Il primo giorno di scuola (per i professori)

Ecco, ci risiamo! Per la trentacinquesima volta (se non vado errato) mi trovo ad iniziare un nuovo anno scolastico, che per me purtroppo sarà uno degli ultimi, dato che tra non molto, mio malgrado, dovrò lasciare il lavoro e ritirarmi in pensione. Comunque, finché quel tragico evento non accadrà, io continuo a provare una strana emozione ogni volta che inizia un nuovo anno, un entusiasmo che sempre si rinnova, e mi accingo a svolgere il mio compito con l’attesa di conoscere una nuova classe e con una serie di progetti e di buoni propositi per la didattica che non so se potrò poi effettivamente realizzare.
Quando ricominciano le lezioni, tuttavia, non tutti hanno la medesima disposizione d’animo: alcuni di noi sembrano animati da un forte vigore intellettuale, sono forse più emozionati dei loro studenti al momento di riprendere un’attività dalla quale si sentono realizzati, mentre altri – al contrario – sembrano soffrire della cosiddetta “sindrome da rientro”, un’espressione che di solito viene riferita al momento in cui le persone, tornando dalle ferie, ricominciano la routine quotidiana ed il loro consueto lavoro. In sala insegnanti si vedono a volte facce scure e annoiate, di colleghi che avrebbero volentieri gradito un prolungamento delle già lunghe vacanze estive, e che obiettivamente faticano a rimettersi in moto, come automobili che siano rimaste ferme in garage per molti anni. Poi, dopo aver rotto il ghiaccio, riacquistano il consueto ritmo lavorativo, ma all’inizio sembrano un po’… arrugginiti, proprio come gli studenti che per tre mesi di chiusura delle scuole non hanno fatto nulla e quindi stentano a riprendere il ritmo dello studio. In fondo anche gli insegnanti sono persone come le altre, e non tutti hanno lo stesso modo di porsi di fronte alla loro professione. E pensare che da quest’anno dovremmo essere valutati singolarmente, una novità prevista dalla riforma cosiddetta della “Buona Scuola” su cui mi riprometto di ritornare più di una volta su questo blog.
Comunque, a parte le disposizioni d’animo individuali, ci sono obiettive difficoltà da superare il primo giorno di scuola, per noi docenti. La prima è che a volte ci ritroviamo – bontà di chi compila l’orario – ad avere due ore di lezione in una classe che già conosciamo dagli anni precedenti; e siccome gli studenti, com’è noto, il primo giorno portano a scuola soltanto il diario e una penna (quando va bene) non sappiamo come passare queste due ore. Stare senza far nulla non si può, ma non si può neanche cominciare così, ex abrupto, il nuovo programma, anche perché i ragazzi, dopo tutta un’estate di torpore e tutti presi a raccontarsi come hanno passato le vacanze, non ti ascolterebbero. Riusciamo a cavarcela, allora, parlando del programma da svolgere quest’anno, delle novità della riforma, dell’esame di Stato per le classi quinte, o al massimo facciamo un ripasso del programma dell’anno precedente, durante il quale il docente tenta di coinvolgere i ragazzi e farli parlare sui vari argomenti, ma molto spesso si ritrova ad arringare da solo una folla poco attenta e con il pensiero ancora rivolto al mare o alla discoteca. L’importante, comunque, è che trascorrano quelle due ore, e bene o male, con fatica, arriviamo al traguardo. Poi c’è un altro problema: che a forza di parlare per quattro ore il primo giorno di scuola, dato che i ragazzi partecipano poco o nulla come si è detto, la voce comincia ad affievolirsi e la gola a bruciare; ed è certo che questa non è una sensazione piacevole, che tutti gli anni immancabilmente si manifesta all’inizio delle lezioni proprio perché anche noi non siamo più abituati a sforzare in questo modo le corde vocali.
Un’altra cosa che i docenti fanno il primo giorno di scuola è controllare il proprio orario per i giorni o la settimana seguenti, storcendo spesso la bocca quando si accorgono che debbono fare qualche ora in più rispetto ad altri colleghi; ed è questa un’operazione che ripetono anche quando verrà loro comunicato quello definitivo, atteso da tutti con apprensione e a volte con terrore. Io, a sconto dei miei peccati, ho avuto per molti anni l’incarico di compilare l’orario delle lezioni nel mio Liceo, e soltanto quest’anno, con molto gaudio, me ne sono finalmente liberato; si tratta infatti di un compito sommamente ingrato, che viene descritto con grande efficacia anche nel libro di Domenico Starnone Ex cattedra, che ho piacevolmente letto anni fa. All’inizio, quando ancora l’orario non è stato compilato, i colleghi si rivolgono allo sventurato che ha questo incarico con affabilità e gentilezza, chiedendo per favore e “se possibile” (sic!) di avere magari il sabato libero, o di non entrare alla prima ora o altre richieste di questo genere; per di più, tutti riconoscono che questo incarico è molto difficile a causa degli incastri che si debbono compiere per sistemare i docenti che insegnano anche in altre scuole, per le esigenze didattiche ecc. All’inizio, quindi, vi è gran cortesia e comprensione nei confronti di chi compila l’orario; ma quando poi viene reso noto e qualcuno si accorge che i suoi “desiderata” non hanno potuto trovare accoglimento per l’oggettiva impossibilità di accontentare le richieste di tutti, allora scoppiano le proteste, i malumori, i vittimismi, le basse insinuazioni secondo cui ci sarebbero dei colleghi “favoriti” ai quali viene sistemato l’orario secondo i loro capricci ed altri “ghettizzati” che verrebbero puniti e trascurati dall’imperdonabile perfidia del compilatore. A me è successo tutti gli anni, senza eccezione, di essermi impegnato per giornate e settimane intere nel tentativo di scontare meglio possibile questa condanna, senza favorire nessuno ma tenendo conto solo di alcune situazioni personali che obiettivamente meritavano attenzione, e di essermi sentito accusare di favoritismi inesistenti, tanto che qualche collega è arrivato persino a togliermi il saluto perché magari entrava due volte alla settimana alla prima ora o perché usciva all’ultima. Una situazione allucinante, causa di uno stress dal quale non ci si libera per mesi, ma che dimostra la sostanziale immaturità di chi intende il proprio lavoro più come un “optional” che come un dovere da svolgere nei tempi e negli orari stabiliti. Ci sono colleghi che non riescono a rendersi conto del fatto che l’orario di ciascuno è subordinato alle opportunità didattiche della scuola e che dovrebbe essere compilato tenendo conto più delle esigenze degli studenti che di quelle dei professori; del resto tutti sanno, ma fingono di non saperlo, che neanche il giorno libero si può scegliere, e che anzi esso è una consuetudine delle scuole, non un diritto acquisito da nessuno. Da qui si può ben comprendere la differenza tra la teoria e la pratica, tra le situazioni di diritto e quelle di fatto: a parole tutti riconoscono i dati di fatto che ho enunciato qui sopra, ma poi pretendono che siano soddisfatte le loro aspirazioni personali, non sempre confortate da problemi reali e degni di essere presi in considerazione. Forse una vera riforma della scuola andrebbe realizzata cercando di cambiare la mentalità di molte persone: degli studenti svogliati e presuntuosi a cui sembra tutto dovuto, dei genitori sindacalisti dei figli, ma anche di certi insegnanti, i quali hanno scelto una professione molto importante e gratificante ma anche difficile e delicata, dove si è continuamente osservati e dove occorre dare sempre buona prova di sé, se vogliamo che i nostri studenti ci stimino e ci prendano a modello per la loro formazione culturale ed umana.

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