunni del tempo si chiamavano Angelo Poliziano o Ludovico Ariosto, non Samantha col th, Deborah o Jonny come si chiamano oggi. Del metodo naturale ho apprezzato invece l’approccio ai testi, che invece con quello tradizionale avviene troppo tardi, dato che debbo constatare che gli alunni che mi arrivano nelle terze del Liceo Classico sanno a memoria tutte le “regole” ma si smarriscono poi davanti ad un semplice brano d’autore. Quanto all’associazione TreElle, io non ho nulla a spartire con essa; anzi, dico francamente che non la conoscevo neanche fino a quando Lei non ne ha fatto menzione nel suo commento.

      • No, non sono collega, anche se dopo la laurea insegnai per un anno in una scuola media di Ostia, ma architetto, ora in pensione. Ho però sempre coltivato il latino e frequentato gli ambienti dove se ne pratica ancora l’uso comunicativo. Sono considerato un polemista antigrammaticale sin da quando una ventina di anni fa pubblicai un’apologia del latino su Micromega (1996), che mi procurò virulenti e immotivati attacchi da certi intellettuali sedicenti di sinistra, dai burocrati del Ministero, e dalla destra clericofascista. La totale visceralità degli attacchi e la mancanza di argomentazioni fondate, mi persuasero che la questione del latino tocca corde profonde ed emotive. Ancor oggi, come si legge in alcuni commenti su questa pagina, si percepiscono animosità del tutto sproporzionata, rifiuto di discutere e propensione a denigrare ogni proposta innovativa. Sono stati fatte alcune indagini comparative (dal professor Ricucci di Udine) tra studenti ‘traduttivi’ ed ‘orberghiani’, dalle quali emerge una miglior capacità di comprensione del testo dei secondi rispetto ai primi. Per altro io fui educato col metodo grammaticaltraduttivo, ma acquisii competenza attiva attraverso la traduzione in latino, indispensabile strumento didattico. Ma la scuola ai miei tempi era severissima e si studiava latino per otto anni. Oggi un metodo che comprenda la competenza attiva della lingua è più efficace e rapido e adatto ai tempi. Tutto qui. Vorrei che certi latori di pregiudizi visitassero l’accademia Vivarium Novum e nel conoscessero le pubblicazioni, prima di sparare critiche infondate e piene di acredine.

  4. Pur confermando quanto già scritto, cioè il mio inveterato scetticismo verso il metodo Oerberg, mi riconosco in alcune affermazioni che lei fa in questa replica: che cioè la questione del latino tocca ancor oggi corde profonde, tanto che sul problema c’è spesso un’insulsa ed esagerata contrapposizione tra sostenitori e denigratori di questa lingua. Altro punto su cui sono d’accordo, come già detto, è la necessità di avvicinarsi quanto prima ai veri testi d’autore, cosa che un tempo era più agevole perché – come giustamente lei dice – il latino si studiava per otto anni e con più serietà di quanto non si faccia attualmente. Se non ci si misura con i testi qualunque metodo, tradizionale o innovativo, rischia di essere del tutto inefficace.

    • Se si ascolta Luigi Miraglia, che ha introdotto in Italia e adattato l’Orberg e composto Athenaze, gli si sentirà dire che fine dell’apprendimento delle lingue classiche è la lettura diretta e precoce dei testi originali, non la comunicazione estemporanea, che è solo una conseguenza, una ricaduta delle forme attive d’apprendimento. Ma la vera ‘centralità del testo’ si consegue non certo col metodo grammaticale-traduttivo, che insegna a tradurre per poter capire e non, come sarebbe logico, a capire per poter, caso mai, tradurre. Del resto la traduzione è il vertice della competenza linguistica, non uno strumento d’apprendimento, come osservava nella lettera più sopra il padre di Marco per l’inglese. Osservo anche che il conflitto tra orbergiani e grammaticalisti non è stato promosso dai primi, ma dal rifiuto a discutere dei secondi, per non parlare delle violente denigrazioni, che abbiamo sentito pronunciare anche in alto loco: tanto per fare un nome fra tanti dal Dionisi, quondam magnifico rettore di Bologna.

  5. Mi permetto di dissentire, collega Massimo. Sono stato personalmente all’accademia Vivarium Novum, ospite di un mio amico tedesco che studiava lì; e posso dire che quegli studenti il latino e il greco lo sanno eccome.
    Mio padre, se fosse ancora tra noi, ricorderebbe come si insegnavano anche le lingue moderne, quando lui era studente (fine anni ’50-primi anni ’60). Si insegnavano come il latino: metodo grammaticale-traduttivo. Col risultato che uno, quando andava a Londra, non sapeva chiedere nemmeno dov’è l’ufficio postale. Di ciò si accorsero i futuri insegnanti per primi, nei loro viaggi-studio all’estero, e per questo si diedero da fare per migliorare il metodo d’insegnamento delle lingue moderne. E – direbbe sempre mio padre, che ha insegnato inglese per quasi 40 anni – c’è ancora molta strada da fare, in questa direzione, perché il conservatorismo non è prerogativa degli insegnanti di latino e greco. Con tutto il rispetto per il metodo grammaticale-traduttivo, il metodo Ørberg non si è diffuso perché non c’era nessuna esigenza concreta da soddisfare.
    Quanto alle lingue moderne con i casi, io ne conosco due discretamente (tedesco e greco) e una da principiante (polacco). In nessuna delle tre saprei recitare la declinazione di una parola come facevo, a scuola, nelle interrogazioni di latino, ma questo non è un problema. Mi basta saperla usare e, il più delle volte, lo faccio bene.

    • Tu puoi dissentire quanto vuoi, ci mancherebbe altro; ma io continuo ad essere scettico verso un metodo che impiega per l’apprendimento delle lingue classiche procedimenti analoghi a quelli in uso per le lingue moderne, quando è palese che il latino ed il greco non si studiano per la conversazione, ma per la lettura di testi profondamente diversi (sul piano morfologico, sintattico, lessicale) da quelli attuali. Io non parlerei di “conservatorismo” per chi sostiene ancora il metodo grammaticale, anche perché non so concepire come si possa affrontare un testo classico senza conoscere le declinazioni nominali o le coniugazioni verbali. Posso concedere, al massimo, che ogni metodo può dare buoni risultati, a condizione che venga applicato con rigore e volontà sia da parte del docente che dei discenti.

  6. Teo

    Trovo questa discussione molto interessante, se non fosse che i toni pacati del collega Massimo Rossi e del dott. Giancarlo Rossi non hanno riscontro in altri interventi piuttosto liquidatori.[…]
    Un pregiudizio da sfatare è la credenza che tale metodo consista solo nel proporre dialoghetti artificiosi e scenette da fumetti di Asterix in latino. Il fatto è che le cose NON STANNO assolutamente così. Anzi, dubito che in qualsiasi liceo e università italiana si leggano tanti classici latini (e non solo da Plauto a Seneca, ma fino al ‘600 e oltre, ossia fino a Petrarca, Erasmo, Valla, il Pascoli latino, ecc.) e greci quanti ne vengono letti presso l’Accademia Vivarium Novum, principale fortilizio del metodo “natura” nelle contrade italiche. La differenza sta nel fatto che con il metodo Ørberg si sviluppa sia la competenza attiva, sia quella passiva. E NON È VERO che non si traduca, ma semplicemente la traduzione non è l’unica via di accesso alla lettura dei classici, perché si impara sia a tradurre, sia a riesporre e commentare i classici stessi nella lingua in cui sono scritti o addirittura in latino se sono scritti in greco. […]
    In due prestigiosi licei di Roma, il “Tacito” e il “Mamiani” (e si prevedono “repliche” a breve anche al “Dante” e al “Visconti”), Miraglia tenne un seminario con due suoi valorosi discepoli. Dopo un’illustrazione in lingua italiana delle finalità e delle caratteristiche del metodo da loro usato, invitò gli astanti, in prevalenza professori di lettere classiche, a scegliere un brano in prosa o in poesia da un’antologia scolastica di letteratura latina senza alcun preavviso. In un caso la scelta cadde su Orazio, nell’altro su Livio. Il brano venne letto ad alta voce da Miraglia, il quale poi esprimendosi in perfetto latino cominciò a interrogare i due discepoli, pregandoli di riesporre il contenuto del brano appena letto. Cosa che i due giovini fecero con estrema disinvoltura e sicurezza, sempre in lingua latina. Dopo di che, si passò a un commento grammaticale, stilistico e retorico, in cui si analizzarono le peculiarità dei due testi, con una padronanza assoluta di tutto quanto vi era contenuto. Inutile dire che il pubblico presente rimase assolutamente allibito. […] Tuttavia, si possono muovere almeno due sensate obiezioni, come fecero peraltro alcuni dei presenti a queste due conferenze: 1) la prima è che comunque i discepoli di Miraglia non sono studenti di liceo spesso riottosi e poco motivati, ma classicisti appassionati. 2) La seconda è che costoro sono immersi 24 ore su 24 in un contesto di full immersion, dove si parla sempre latino (e talora anche greco antico. L’italiano, l’inglese e le altre lingue moderne sono ammesse solo per i contatti con il mondo esterno, ma NON per i rapporti tra di loro). È chiaro che queste condizioni non sono minimamente riproducibili nei licei italiani. Ma nulla toglie che il metodo possa funzionare egregiamente anche in un liceo, in laboratori di eccellenza riservati agli studenti più motivati e che vogliano ad esempio cimentarsi nei certamina. Aspetto repliche e motivate obiezioni.

    • Caro collega, mi scuso di aver dovuto ridurre un po’ anche questo commento, di cui ho lasciato però intatto il senso generale. Sulla questione non voglio ripetermi, ma confermo anche in questa sede ciò che ho detto altrove: io non credo ai miracoli (di nessun genere) e quindi nemmeno ai proclami di Miraglia e di quelli di “Vivarium novum”, che millantano un apprendimento straordinario delle lingue classiche in poco tempo, cosa che secondo me non è possibile. E’ però vero che, qualunque sia il metodo adottato, si possono raggiungere risultati buoni ed ottimi, quando c’è l’applicazione e la passione per lo studio, oltre a qualità naturali almeno di buon livello. E poi mi sembrano determinanti le due obiezioni che tu fai al termine del tuo commento; perché se Miraglia avesse a che fare con certi alunni liceali di oggi, refrattari a qualunque tentativo di far loro studiare il latino, non credo proprio che otterrebbe risultati migliori di quelli che otteniamo noi “tradizionalisti”. Il metodo “umanistico” di approccio diretto ai testi andava bene durante i secoli dell’Umanesimo e del Rinascimento, non oggi. E poi ci sarebbe un’altra cosa da dire, che cioè la traduzione non deve essere l’unica via di conoscenza del mondo classico, poiché esistono altre competenze da sviluppare negli studenti, ed è appunto questa la base teorica da cui io ed altri colleghi partiamo nella nostra battaglia per la modifica della seconda prova dell’esame di Stato del Liceo Classico. Se vai un po’ indietro nel mio blog, leggendo i post vecchi di qualche mese o anno, troverai ciò di cui parlo. Ma qui entreremmo in un altro argomento, che potremo sviluppare in una eventuale prossima discussione.

  7. paolo edoardo fornaciari

    Intervengo lateralment, da ex-docente di Lettere negli istituti tecnici, laureato in LEF a Firenze nel 1972 (tesi in Filos.Morale), pensionato dal 2009, dottorato in Filologia Latina Medievale nel 2011 (SISMEL-Univ.Salento).
    Ho insegnato Lettere agli informatici, per una quindicina d’anni. Nostro fu nel secolo passato il primo ipertesto al mondo sul Dei Sepolcri di Foscolo, utilizzato da istituzioni universitarie – ovviamente, non italiane – per anni.
    Alcuni dei miei ex alunni hanno seguito a Pisa il corso di Laurea per Informatici Umanisti, che comportava almeno due esami di Latino. Per alleviare le loro pene, a fronte dei tentativi di un docente che adottava il prefato metodo, organizzai a suo tempo minicorsi di Latino classico (età tardo repubblicana ed augustea). I miei, alle prove d’esame, risultavano talvolta migliori di quelli usciti dal Classico, almeno di quello di Livorno (evitiamo di parlare di quelli usciti dai licei scientifici…).
    La mia esperienza insomma è che 1) il cd metodo Oelberg funziona come qualsiasi altro, cioè male, se usato a pene di segugio da docenti che in inglese potrebbero essere qualificati di dickhead; 2) funziona discretamente per inoculare gradatamente nei cervelli dei discenti cadenze, ritmi, inflessioni di una lingua morta MA 3) genera l’equivoco insopportabile che tale lingua morta sia rimasta uguale a sé stessa da Plauto a Pico della Mirandola, che scriveva, e parlava, in latino; 4) non serve alla sistematizzazione delle strutture di una lingua qualsiasi, sia il latino astratto, l’inglese, il fortran o il q-basic, che, n’en deplaise a chi ama il latino, per impararli bisogna studiarne le strutture, fare tanto esercizio, e mandare a memoria un sacco di formule: proprio come feci in prima media (dopo avere studiato, alle elementari, tnta analisi grammaticale e tanta anallisi logica, una sessantina d’anni fa).
    Certo, uno col metodo dei lemming può andare a Muenchen e trovare la congrega dei buontemponi che si parla addirittura al telefono in un latinus grossus incomprensibile, grazie alle differenziazioni fonetiche imprescindibili dopo mille e più anni di imbarbarimenti vari. Qualche intreccio amoroso da ostello della gioventù si potrà anche intessere; ma per favore, non parliamo di Latino. Sibbene di latinus germanicus, latinus norvegicus, latinus ecclesiasticus, e di tutte le articolazioni che quello strumento imprescindibile che è il Du Cange ci sciorina, e che è roba da usare quando il latino classico si sa di già, E QUINDI se ne sanno usare le derivazioni. Buon lavoro caro collega, e non prendere l’età della pensione per quella dell’inutile riposo. Tutt’altro: la mia tesi di dottorato senz’essere in pensione non avrei mai potuto concluderla e pubblicarla, né continuare con le mie ricerche e pubblicazioni eterogenee. Con viva stima
    paolo edoardo fornaciari

    • Mi fa piacere che una persona nota per la sua attività di filologo (i pregevoli studi su Pico della Mirandola) di musicista e di giornalista (che scrive anche sul “Vernacoliere”) abbia letto il mio blog e mandato un commento. Mi trovo sostanzialmente d’accordo con quanto scrivi, caro Pardo, e mi sembra che su un punto preciso le nostre idee convergano: che cioè nessun metodo è valido più di un altro, ma ciascuno può avere successo se applicato seriamente e se c’è la volontà di imparare da parte degli studenti. Anch’io sono contrario al vezzo delle conversazioni in latino, che mi sembrano un inutile esercizio snobistico che non porta alcun contributo agli studi umanistici.
      Quanto a quel che dici sulla pensione, cercherò di tenerne conto e di trovarci dei lati positivi come ne ha i trovati tu; ma io lavoro talmente volentieri che tutto mi auguro fuorché di andare in pensione. Forse poi, quando ci sarò, potrò anche cambiare opinione. Saluti.

  8. Michele De

    “le lingue antiche non si studiano per la conversazione, ma per la lettura di testi scritti molti secoli fa, e non può essere quindi valido per il loro apprendimento il medesimo sistema impiegato per le lingue moderne”.

    Totalmente d’accordo, anzi, dirò di più: mi risulta che ancora oggi in vari licei usando il “metodo tradizionale” si chiedono spesso agli studenti di imparare nozioni utili solo per una superflua traduzione dall’italiano al latino. Penso a cose come il sapere quali nomi della terza declinazione hanno il genitivo plurale in -um e quali in -ium, quali l’ablativo singolare in -e e quali in -i, quando “la sua casa” è “domus sua” e quando “eius domus”, con quali verbi e a quali condizioni si può usare l’ablativo assoluto e così via. Ecco, sarebbe interessante sapere se e quanto sono diffuse nei licei testi di grammatica che contengono solo le nozioni di morfologia e sintassi che servono a tradurre dal latino all’italiano. […]
    Totalmente d’accordo anche con il fatto che “la traduzione non deve essere l’unica via di conoscenza del mondo classico”, oltre alla proposta di Maurizio Bettini “Quelle inutili anzi dannose traduzioni greche e latine”, che immagino avrai già letto, segnalo anche le proposte di esercizi su analisi nel loro contesto culturale di molto lessico (familia, domus, felicitas, gens…) contenute nel saggio “Latino e cinese” di Oreste Tappi: http://www.treccani.it/scuola/lezioni/in_aula/lingua_e_letteratura/latino/1.html Conoscevi questo saggio? Questi sì che dovrebbero essere esercizi linguistici da valorizzare molto…

    • Caro Michele, tu hai colto un aspetto importante del problema che io invece avevo trascurato: la pedanteria di certi testi (e di certi insegnanti) che si affannano a spiegare regole e regoline che servono solo in caso di traduzione dall’italiano al latino, un esercizio che viene ormai svolto solo al biennio e di cui non v’è in effetti grande necessità. Lo scopo dello studio delle lingue antiche è quello di leggere i testi scritti in quelle lingue, e quindi la traduzione dovrebbe essere solo dal latino all’italiano e non viceversa. Quanto all’articolo di Bettini ed altri simili, ti ricordo che da tempo qui sul blog io vado sostenendo che la traduzione non deve essere l’unico modo di avvicinarsi ai classici, né tanto meno l’unica forma di accertamento della preparazione degli alunni; e sto anche conducendo, assieme ad altri, una battaglia per cambiare la seconda prova scritta d’esame del Liceo Classico, che a 90 anni dalla sua istituzione non è mai cambiata e continua a basarsi – in modo anacronistico e non più adatto ai ragazzi di oggi – sulla sola traduzione. Se leggi i post più vecchi di questo blog ne troverai molti su questo argomento.

  9. Guido La Vespa

    Cari docenti, io non so chi di voi abbia ragione, non avendo nessuna competenza né conoscenza in merito all’insegnamento del Latino (studio medicina e chirurgia…). Tuttavia, non posso che leggere ammirato e pensieroso gli interventi di questa “disputa”, che si caratterizzano tutti per profondità, pacatezza e argomentazione.
    È un vero peccato che questo dibattito così elevato e proficuo si debba tenere qui, dove solo gli “addetti ai lavori” e i tanti curiosi che seguono il blog possono trarne beneficio… mentre nel cosiddetto “ambiente intellettuale” italiano ci si è ridotti ad un becero muro contro muro in cui ci si getta addosso obiezioni banali e precotte, come quel povero “processo al liceo classico” che fu “celebrato” qualche mese fa.
    Sinceri complimenti a tutti voi (partendo dal prof. Rossi) per l’interessante diatriba che avete alimentato!

    • Di questo ed altri dibattiti se ne trarrebbe maggior beneficio se i lettori del mio blog fossero più numerosi, e soprattutto si decidessero a partecipare alle discussioni e mandare commenti, anziché limitarsi a leggere. Ti ringrazio per le gentili parole che mi indirizzi e anche per aver deplorato il cosiddetto “processo al liceo classico” , che mette sotto inchiesta una scuola che è e rimane ancora il fiore all’occhiello del sistema scolastico italiano.

  10. Kartesius

    Un Vademecum per chi si accinge ad applicare il metodo natura nei licei:
    http://www.cobasnapoli.it/wordpress/documentazione/didattica/

    • Pubblico volentieri il link in favore di chi ritenesse utile andarlo a visionare. Io, per parte mia, resto contrario al cosiddetto “metodo natura” nell’apprendimento delle lingue classiche, per le ragioni che ho esposto nel testo di questo post.

  11. Mauro Cogliatti

    Gentile professore, mi permetto di dissentire, in parte, da ciò che lei ha detto contro il metodo Natura. Son d’accordo sul fatto che le lingue antiche non servano per la conversazione, ma per la lettura dei testi antichi; è altrettanto vero però che la conversazione costituisce non il fine del metodo ma il mezzo attraverso cui acquisire il lessico. Perchè, appunto, il metodo natura fa del suo punto forte l’acquisizione di un vasto bagaglio lessicale. Infatti, senza di questo, secondo me, è molto difficile tradurre, in quanto il solo vocabolario non basta, anzi, in certi casi, disorienta lo studente in quanto riporta 100000 significati e quindi la scelta diventa un terno a lotto. Conoscere almeno le 2000 parole fondamentali del latino, così come del greco, consente, a mio parere, di tradurre con estrema facilità qualsiasi testo di prosa presentato agli studenti. Sono comunque d’accordo con lei anche sul fatto che sia necessario studiare la grammatica e non apprenderla nel modo in cui suggerisce il suddetto metodo. Se non si padroneggiano i verbi, le desinenze e tutte le regole che lei ha citato nella sua ampia e pertinente analisi è impossibile approcciarsi ad un qualsivoglia testo. […] Lei ha chiesto il motivo per cui questo metodo non ha un’ampia diffusione: beh credo perchè, di solito, i risultati in molte scuole sono stati più che scadenti, ma questo credo sia da ricollegarsi alla mancanza di impegno e di interesse per le lingue classiche degli studenti di oggi. In definitiva, credo che, forse, nella scuola di oggi, visto che gli studenti non sono più gli umanisti del 400, come ha detto lei, ma giovani legati agli smartphone e alla tecnologia, il metodo natura non sia proponibile, ma credo altresì che in casi in cui gli studenti mostrino una certa attitudine e un certo interesse verso lo studio e le discipline classiche, applicare il metodo natura, magari non subito dai primi due anni, ma negli ultimi tre anni, costituisca un mezzo per alzare ulteriormente il livello e rendere la lettura dei classici molto più semplice (attraverso, appunto, l’acquisizione del lessico e un contatto molto più “diretto” e “naturale” con i testi ). Concludendo, per me, il metodo Orberg è uno straordinario elisir della cultura ma solo se alla base ci sono due anni intensi (il primo biennio) di studio della grammatica e della sintassi. Che ne pensa?

    • Caro studente, io confermo il mio scetticismo verso il cosiddetto “metodo natura”, perché ho avuto esperienze con persone che l’avevano seguito e che non erano in grado di tradurre nulla. Una buona base morfologica e sintattica tradizionale è indispensabile; e per quanto riguarda il lessico, è vero che conoscere i significati di 2000 parole latine o greche aiuterebbe molto a tradurre, ma questo si può ottenere anche con l’esperienza e l’esercizio continuo di analisi dei testi, l’unico metodo che consente di padroneggiare veramente le lingue classiche.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...