Non fa scienza, / sanza lo ritenere, avere inteso

Questa splendida e ben nota citazione da Dante (Paradiso, V, 41-42) significa, interpretandola letteralmente, che comprendere o imparare qualcosa non forma la vera cultura se non si tiene poi a mente ciò che si è imparato. Mi è sembrato giusto apporla qui, all’inizio di un nuovo post che intende trattare appunto il problema della memoria, riferito in particolare ai nostri studenti. Già da tempo vado ripetendo che il maggior inconveniente che io trovo nel mio insegnamento non consiste tanto nell’apprendimento degli argomenti dei programmi che ogni giorno vado illustrando ai miei studenti quanto nella loro “sedimentazione” nella memoria degli studenti stessi. In altri termini, mi capita quasi sempre di interrogare gli alunni e trovarli preparati sulla lezione del giorno e anche sulle precedenti; ma dopo la verifica entra in gioco, nella mente dei ragazzi, quasi un processo di cancellazione dei concetti, per cui, se quegli stessi argomenti su cui hanno ottenuto buoni voti vengono loro richiesti ad un mese di distanza dall’interrogazione, non ricordano più quasi nulla. Il fenomeno è ben riscontrabile all’inizio di ogni nuovo anno scolastico: proviamo a far domande alla classe, anche in maniera generica e senza alcuna valutazione, sul programma dell’anno precedente e troveremo dei vuoti di memoria abissali tanto che viene da chiedersi quale sia l’utilità dell’insegnamento se su tutti quegli argomenti che sono stati preparati con cura, ripetuti e riferiti al docente in maniera anche soddisfacente, si stende poi il velo dell’oblio e di essi non rimane più traccia.
Questo, ripeto, è per me il problema maggiore che riscontro nel mio lavoro. Non è affatto vero, a mio giudizio, che i giovani di oggi siano meno ricettivi di quelli di un tempo; anzi, imparano più in fretta di quanto facevamo noi, anche perché attualmente i messaggi culturali provenienti dalle fonti più disparate (compresi ovviamente internet, la tv e gli altri mezzi di informazione) arrivano più numerosi e con maggior velocità. Il guaio è che in questa civiltà dell’immagine, della comunicazione “usa e getta”, della notizia istantanea e subito superata da un’altra ancor più fulminea, la mente umana si è abituata ad accogliere dati facilmente ma ad espellerli altrettanto facilmente, a fare in modo cioè – come afferma un noto detto popolare – che ciò che entra da un orecchio esca subito dall’altro.
Certamente il bombardamento mediatico e multimediale, la possibilità di reperire subito su internet qualunque informazione senza dover meditarla e memorizzarla, la presenza delle calcolatrici elettroniche che hanno sostituito il calcolo mnemonico, tutto ciò ha finito per paralizzare le facoltà della memoria, molto più sviluppate in altri periodi della storia. Nell’antica Grecia, prima di Omero, i cantori dell’epoca ricordavano a memoria migliaia di versi ed interi poemi, perché la scrittura (che pure già esisteva) era impiegata soltanto per fini pratici e non era usata a supporto della poesia; e se vogliamo parlare di tempi molto più recenti, quando io ero bambino esisteva ancora una larga percentuale di persone analfabete le quali, non potendo avvalersi della scrittura, ricordavano a memoria centinaia di numeri telefonici o altre informazioni. Oggi tutto questo è preistoria e l’uso quotidiano degli strumenti informatici e dei calcolatori ha fatto sì che la parte del cervello umano destinata al ricordo si sia per così dire atrofizzata, così come qualsiasi altro organo che cadesse in disuso fin dalla nascita dell’uomo.
E’ quindi la tecnologia moderna, ormai diventata pane quotidiano per i nostri studenti, ad aver provocato questo devastante fenomeno dell’oblio di gran parte di ciò che viene loro trasmesso dai docenti e dai libri di scuola? Io rispondo di sì, ma dico anche che questa non è l’unica causa del male, in quanto ve n’è un’altra di almeno pari importanza. Esiste nella mente umana un meccanismo di rimozione, ben descritto da Freud nel suo celebre saggio Psicopatologia della vita quotidiana, che provvede ad allontanare dal ricordo ciò che troviamo sgradevole e antipatico, mentre tendiamo a ricordare con molta più facilità ciò che ci piace e ci alletta: avviene così che ci capiti di saltare l’assunzione di un farmaco proprio perché non vorremmo assumerlo, oppure di dimenticare di fare una telefonata se questa è sgradita e deve essere fatta per necessità (ad esempio per prendere un appuntamento per un esame medico). Lo stesso accade per quanto riguarda la cultura: tanto per fare un esempio personale, io ricordo a memoria interi canti di Dante non perché li abbia letti cento volte, ma perché è tale la mia passione per questo poeta che la sua opera mi entra profondamente nella mente e non ne esce più; al contrario, se leggo una pagina di uno scribacchino di quelli che attualmente vorrebbero chiamarsi (a torto) scrittori, dopo cinque minuti non ricordo neppure una parola. Credo quindi, per tornare alla scuola, che sia questo il meccanismo di rimozione che agisce nella mente degli studenti, determinando l’oblio di ciò che hanno studiato anche un mese prima, proprio perché nella quasi totalità dei casi essi non studiano per passione o per volontà di apprendere, ma soltanto perché debbono sostenere un’interrogazione o una verifica della quale unico scopo è quello di ottenere un buon voto. Una volta raggiunto l’obiettivo immediato, tutto viene rimosso. Se invece i nostri alunni studiassero con entusiasmo, per curiosità intellettuale e non per il mero risultato numerico della verifica, sicuramente si ricorderebbero molto di più di ciò che apprendono, anche a distanza di anni, perché la memoria, a quell’età, dovrebbe essere solida come una roccia.
Cosa fare allora? Si sarebbe tentare di dare la più semplice e banale delle risposte, cioè che il docente deve saper interessare i propri studenti e far loro gradire ciò che insegna, in modo che le conoscenze vengano accolte con entusiasmo e quindi restino per sempre impresse nella mente. Facile a dirsi, ma difficilissimo a realizzarsi, perché nella società moderna la scuola è per i ragazzi soltanto una delle loro molteplici attività e soltanto una tra le varie fonti di informazione. Gli studenti trascorrono tra le mura scolastiche solo cinque ore al giorno, mentre nelle altre 19 tutto combatte contro di noi: la tv, il cellulare, il computer, la società con i suoi falsi miti ed anche – direi – un atteggiamento sbagliato di genitori e parenti vari, i quali si aspettano dallo studente non che impari l’italiano, la matematica o le scienze, ma soltanto che riporti buoni voti e che non faccia troppa fatica nello studio. Questa concezione superficiale e distorta dell’apprendimento scolastico fa sì che la cultura in sé venga svalutata, snobbata e a volte perfino schernita, e che questa sorte tocchi anche a chi questa cultura vorrebbe veramente accoglierla in sé. Se questa è l’idea che si ha dell’apprendimento, è evidente che ricordarsi dei contenuti studiati a scuola diventa del tutto secondario, quasi una roba da “sfigati” che nella vita non si faranno mai strada e non avranno mai successo.

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10 commenti

Archiviato in Attualità, Politica scolastica, Scuola e didattica

10 risposte a “Non fa scienza, / sanza lo ritenere, avere inteso

  1. Alice

    Stavo visitando il blog quando mi sono imbattuta in questo post che, devo ammettere, ha attirato molto la mia attenzione.
    Il tema della memoria è molto complesso, infatti molti aspetti riguardanti la memoria ci sono ancora sconosciuti. Quello che però è certo, è che dimenticare è assolutamente normale, sarebbe infatti impossibile ricordarsi tutto: il nostro cervello non è adatto a registrare tutti gli stimoli provenienti dal mondo esterno, sarebbe troppo faticoso e decisamente inutile. Come ha confermato anche il suo articolo, il problema della memoria è spesso presente quando si parla di insegnamento. Infatti, non è raro trovare allievi che dopo una verifica si dimentichino tutto ciò che avevano studiato. Proprio per questo molte tecniche sono state create per fare in modo che gli allievi ritengano più facilmente le informazioni date dal docente. Come dice lei, è ben vero che ciò che ci appassiona ci resta impresso nella mente più facilmente che ciò che ci annoia o ciò che non ci interessa; ma questo è anche dovuto alla quantità di attenzione che poniamo nell’apprendere ciò che ci piace. Infatti, l’attenzione ha un ruolo centrale per quanto riguarda la memoria. Dunque, come dicevo prima, piccoli trucchi sono stati messi in atto per aumentare il livello di attenzione negli allievi. Ad esempio, per facilitare l’attenzione, il docente può variare l’intonazione della voce, fare uso di gesti, spostarsi in aula per attirare l’attenzione su una specifica informazione ritenuta importante, annunciare l’arrivo di una nozione da ritenere, creare della suspence, ecc. Questo perché l’attenzione, è giusto sottolineare, non può rimanere costante per tutto il corso di una lezione.
    Per aiutare a ritenere delle nuove informazioni il docente può rievocarne delle vecchie già integrate nella memoria e fare dei collegamenti ad esse. Creare delle attività può inoltre favorire la ritenzione di nuove conoscenze molto fragili, in più esercitare vecchie conoscenze può fare in modo di evitare delle interferenze con quelle nuove.
    Mi faccia sapere cosa pensa di questi piccoli trucchi che possono venir utilizzati in classe; non essendo un esperta, ma essendo in formazione, mi interessa sapere quello che pensa una persona con anni di esperienza alle spalle.

    Un caro saluto,
    Alice

    • Cara Alice, quello che scrive è molto opportuno e ben centrato: io non ne ho fatto menzione nel mio post, ma ho sempre dato per sottinteso che l’attenzione e la concentrazione di un uditorio (fatto di studenti ma anche di altre persone) dipendono in gran parte dall’abilità di chi parla. Io stesso ho sempre utilizzato tutti quei piccoli “trucchi” che lei ha indicato, e che poi trucchi non sono ma veri e propri strumenti di acquisizione dell’attenzione e quindi anche della memoria. Già gli antichi greci sapevano bene questo, quando suddividevano la retorica (cioè la scienza della persuasione) in cinque parti, l’ultima delle quali era appunto l'”actio”, cioè la gestualità, il movimento dell’oratore, il cambio del tono di voce ecc. Io però confermo qui che a mio parere il riuscire a far sedimentare nella mente determinati concetti e ricordarli per sempre dipende in gran parte dalla passione e l’interesse che questi concetti suscitano in noi. Per fare un esempio personale io mi ricordo ancora, a quarant’anni di distanza, del contenuto dei miei corsi di letteratura greca e latina all’università, perché suscitavano moltissimo la mia curiosità intellettuale; del corso di geografia invece, che seguii solo perché quell’esame serviva per l’insegnamento ma di cui poco mi interessavo, non ricordo più nulla.

  2. Dut

    Il verso in questione “Non fa scienza, / sanza lo ritenere, avere inteso” l’ho sempre interpretato/capito in un altro modo, ossia che non fa scienza ripetere un argomento se non se ne conosce il concetto; esempio: teorema di Pitagora, è inutile citarla se poi non si ha idea di cosa sia un triangolo o un cateto – ho sempre capito male? Grazie.

    • Penso che la sua interpretazione, pur ingegnosa, non sia quella giusta. Io in tutti i commenti del passo del Paradiso ho sempre trovato spiegazioni conformi al senso che vi ho accostato: non fa scienza (cioè non crea vero sapere) l’aver imparato qualcosa se poi si dimentica, non si tiene a mente. Questo il senso proprio, di origine latina, del verbo “ritenere”.

  3. Caro collega,
    il tuo post ha il pregio della chiarezza e della lucidità concettuale. Fino a “Che fare allora?” ho nutrito la speranza di non ritrovarmi alla solita laudatio temporis acti che purtroppo affligge tanti colleghi laureati (come me) in Lettere Classiche. E invece ho dovuto ammainare bandiera. La tecnologia moderna, i cellulari, le famiglie. Insomma, la solita minestra. Tu di anni ne hai 62 ed io 54. Dovremmo aver capito ormai che la più banale e semplice delle risposte non è quella di suscitare interesse nei ragazzi, ma proprio quella che invece tanti nsegnanti continuano a dare e che approfondiscono il solco generazionale e culturale tra noi e loro. Citerò larga parte del tuo post in un articolo sulla memoria nei processi di apprendimento che mi accingo a pubblicare. Dal “Che fare allora?”, caro collega, ti abbandono perché non amo gli stereotipi.

    • Non mi pare di aver espresso tanti stereotipi: del resto, che tra noi e gli studenti esiste ormai una forte differenza d’età è vero; ed è vero anche che la tecnologia moderna, che ha portato tanti vantaggi, ha mostrato anche i suoi lati negativi. Questi non sono stereotipi, sono realtà, e non si tratta di “laudatio temporis acti”, perché io sono il primo a dire che anche ai nostri tempi c’erano molte cose che non andavano bene (se puoi leggiti il post “La scuola degli anni ’70 e quella attuale”). Comunque ti ringrazio per aver apprezzato, almeno in parte, il mio articolo.

  4. Max

    Occhio anche al più insidioso problema inverso: “non fa scienza, senza l’avere inteso, lo ritenere”.
    Non è sempre facile capire se uno studente ha davvero compreso gli argomenti, oppure se ha solo mandato a memoria complesse strutture concettuali senza poi saperle riapplicare in contesti che si discostano di poco da quelli visti a lezione.
    Un semplice esempio per chiarire. Applicare il teorema di Pitagora ad un triangolo rettangolo di cui si conoscono due lati è cosa molto semplice per tutti.Il problema può nascere quando occorre calcolare la misura della diagonale di un quadrato di cui si conosce un solo lato. Questo perché lo studente non riconosce in un quadrato, tagliato lungo una delle due diagonali, la giustapposizione di due triangoli rettangoli, bensì li vede come due triangoli isosceli (il che, purtroppo per lui, non è sbagliato) per cui non sa come deve regolarsi nell’applicazione del teorema.
    L’associazione indebita che si crea, tra figura e definizione, porta ad errori di questo tipo. Disegnare ogni volta alla lavagna un triangolo rettangolo con tre lati di lunghezza differente porta ad una reimpostazione semplificata della definizione, da parte dello studente, che se non viene sollevata da una impasse rischia di radicarsi nella sua memoria permanentemente. […]
    Manca una sua partecipazione attiva alla costruzione del sapere, il che lo costringe ad adoperare prevalentemente la memoria a discapito delle altre facoltà cognitive che sono essenziali per un apprendimento concreto e durevole.Una soluzione a scuola potrebbe allora ricercarsi nella costruzione di un ponte tra la realtà scolastica e quella vissuta al di fuori, nella vita quotidiana. Un giornalino scolastico pubblicato nell’istituto d’appartenenza permetterebbe un esercizio della lingua attraverso l’uso concreto (serve a qualcosa, perché serve anche agli altri miei pari; dialoghiamo attraverso un forum, per capirci). Oppure ricerche scientifiche personalizzate su argomenti poco conosciuti di cui potrebbero divenire gli “esperti” della classe. È una mia idea. La faccenda richiede però tutta una ristrutturazione della didattica che non sempre si può realizzare.

    • La ringrazio per aver posto l’attenzione all’altra faccia del problema, cioè la situazione che si presenta quando gli studenti hanno imparato a memoria definizioni e concetti che poi non sanno spiegare perché in realtà non li hanno compresi. Questo succede in tutte le materie. Quante volte ci troviamo a dire che il tale alunno o la tale alunna hanno solo ripetuto “a pappagallo” la lezione, e che basta chiedere loro un “perché” per vederli cadere come pere cotte? Questo che lei dice si verifica spesso in matematica, dove vengono imparate certe definizioni a memoria senza poi saperle applicare quando si presentano in forma anche lievemente diversa da come sono state spiegate in classe. Il teorema di Pitagora è un valido esempio, ma a me sembra strano che di fronte a un quadrato attraversato da una diagonale gli studenti non sappiano riconoscervi due triangoli rettangoli (oltre che isosceli), e che quindi si possa applicare il teorema per trovare la diagonale; per me ad esempio, che sono tutto fuorché un matematico, la cosa è abbastanza ovvia, e so anche che la misura della diagonale è uguale al prodotto tra la misura del lato e la radice di 2. Quanto alle soluzioni che lei propone, mi sembra che la prima sia stata già imboccata dal nostro Ministero: nelle ultime edizioni degli esami di Stato del Liceo Scientifico, infatti, sono stati inseriti nella seconda prova problemi ed esercizi che coniugavano la teoria matematica con la vita quotidiana (si parlava di una cisterna, mi pare). Almeno così mi è stato riferito dai colleghi della materia.

  5. alberto

    Egr. prof.
    Il tema da lei sollevato è affascinante. Tuttavia esso è intimamente connesso alla (mi scusi il termine) “utilità” di ciò che viene insegnato. Mi spiego meglio. Non crede che la scuola italiana sia oggi, nelle materie e nei contenuti offerti, non in grado di costruire il cittadino del futuro, consapevole dei propri diritti e doveri. Oggi un diplomato con 100 e lode, di un liceo qualsiasi, non è nelle condizioni di comprendere le, pur elementari, notizie di un quotidiano. Ad es. come nasce e cosa prevede la Costituzione italiana, il funzionamento delle pubblica amministrazione, la costruzione di una legge, cenni sulla storia dei partiti politici, ecc ecc. sono aspetti di educazione civica che distinguono, inesorabilmente, il cittadino, dal suddito. L’insegnamento della lingua inglese nelle scuole è sostanzialmente solo declamata; la storia si ferma alla seconda guerra mondiale; la geografia semplicemente non esiste. Potrei continuare ma lo sconforto mi assale. Forse i ragazzi sanno tutto questo meglio di noi e, nel conformismo generale, imparano a memoria – e in fretta – la medesima lezione dell’Italia preunitaria, la stessa dell’era antecedente al web, consapevoli che essa servirà solo per poter acquisire il fatidico diploma. Non crede che questo possa incidere sulla volontà dei ragazzi di ritenere?.Grazie del suo pensiero.

    • Egr. dott. Alberto, mi fa piacere che mi abbia scritto, e tento di risponderle come posso. Forse sarà perché io vivo la scuola (liceo classico) ogni giorno e dedico ancora tanto entusiasmo alla mia professione, ma non riesco a vedere la situazione del sistema formativo italiano in una luce così negativa come lo vede Lei: vi sono certamente casi di insuccesso, ma esistono anche casi di eccellenza. L’inglese, pur non perfettamente, lo si impara molto meglio adesso che ai tempi miei, quando studiavamo la lingua straniera solo i primi due anni del liceo (cioè il ginnasio); adesso si avvalgono anche delle nuove tecnologie ed i risultati non sono affatto disprezzabili. Idem può dirsi della storia, le cui basi di solito vengono fornite in modo adeguato, anche se non si arriva a trattare gli ultimi anni del ‘900; poi, in questa come in altre discipline, conta molto la preparazione ed il metodo didattico del docente, che ovviamente varia da persona a persona: nella nostra scuola abbiamo molti docenti di eccellenza, ed anche qualche mela marcia, come accade del resto in ogni categoria. Vero è che l’educazione civica è poco presente nei programmi, ma del resto non è possibile, con il poco tempo a disposizione (legga, se può, l’ultimo mio post) trattare tutti i contenuti di cui lo studente avrebbe necessità. Non credo, infine, che questo sia legato al problema della memoria, che è connesso ai social network ed alle nuove tecnologie, utili per un verso e disastrose per un altro. Certo, se studiano solo per il diploma, è facile che dopo poco si dimentichino tutto; ma questo, se permette, non è colpa solo della scuola, ma anche della superficialità moderna che investe spesso sia gli studenti che i loro genitori.

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