Perché l’esame di Stato, così com’è, non funziona

Sono appena reduce dall’esperienza di Presidente di una commissione d’esame di Stato in un Liceo Scientifico,e da ciò ho tratto alcune riflessioni circa le modalità con cui questo evento si svolge. In realtà non è la prima volta che svolgo questa funzione, perché ormai regolarmente, ogni due anni, vengo nominato Presidente di commissione, senza peraltro averne maggior diritto rispetto ad altri colleghi. Questa volta però, benché non sia accaduto nulla di particolarmente rilevante durante queste tre settimane di durata dell’esame, e sebbene i candidati siano stati tutti promossi, ho potuto constatare con più accuratezza del solito che così com’è questo appuntamento fisso di ogni anno presenta difetti e incoerenze piuttosto vistose e che quindi il Ministero dovrebbe pensare seriamente a introdurre alcune modifiche.
Non tutto dipende dal Ministero, però, molte mancanze derivano invece dal comportamento scorretto non solo degli studenti ma anche – sia pure in casi limitati – dei professori. Già il fatto che i membri interni, tranne lodevoli eccezioni, facciano di tutto per aumentare i voti a dismisura, è profondamente sbagliato: nella struttura attuale dell’esame, infatti, i commissari interni hanno gli stessi compiti di quelli esterni e dovrebbero esaminare i propri alunni in modo oggettivo ed equilibrato, come si presume che abbiano fatto durante l’anno scolastico. Invece molti non agiscono così, ma cercano di favorire i propri alunni in ogni modo, aiutandoli durante gli scritti (qualche volta anche svolgendo gli esercizi al posto loro) e comunicando in anticipo i quesiti della terza prova e persino le domande che rivolgeranno loro durante il colloquio orale. A me Presidente, anni fa, è successo di trovare una collega membro interno che aveva su un suo quaderno già scritte tutte le domande che avrebbe fatto. Si trattava solo di un promemoria personale, come disse lei giustificandosi? Io ebbi i miei dubbi, o meglio le mie certezze, ma senza prove non potevo accusarla di una tale mancanza di professionalità; avrebbe potuto denunciarmi per calunnia. Così restai muto, ma mi accorsi che al colloquio i ragazzi rispondevano subito e senza indugio ai quesiti che venivano posti da lei, e non credo proprio che tutti fossero così pronti e preparati. Ed il bello è che questi colleghi scorretti e poco professionali non agiscono così per amore degli studenti, ma per fare bella figura loro, nell’errata convinzione che agli occhi degli osservatori esterni una scuola che licenzia i suoi studenti con voti alti sia una scuola di alta qualità. Spesso è vero il contrario, ma purtroppo la credenza comune è quella.
Oltre agli errori dei professori ci sono poi quelli del Ministero, che riguardano soprattutto il cosiddetto “colloquio” orale, una parola che contiene una certa dose di ipocrisia perché molto spesso non di colloquio si tratta, bensì di una vera e propria interrogazione analoga a quelle svolte durante l’anno scolastico, ma su tutte le materie studiate (o quasi), il che mette facilmente in difficoltà gli studenti, non abituati a questo genere di prova. Nella legislazione attuale generica e nell’ordinanza ministeriale che ogni anno disciplina lo svolgimento dell’esame di Stato non c’è nulla che dica con chiarezza come questo colloquio debba essere condotto, né di come attribuire la valutazione. Molti interrogativi rimangono, tra cui ad esempio cito i seguenti. Se in una commissione ci sono due docenti competenti della stessa materia (tipo, al liceo Classico, il docente interno di italiano e latino e quello esterno di latino e greco), a chi spetta far domande sul latino, materia comune a entrambi? Oppure: per le materie che prevedono la lettura di testi (italiano, latino, greco), al colloquio vanno fatti leggere, interpretare e commentare brani di Dante, di Leopardi, Lucrezio, di Platone oppure è opportuno limitarsi a domande generali di storia letteraria, visto il carattere “colloquiale” e “multidisciplinare” della prova ed il poco tempo disponibile? E inoltre: le varie materie debbono avere tutte lo stesso peso oppure a quelle caratterizzanti il corso di studi (per es., allo Scientifico, matematica e fisica) va attribuito un rilievo maggiore? E chi deve proporre la valutazione del colloquio? Il Presidente? Ma costui non è competente in tutte le materie, ma solo in alcune, e questo vale anche per i singoli commissari. Sembra una questione semplice, ma posso assicurare che è molto difficile valutare, tanto che la commissione può talvolta essere influenzata dalle parole di un singolo commissario che giudica tenendo presente solo la sua materia; e per un Presidente è un’impresa ardua e improba mettere d’accordo tutti su una proposta comune.
Su questi problemi il Ministero, interpellato con le cosiddette FAQ, non ha mai dato risposte precise. E poi c’è un altro aspetto dell’esame che andrebbe cambiato, nel senso che dovrebbe esser dato maggior rilievo al curriculum dello studente, che oggi concorre solo per il 25% al voto finale, il punteggio cioè derivante dal credito scolastico. In genere i commissari esterni, quando gli interni si lamentano perché non viene rispettata dalle valutazioni d’esame la scala dei valori ch’essi hanno in mente perché conoscono gli studenti, rispondono dicendo che l’andamento scolastico di ciascuno è già stato considerato nei punti del credito, e che l’esame deve avere una vita autonoma. Dicendo così però si dimenticano che la percentuale del 75% assegnata all’esame è troppo alta e quindi può facilmente accadere che un ragazzo dai risultati sempre ottimi per cinque anni, solo perché in una prova d’esame rende meno del solito, si trovi alla fine un voto più basso di un compagno più fortunato, al quale magari sono state chiesti i soli argomenti che conosceva. In effetti il colloquio dura al massimo un’ora per ogni candidato, le domande delle singole materie sono poche e su tematiche molto ristrette, per cui accade di frequente che l’andamento del colloquio stesso non corrisponda affatto alla preparazione reale degli studenti. E’ vero che nella vita la fortuna è un elemento che esiste e può influenzare molte cose, ma nella scuola dovremmo cercare di essere giusti ed obiettivi, per quanto possibile. Perciò io da Presidente, quando abbiamo svolto i colloqui orali nelle classi a me assegnate, ho cercato di proporre valutazioni che tenessero conto in primo luogo dell’andamento reale della prova, ma anche in parte del curriculum precedente; e non credo di aver sbagliato di molto ad agire così.
Concludo dicendo che la mia pluriennale esperienza di esaminatore e di Presidente di commissione mi ha posto dinanzi agli occhi infinite e diverse situazioni, dalle quali ho tratto le impressioni esposte sopra. Non voglio dire che questo tipo di esame sia del tutto inefficace, perché sarebbe eccessivo; ma senza dubbio vi sono molte cose da cambiare e da rivedere. E ci auguriamo che ciò avvenga per il bene dei nostri giovani, ammesso che chi ci governa abbia a cuore le sorti delle nuove generazioni almeno quanto li abbiamo a cuore noi che con loro lavoriamo da tanti anni.

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