La riforma che “premia” i docenti

Ad anno scolastico iniziato si cominciano a vedere gli effetti, positivi e negativi, dell’ultima riforma della scuola, quella del governo Renzi e del ministro Giannini. In base ad essa ci erano stati prospettati grandi vantaggi, che avrebbero dovuto ricadere come un ombrello protettivo sulle scuole e sui docenti, vantaggi che si possono sintetizzare in tre punti: l’organico funzionale (in base al quale saranno assegnati alle scuole docenti in più rispetto all’organico normale per migliorare la didattica e coadiuvare i colleghi), il famoso bonus di 500 euro a ciascuno di noi per il cosiddetto “autoaggiornamento” ed infine un aumento stipendiale (che comunque sarà minimo) per il merito individuale, un premio cioè da assegnare ai docenti ritenuti più “bravi” e didatticamente più efficaci. Ad uno sguardo esterno tutto ciò sembra encomiabile, ma nella pratica dei fatti la realizzazione di questi progetti sembra molto diversa da come ci era stato prospettato.
Cominciamo dal primo punto, l’organico potenziato. A tutt’oggi non è dato sapere quanti docenti verranno assegnati ad ogni scuola, a quali classi di concorso apparterranno e soprattutto quali saranno le loro effettive mansioni. Poiché a livello nazionale e regionale ci sono alcune classi di concorso esaurite (prive cioè di docenti da assegnare) ed altre sovrabbondanti, sembra scontato che gli uffici regionali assegneranno alle scuole i docenti delle seconde, anche se gli istituti hanno richiesto quelli delle prime: in altre parole, se una scuola ha necessità di due docenti di informatica per approfondire le conoscenze degli studenti in questa disciplina (che oggi sembra importante più dell’aria che respiriamo), ma l’Ufficio Regionale non ne ha a disposizione perché la relativa graduatoria è esaurita, a quella scuola saranno assegnati magari due docenti di filosofia o di educazione fisica, e ciò stravolgerà del tutto il POF (cioè il piano dell’offerta formativa) e non potranno realizzarsi gli obiettivi proposti, bensì altri dei quali non v’era alcuna necessità. Non sappiamo poi quando questi nuovi colleghi entreranno in servizio, dato che, se hanno ricevuto in questo anno scolastico una supplenza annuale, hanno diritto di restare su quel posto fino al termine delle lezioni; ciò potrebbe significare che ce ne arrivino molti di meno di quelli che abbiamo richiesto, o che addirittura non ne arrivi nessuno. Non è stato precisato, infine, quali saranno i compiti reali che questi docenti dell’organico potenziato dovranno svolgere. Potranno fare le supplenze al posto dei colleghi assenti, ma ciò non eliminerà di sicuro il ricorso a nuovi contratti con supplenti temporanei, perché se in una scuola si ammalano due docenti della stessa disciplina e il collega dell’organico potenziato è soltanto uno si dovrà comunque chiamare un altro insegnante, e sarà così vanificata l’intenzione governativa di eliminare del tutto dalla scuola le supplenze temporanee. E se di docenti assenti non ve ne sono cosa accadrà? Probabilmente il collega dell’organico potenziato se ne starà senza far nulla, o forse si limiterà ai corsi di recupero o di potenziamento; ma non mi sembra giusto che il carico della didattica (non solo le ore di lezione frontali ma anche la correzione degli elaborati, la preparazione delle lezioni e quant’altro) ricada tutto sulle spalle dei docenti già di ruolo nella scuola mentre i nuovi colleghi siano pagati per fare poco o nulla. Meglio sarebbe, allora, distribuire il carico di lavoro su tutti i docenti presenti in organico, vecchi e nuovi, togliendo alcune ore o classi ai primi ed assegnandole ai secondi. Staremo a vedere cosa accadrà.
Secondo punto: il bonus di 500 euro generosamente elargito a ciascuno di noi. Di per sé la cosa è positiva, nessuno potrebbe negarlo; e va anche riconosciuto che nessun altro governo, prima di questo, aveva preso una simile iniziativa. Ci sarebbe però da dire, per amor del vero, che il nostro contratto è fermo dal 2009 e che da quella data gli stipendi sono bloccati, ragion per cui, se ciò non fosse avvenuto, in questo lungo lasso di tempo avremmo ricevuto ben più di 500 euro; ma lasciamo stare. Il problema è che non sappiamo esattamente come spendere questo denaro, soprattutto se, come sembra, andrà rendicontato a pena di restituzione. Pongo un problema: le iniziative di aggiornamento dovranno essere strettamente legate alle materie specifiche insegnate da ciascuno o no? Perché se così fosse i docenti di educazione fisica potrebbero usare questo denaro solo per acquistare oggetti da palestra o per assistere a spettacoli sportivi, tanto per fare un esempio. E potrò io, che insegno latino e greco, spendere di quei soldi per andare ad assistere ad uno spettacolo lirico, ad esempio alla Scala di Milano o al teatro dell’Opera a Roma? Francamente su questo punto non v’è molta chiarezza, e c’è il rischio concreto per molti docenti di dover restituire la somma ricevuta per averla impiegata in modo giudicato improprio.
Il terzo punto, il più controverso, riguarda la valutazione individuale dei docenti, un argomento di cui si è molto discusso senza trovare un accordo, giacché ciascuno la vede a modo suo. Le indicazioni ministeriali, inoltre, sono vaghe e interpretabili variamente; l’unico punto certo è che sarà il Dirigente scolastico a decidere quali insegnanti della sua scuola saranno più meritevoli degli altri e potranno così accedere all’aumento stipendiale. Premetto che io sono totalmente d’accordo sul concetto di meritocrazia e trovo giustissimo premiare il merito individuale; quello che non mi convince sono i criteri che ho sentito dire qua e là. Secondo l’opinione prevalente (almeno così mi è sembrato di capire) saranno premiati quei docenti che collaborano con il Dirigente nella gestione della scuola (i vicari? ma non hanno già un riconoscimento economico per questa loro funzione?) oppure anche coloro che presentano e realizzano progetti, attività cioè che sono utili agli alunni ed alla scuola (non voglio negarlo, per carità!) ma che spesso hanno poco o nulla a vedere con la didattica vera e propria. Ed è parimenti discutibile, a mio giudizio, annoverare fra i criteri di scelta il successo formativo degli studenti, perché se un docente ha la sfortuna di capitare in una classe di svogliati o poco capaci, i risultati finali di quegli studenti agli scrutini o agli esami non potranno di certo essere esaltanti, e di questo non si può dare la colpa ai professori che insegnavano in quella classe. Sarebbe come seminare sulla sabbia del mare: per quanto buono e vitale sia il seme, non germoglierà nulla. Quel che occorrerebbe fare per valutare obiettivamente i docenti sarebbe avere a disposizione un esercito di ispettori e supervisori veramente competenti nelle varie discipline, i quali venissero nelle aule ad ascoltare le lezioni e a controllare il rapporto didattico e umano tra il docente ed i suoi allievi, compresa la revisione degli elaborati ed il metodo valutativo di ciascuno. Ma un progetto del genere costerebbe moltissimo e richiederebbe tempi molto lunghi, tanto che, come si suol dire, il gioco non vale la candela. Ed allora non resta che una sola cosa da fare: affidarsi alla competenza ed all’onestà intellettuale dei Dirigenti scolastici, ai quali spetta in proposito l’ultima parola. Consultandosi con tutte le componenti scolastiche, i capi di Istituto sanno bene quali sono i docenti più preparati e rispettati della loro scuola; auguriamoci che di questo tengano conto in modo prevalente, senza lasciarsi condizionare da altri fattori che con il merito e la professionalità di ciascuno c’entrano poco o nulla.

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4 commenti

Archiviato in Attualità, Politica scolastica, Scuola e didattica

4 risposte a “La riforma che “premia” i docenti

  1. diegod56

    Lei caro prof. Rossi è persona molto seria, quindi puo’ capire il senso della mia domanda. Le scrivo da incompetente in materia. Non si potrebbe, per valutare il lavoro dell’insegnante, semplicemente interrogare i suoi allievi due volte: la prima all’inizio dell’anno scolastico, la seconda alla fine? La prima per sapere da dove è partito il lavoro, la seconda per sapere dove è arrivato.
    Mettiamo che il ragazzo non sappia nulla del programma previsto. Se non ci sono fatti particolari, patologie e problemi nel ragazzo, allora il docente ha lavorato male. Se il ragazzo sa quel che c’era da studiare, allora il docente ha lavorato bene. Perchè nella scuola non si puo’ usare il semplice buon senso? Perchè a scuola non si fa la scuola e basta?

    • Caro Diego, mi pare che la formula proposta da lei sia troppo semplicistica, anche perché in questo modo si potrebbe sapere quanto programma è stato trattato, ma non come, cioè qual è stata la qualità dell’insegnamento. E poi, mi creda, è troppo rischioso affidarsi agli studenti, i quali tenderebbero a premiare i professori più “amiconi” e quelli che assegnano loro voti alti senza pretendere nulla, o quasi. Caso mai saprebbe utile l’opinione degli ex studenti, quelli che hanno lasciato la scuola da almeno tre anni e che hanno la possibilità di fornire un giudizio più obiettivo.

  2. Applausi. Eccesso di ottimismo (anche se limitato ad un auspicio) nel finale, ma articolo molto condivisibile. E anche il commento immediatamente sopra.

    • Sì, io credo che gli ex studenti, dopo aver riflettuto sul metodo di lavoro appreso al Liceo ed in base al confronto con i loro colleghi di studio universitari, sarebbero le persone più adatte ad esprimere un giudizio oggettivo sui loro professori.

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