Oliver Twist, un romanzo figlio del suo tempo

Come più volte ho scritto in questo blog, io leggo soltanto le opere letterarie classiche, intendendo per classici però ovviamente non solo quelli antichi, ma anche i moderni almeno fino all’epoca della seconda guerra mondiale, o poco oltre; non leggo mai invece quello che viene prodotto oggi o negli ultimi 50 anni, perché considero i cosiddetti “scrittori” attuali come pennivendoli e imbrattacarte che non conoscono non solo le regole fondamentali della narrativa, ma spesso neanche la sintassi italiana, figuriamoci quindi se possono essere accolti nell’ambito della grande letteratura! Purtroppo in questi nostri sciagurati tempi è morta ogni altra forma di arte, e quella dello scrivere non fa eccezione.
Così, in questa estate, ho letto con estrema attenzione il romanzo Oliver Twist di Charles Dickens (1812-1870), di cui avevo conosciuto ed apprezzato altri capolavori come Davide Copperfield. Questo romanzo, che narra la storia di un povero bambino orfano che cresce in un ospizio tra maltrattamenti e privazioni, mi ha inizialmente entusiasmato, sia per la profonda capacità narrativa dell’autore sia per la grande analisi psicologica che mette in atto, oltre che per la vigorosa raffigurazione dell’Inghilterra vittoriana del XIX secolo: ottime sono le descrizioni delle persone e dei loro caratteri, dei paesaggi di città e campagna, delle contraddizioni che si manifestavano in quei tempi grandi e tristi nello stesso momento, in cui le differenze sociali erano talmente marcate da rivelare con impressionante crudezza il divario esistente tra le regge dei ricchi ed i miseri tuguri dei poveri, sempre impegnati nella difficile impresa di sopravvivere in una Londra minata dall’indigenza e dal conseguente dilagare della criminalità. In questo mondo contraddittorio e crudele si muove il piccolo protagonista, che affronta alterne vicende ma riesce sempre e comunque a mantenere la propria dignità scontando colpe non sue ma ritrovando infine la sua redenzione totale e definitiva. Maltrattato e sfruttato da una banda di criminali che lo tiene a lungo con sé, Oliver non si integra mai in quella loro mentalità, anzi dal contrasto emerge ancora di più la sua indole buona e generosa, una luce che non smette mai di brillare in un mondo totalmente oscuro.
Grande capolavoro, dunque, Oliver Twist? A giudicare dai giudizi della critica e dalla grande fortuna che ha avuto anche in ambiti diversi da quello letterario (ci sono state ben 15 riprese cinematografiche, contando solo le principali!) sembrerebbe di sì. Eppure, nonostante la bellezza delle descrizioni e l’eleganza dello sviluppo narrativo d’insieme, nonostante il realismo e la sottile ironia con cui viene descritta l’Inghilterra dell’età vittoriana, qualche difetto emerge in quest’opera, almeno a giudizio di noi uomini del XXI secolo. I caratteri più popolari, ma anche più banali, dello spirito romantico dell’epoca ci sono tutti, a partire da un sentimentalismo che ai nostri occhi appare eccessivo: passioni senza limiti né controllo, ad esempio, sono frequenti nel romanzo, dove il pianto e la disperazione si presentano in ogni momento e ben oltre il loro consueto manifestarsi nella vita reale; amore e odio hanno dimensioni alterate ed un po’ esagerate, senza alcun termine di mediazione. Questo visione manichea della realtà si manifesta poi in ogni carattere umano , assolutamente votato al bene o al male, tanto che a personaggi totalmente positivi (lo stesso Oliver, il signor Brownlow che lo accoglie, la signorina Rose ecc.) fanno riscontro altri perversamente malvagi e negativi (l’ebreo Fagin, lo scassinatore Sikes ed altri); non c’è praticamente alcun elemento di grigio, ma si passa inesorabilmente dal bianco al nero, come se il bene ed il male fossero due categorie assolute delle quali l’uomo può assorbirne una sola, restando del tutto al di fuori dell’altra. Non manca poi un altro elemento romantico per eccellenza, quello della redenzione della “donna perduta” di cui molti esempi troviamo nella letteratura dell’800, primo tra tutti La signora delle camelie di Alexandre Dumas da cui deriva La traviata del nostro grande Giuseppe Verdi. Nel romanzo di Dickens la figura di Nancy corrisponde proprio questo stereotipo: pur essendo vissuta sempre tra violenze e privazioni, costretta a vendere il proprio corpo e fatta compagna e schiava dal malvagio Sikes, ella conserva però nel suo animo un’innata bontà, che la spinge a tradire il suo aguzzino non per un vantaggio personale ma per il trionfo della giustizia, nel nome del quale pagherà con la vita questo suo atto di redenzione. I tratti convenzionali dell’eroina romantica ci sono tutti, e qui dobbiamo dire che Dickens è stato profondamente influenzato dal clima letterario e culturale vigente ai suoi tempi. Anche il lieto fine dell’opera corrisponde a questa aspirazione borghese ottocentesca ad un mondo migliore, dove il bene e la giustizia finiscono sempre per trionfare: così muoiono o vanno in rovina tutti i personaggi negativi del romanzo, mentre quelli positivi vivono tutti “felici e contenti”, non solo il piccolo Oliver che trova finalmente una famiglia ed una vita dignitosa, ma anche gli altri che l’hanno sostenuto ed aiutato in modo totalmente generoso e disinteressato.
Questi elementi qui esposti, a mio giudizio, fanno di Oliver Twist una grande opera sì, ma poco corrispondente alla realtà quotidiana, dove purtroppo non sempre trionfa il bene ed il male soccombe, ma spesso accade l’esatto contrario. Oggi poi, dopo la scoperta freudiana dell’inconscio e lo sviluppo ulteriore e conseguente della letteratura (si pensi, anche solo per l’Italia, a Svevo e Pirandello) non è più accettata una frattura così netta e manichea tra il bene ed il male, perché il carattere umano è più complesso di quanto si pensava ai tempi di Dickens e non è più racchiudibile semplicemente in una delle due categorie. Dobbiamo poi tener conto del fatto che quando Dickens scrisse il nostro romanzo aveva circa 25-26 anni e non aveva quindi ancora raggiunto la piena maturità artistica, il che potrebbe spiegare alcune incoerenze e inverosimiglianze che vi si manifestano, come ad esempio il fatto che il piccolo Oliver orfano e ramingo giunga in una Londra che già allora contava oltre mezzo milione di abitanti e vada a finire proprio nella casa della persona che aveva conosciuto suo padre, dove trova un ritratto che raffigurava i suoi parenti ed in base al quale il suo protettore ne scopre le origini. Sono espedienti da commedia classica, tipici di Plauto e Terenzio, che ancora sopravvivono nella letteratura moderna ma che non rispondono ai tratti del realismo alla Auerbach o anche soltanto ai canoni narrativi appena successivi del naturalismo francese e del verismo italiano. Con tutto ciò Oliver Twist rimane un capolavoro ed una grande testimonianza di quei tempi e di quella società, ed è dotato di una forza espressiva e di un fascino coinvolgente che gli scritti attuali non possono neanche sognarsi di raggiungere. La vera letteratura è questa, un’arte grandissima che oggi, nell’era di internet e della tecnologia, non esiste più, né mai esisterà in futuro. Per nostra fortuna tuttavia, visto lo squallore del presente, possiamo ancora dilettarci e commuoverci con le opere del passato, che, come dice Seneca, nessuno potrà mai toglierci perché appartengono a noi come noi stessi apparteniamo a loro.

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16 commenti

Archiviato in Arte e letteratura

16 risposte a “Oliver Twist, un romanzo figlio del suo tempo

  1. Guido La Vespa

    Gentile professore, le pongo una critica costruttiva ai primi righi del suo post. Trovo infatti sbagliato rifiutare a priori di leggere ciò che è stato prodotto negli ultimi 50 anni, in ambito letterario, per due ordini di ragioni.
    Il primo è professionale, e qui entro in un campo che non mi compete perché non ho esperienza d’insegnamento (che è invece il suo, di campo). I suoi studenti, presumibilmente, sono cresciuti proprio con quella letteratura contemporanea che lei dice di ignorare: Harry Potter, Twilight, Dan Brown; in Italia Alessandro D’Avenia (che peraltro è un fine classicista) e altri. È così che si sviluppa il gusto della lettura e, magari, ci si avvicina alla scelta di un liceo classico. I cui docenti, secondo me, dovrebbero quantomeno conoscere cosa amano e apprezzano i loro alunni per poterli poi guidare verso la graduale espansione e l’approfondimento del loro bagaglio culturale.
    In secondo luogo, le dico francamente che si sta perdendo ottimi lavori. Un nome su tutti, mi par d’intendere che non abbia mai letto Umberto Eco, a mio modo di vedere l’ultimo dei grandi del romanzo storico, autore di libri densissimi e avvincenti. Ma anche Italo Calvino, Primo Levi, recentemente il fisico Paolo Giordano con “La Solitudine dei Numeri Primi” hanno scritto pagine molto belle. Non so poi se includesse anche la saggistica, nel qual caso rinuncia a libri eccezionali come la Storia d’Italia di Montanelli.
    In conclusione, la invito con molta simpatia e bonarietà a fare un giro in un negozio Feltrinelli, prelevare a caso dall’espositore dei “best seller dell’ultimo mese” e vedere un po’ cosa ci regala la contemporaneità.
    Con molto affetto.
    PS: Apprezzo moltissimo la sua analisi di Oliver Twist

    • Caro Guido, mi aspettavo questo tipo di critica, e ti dico che ho anche un po’ esagerato: non è che non abbia letto proprio nulla degli ultimi 50 anni, perché autori come Primo Levi, Calvino, Pasolini, Pavese, Moravia ecc. li conosco anch’io. Ho letto pure la Storia d’Italia di Montanelli, ed il mio rifiuto verso gli scrittori contemporanei non riguarda la saggistica, altrimenti come potrei essere aggiornato sugli studi classici che ancora seguo costantemente? Il mio disprezzo va soprattutto ai romanzi e racconti contemporanei, scritti spesso senza conoscere le regole della retorica, della narratologia e spesso neanche quelle della sintassi (periodi di due parole o di duecento parole) e con l’inserimento di tante banalità e volgarità di cui non ci sarebbe affatto bisogno.

  2. Caro Massimo, concordo col giudizio su Dickens che anche io considero un autore appassionante ma a volte un po’ ingenuo, soprattutto nell’analisi psicologica; per questo motivo, tra gli autori dell’epoca, tendo a preferire i grandi russi e i francesi.
    Mi resta tuttavia un dubbio: come puoi formarti un’opinione completa sul panorama letterario attuale se non leggi quello che è stato pubblicato negli ultimi 50 anni? I libri contemporanei non sono soltanto quelli pubblicizzati dalla televisione…

    • Se leggi la risposta che ho dato a Guido nel precedente commento, puoi renderti conto di qual è la mia opinione. Quanto al “panorama letterario attuale” che tu citi, io non lo considero affatto “letterario” ma da pennivendoli, vista la pessima qualità degli scritti di oggi e l’assoluta impossibilità di poterli confrontare, anche lontanamente, con i grandi modelli dei secoli passati.

      • Concordo sul fatto che molti scrittori di oggi producano opere di scarsa qualità; verranno dimenticati così come è sempre successo con gli autori mediocri.
        Dico però che il panorama letterario attuale non si riduce agli autori che sono più pubblicizzati ma include anche scrittori che faticano a pubblicare perché lontani dalle attuali esigenze del mercato, che devono pubblicare a proprie spese, che non possono dedicarsi solo alla letteratura.
        Insomma, quello che ci viene propinato dai media come ‘letteratura contemporanea’ è una piccolissima parte -e forse non la migliore- di quanto viene pubblicato oggi.

  3. Francesco Di Giovanni

    Ho letto con molto interesse e trovo la sua analisi oltre che condivisibile, assai ricca di spunti di riflessione. La ringrazio per quanto ci ha offerto, Francesco Di Giovanni

  4. Claudio

    Caro professore,
    ho letto con grande interesse il suo articolo su “Oliver Twist” (e quindi su Dickens), avendo letto da poco “David Copperfield”, che dell’autore inglese è probabilmente il massimo capolavoro. Mi pare perciò che nella sua analisi non abbia tenuto sufficientemente conto di alcuni aspetti: in primo luogo (poiché riguarda l’intera produzione dickensiana) quello editoriale, per cui i romanzi venivano pubblicati a puntate (gruppi di capitoli) che dovevano perciò avere una struttura abbastanza autonoma e, nella necessità di mantenere vivo l’interesse dei lettori, ripresentare con una certa ripetitività scene e personaggi (drammatici, sentimentali, umoristici per contentare tutti i diversi gusti del pubblico). In secondo luogo, i difetti originati da questo modo di fare letteratura, tipico di una società industriale, sono fin troppo facili da da rimproverare in una trama che si svolge nell’arco di pochi anni; risultano invece meno evidenti in un’opera come “David Copperfield”, scritta come se si trattasse di autentiche memorie di una vita e quindi assai più varia (forse anche per gli spunti autobiografici). L’aver fatto della scrittura il proprio mestiere ha certo danneggiato la qualità di alcuni suoi lavori, ma penso che nel complesso i migliori romanzi risultino apprezzabilissimi oggi come allora: è inevitabile, credo, che questo non possa valere per le decine di opere da lui scritte.

    • Quello che lei dice è vero, cioè che io non ho tenuto conto del fatto che i romanzi di Dickens (come di molti altri scrittori dell’epoca) uscivano a puntate su periodici, e c’era quindi la necessità di dare una certa autonomia alle varie sezioni; ma questo aspetto non influisce in modo decisivo sulle mie osservazioni generali, cioè che la visione della società di allora era molto puritana e condizionata da un presupposto di origine romantica, la distinzione netta tra bene e male che non ammette commistioni o contatti tra questi due principi etici. Del resto, le figure del dottor Jekyll e di Mister Hide ci rivelano con particolare evidenza questo principio. Su “David Copperfield” sono d’accordo con il suo giudizio: si tratta certamente del maggior capolavoro del nostro scrittore.

    • Guido La Vespa

      È vero. L’analisi delle interazioni fra le necessità “editoriali” e la resa narrativa della letteratura è un tema molto interessante. Ad esempio, una delle cause di quello che il prof. Rossi vede come un degrado (per certi versi obiettivo) della letteratura contemporanea è il bisogno di “adattare” facilmente un libro di successo in una pellicola cinematografica.
      Basti pensare soltanto a come la narrazione viene spezzettata in “scene” di dialogo o azione (separate da spazi bianchi con i canonici tre asterischi *** al centro) lunghe al massimo qualche paragrafo per facilitare il lavoro dello sceneggiatore.

  5. lucia

    Caro professore sono Lucia Scapin a settembre inizio l’ultimo anno del liceo classico Concetto Marchesi di Padova, devo dirgli che a vent’anni mi vergogno di non aver ancora terminato la scuola superiore, comunque non voglio annoiarla con le mie vicende personali… Piuttosto voglio ringraziarla per il suo costante impegno nella promozione della civiltà classica, oggi sempre più demonizzata da una società schiava del denaro e della tecnologia e non penso di esagerare perchè l’Italia attuale presenta proprio questa situazione.

    • Grazie, Lucia, per le tue belle parole, le quali mi dimostrano che esistono ancora giovani sensibili e intelligenti che comprendono l’importanza della cultura umanistica, l’unico antidoto contro la superficialità e la volgarità che caratterizzano questi nostri tempi sciagurati, dove l’unico valore rimasto sembra essere il denaro. E non devi vergognarti se hai perso un po’ di tempo nella tua carriera scolastica: l’importante non è quando, ma come si arriva al termine della propria formazione, e con quale maturazione si è poi pronti ad affrontare la vita. Auguri sinceri.

  6. lucia

    Grazie mille professore. Ho trascorso un periodo difficile della mia vita a causa di un problema alimentare, dal quale mi è tuttora difficile uscire completamente. Perciò le sue parole mi incoraggiano e mi trasmettono entusiasmo. Le auguro un buon inizio d’anno scolastico. Cari saluti.

  7. Licia

    Secondo me il principale motivo per cui in certi romanzi, come quello di cui si sta discutendo, e soprattutto se il protagonista è un bambino/a o ragazzo/a, viene separato nettamente il bene dal male, è perchè non bisogna dimenticare che il male è piu affascinante del bene (il diavolo non è brutto come lo si dipinge), e quindi, per evitare che possa divenire un’attrattiva per le giovani menti, lo si fa distinguere chiaramente dal bene, ma si vuole poi neutralizzarlo evidenziando sempre, alla fine del romanzo, come esso porti solo alla rovina ed all’infelicità propria e degli altri, mentre la difficile virtù alla fine è premiata.

  8. Sono d’accordo nel merito; infatti la maggior parte dei romanzi dell’800, sull’onda del pensiero romantico ma anche per reminiscenze antiche, aveva un intento edificatorio, quello cioè di mettere in evidenza i valori positivi della vita affinché il lettore potesse avere una guida morale, e ciò vale tanto più per le opere destinate all’infanzia. Perciò il bene ed il male venivano nettamente separati, ed alla fine trionfavano quasi sempre i “buoni” mentre i “cattivi” morivano o soccombevano. Ma purtroppo nella realtà effettiva, come vediamo tutti i giorni, non è così.

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