La “missione” del docente

Da più parti si ripete -e lo si è sempre detto, del resto – che l’insegnamento non è un lavoro come gli altri, ma del tutto sui generis, perché organizzato diversamente: in molti casi, infatti, esso impegna il lavoratore per un numero di ore uguale o superiore a quello di altre professioni, ma anche quando, in pochi casi legati soprattutto a certe materie, il numero delle ore effettivamente lavorate è inferiore, a ciò supplisce un coinvolgimento morale ed affettivo del tutto straordinario, allorché il docente pensa a qual è la sua funzione in società, una funzione che può condizionare per tutta la vita, sia dal punto di vista culturale che da quello morale e politico-sociale, i giovani che gli sono affidati. E’ una responsabilità che non si può non avvertire, è come una voce che ogni giorno ci consiglia e ci ammonisce, portandoci ad evitare, se solo siamo capaci di ascoltarla, errori che creerebbero gravi danni ai nostri studenti e quindi alla società del domani di cui loro saranno i veri protagonisti.

Ma quali sono questi errori che un docente non deve mai compiere perché la sua “missione” sia veramente utile, quasi come quella di un filosofo o di un sacerdote? Sono molti, e tutti possiamo commetterli; l’importante però è che ci impegniamo con ogni mezzo per evitarli, e se proprio non vi riusciamo cerchiamo almeno di sbagliare in buona fede. Non posso qui elencarli tutti, e mi limiterò perciò a qualche esempio. Il primo è quello di dare agli studenti l’impressione di non essere molto entusiasti del nostro lavoro e delle discipline che insegniamo, di mancare cioè di quella che lo psicanalista Massimo Recalcati chiama “l’erotica dell’insegnamento”. E’ fondamentale e irrinunciabile, a mio parere, che il docente si riveli pienamente convinto dell’utilità di ciò che insegna, si entusiasmi nell’illustrare i suoi argomenti e mostri ai suoi studenti questo amore in forma tangibile ed evidente: soltanto così si potranno coinvolgere i ragazzi e chiedere loro legittimamente di studiare e approfondire quei contenuti, perché se chi ha l’onore e l’onere di trasmettere la cultura non è egli stesso stesso coinvolto emotivamente in quello che per tutta la vita ha studiato ed in cui deve credere, come può pretendere che gli studenti si appassionino a cose che per loro sono totalmente nuove e di cui, di primo acchito, non comprendono né l’importanza né l’utilità?

Un altro sostanziale cardine della missione del docente è il senso di giustizia, a cui studenti e genitori tengono moltissimo. Non bisogna mai e per nessuna ragione fare discriminazioni tra gli alunni, qualunque sia il loro aspetto, il loro carattere, la loro provenienza, le loro idee. Dal punto di vista della dignità personale e da quello della valutazione del profitto tutti i ragazzi debbono essere sullo stesso piano, tutti vanno trattati alla stessa maniera, perché non c’è nulla che offende tanto l’autostima di un giovane quanto il constatare (o anche solo il sospettare) di essere in qualunque modo penalizzato dal professore o comunque trattato in maniera diversa dai suoi compagni. Qui gli esempi potrebbero essere molti, ma ne ricorderò solo pochi: non fare mai verifiche diverse o di diversa durata sugli stessi argomenti, perché non è conforme a principi di giustizia interrogare un alunno per mezz’ora ed un altro in dieci minuti, né far svolgere relazioni o ricerche a tutti gli alunni di una classe e poi leggerne o lodarne solo alcune, oppure (ed è un caso questo che talvolta accade, purtroppo) classificare gli alunni in base al voto che più frequentemente riportano e restare legati a quel voto anche se le prestazioni cambiano: ci sono così gli studenti “da otto” che, anche se hanno fornito una prova di valore inferiore, al massimo scendono a 7, e ci sono quelli “da quattro” i quali, anche se migliorano, non superano mai il cinque. Questi casi, in realtà, sono molto più rari di quanto studenti e famiglie spesso lamentano, magari per nascondere lo scarso impegno allo studio dei loro figli. Però esistono, e costituiscono una vera e propria discriminazione, della quale i ragazzi porteranno il cattivo ricordo per tutta la vita, e sarà per loro sempre motivo di accusa e di sfiducia nell’istituzione scolastica; per questo ho sempre pensato che il senso di giustizia sia la componente di maggior peso di quella che ho definito la “missione” del docente, addirittura più importante della preparazione culturale nelle proprie discipline.

Infine, e con questo concludo anche se ci sarebbero altre cose da dire (magari in un prossimo post), un docente che sia veramente consapevole dell’importanza e della delicatezza della sua professione, deve cercare di essere sempre presente a scuola, di fare cioè meno assenze possibile; per questo io sono stato sempre fortemente contrario al doppio lavoro, al fatto cioè che certi professionisti (ingegneri, avvocati, tecnici vari ecc.) insegnino soprattutto per maturare la pensione e garantirsi una cifra mensile sicura, e che spesso siano assenti perché impegnati nell’altra attività. In questo caso la scuola diventa un ripiego, ed io non dico che sia sempre così, ma in tanti casi lo è; e questo è un grave errore, perché gli studenti hanno diritto a relazionarsi con persone che si dedicano loro a tutto tondo; e d’altro canto l’insegnamento, se ben professato, non lascia spazio ad altre attività, perché assorbe completamente chi vi si dedica con spirito di “missione”. Qualche volta però anche lo zelo eccessivo può provocare inconvenienti, come è capitato, proprio in questi giorni, al sottoscritto: colpito da una brutta influenza, l’ho trascurata per alcuni giorni continuando ad andare a scuola anche con il raffreddore e la febbre perché ritenevo di avere impegni inderogabili, ed il risultato è stato l’insorgere di complicanze che mi costringeranno a cure più lunghe ed a restare a casa per un tempo maggiore. Ma tant’è: gli errori li facciamo tutti, come dicevo all’inizio: l’importante è farli in buona fede, o comunque credendo di far bene.

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9 commenti

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9 risposte a “La “missione” del docente

  1. Alice

    Devo dire che ho trovato questo articolo molto interessante; perché? Perché tratta di quello che studio.
    Mi trovo in totale accordo con lei, caro prof: il lavoro di docente è un lavoro molto delicato, e molto, molto importante per quel che riguarda il futuro degli allievi.
    Un problema che può scaturire da un docente poco attento al suo modo di insegnare, dunque un docente che esercita poco la così detta “decentralizazione”, è il famoso “effetto pigmalione”. A causa dell’effetto pigmalione infatti le aspettative del docente influenzano l’andamento scolastico, e dunque la riuscita, dell’allievo. Mi spiego meglio; un docente ha delle aspettative su un determinato allievo, il docente tratta diversamente l’allievo in base alle sue aspettative e, infine, l’allievo si comporta in base alle aspettative del docente. È facile intuire dunque come un docente che ha basse aspettative su un certo allievo possa influenzare negativamente il rendimento scolastico di quest’ultimo.
    Un docente può dunque fare la differenza, è strano, ma è proprio così.

    Un caro saluto

    • E’ certamente vero quello che lei dice, facendo un’osservazione molto acuta: se un docente ha basse aspettative su un alunno, questi finisce per accorgersene, e ciò influisce negativamente sull’autostima e di conseguenza sul rendimento e sulla formazione. Qualche volta però mi chiedo se noi docenti siamo effettivamente imparziali come dovremmo essere. Mi spiego: conoscendo i nostri alunni, sappiamo quali di loro sono più capaci e intuitivi, e questo ci porta spesso a sottoporli a verifiche un po’ più complesse di quelle rivolte ai loro compagni meno dotati. Si può considerare questa una forma di discriminazione, oppure può essere addirittura una gratificazione per i più bravi? Lei cosa ne pensa?

  2. Chiara

    Gentile professore, sono arrivata al suo blog navigando in rete alla ricerca di un consiglio. Le chiedo, se possibile, di darmi un’indicazione sul comportamento da tenere con un’insegnante di mio figlio.
    Nelle scorse settimane mio figlio, che frequenta la II liceo scientifico in provincia di Milano, ha affrontato una verifica scritta di geometria. Nei giorni successivi, al termine delle lezioni, la professoressa ha chiamato un compagno di mio figlio in un’altra classe, al suo ritorno il ragazzo ha raccontato a mio figlio ed alcuni altri compagni che l’insegnante stava correggendo le prove e si è accorta che il ragazzo non aveva completato un esercizio e gli ha dato la possibilità di farlo in quel momento. Anche mio figlio non aveva fatto in tempo a concludere la verifica ma non ha avuto lo stesso aiuto. Morale il compagno ha preso 8 mio figlio 7. Ora, non importa per il voto in sè ma non sopporto le ingiustizie. Immagino che affrontare la questione con la professoressa significherebbe (visto che ha dimostrato di non essere super partes) rendere la vita scolastica di mio figlio difficile, inoltre metterebbe nei guai l’altro ragazzino, d’altro canto non vorrei lasciar passare l’accaduto sotto silenzio perché questi comportamenti li giudico odiosi ed offensivi. Cosa posso fare visto che mio figlio, pur deluso, mi chiede di non dire nulla per non mettere nei guai l’amico? Grazie per i consigli che vorrà darmi.
    Chiara G.

    • Cara signora, lei mi chiede di fare il giudice, che non è il mio mestiere; ma poi, anche se lo volessi fare, mi mancherebbero gli elementi, perché un buon giudice, per emettere una giusta sentenza, deve ascoltare entrambe le parti, come dicevano i nostri padri latini: “audiatur et altera pars”; qui, invece, io ho soltanto la sua testimonianza, mi manca quella della professoressa che certamente, se non è una sprovveduta (e non credo che lo sia) avrà pure argomenti in base ai quali impostare la sua difesa. Posso soltanto consigliarle questo: parli con la docente in questione e le esponga il suo rammarico con cortesia ed umiltà, ma con altrettanta fermezza, e poi attenda la risposta; può darsi che il racconto del ragazzo amico di suo figlio non corrisponda del tutto alla verità, o comunque che la docente abbia una spiegazione, una giustificazione al suo operato, perché nessun buon insegnante vuole compiere scientemente ingiustizie e discriminazioni, dalle quali non so quale vantaggio ne avrebbe da ricavare. Non credo che una giusta e cortese richiesta di spiegazioni possa provocare ritorsioni, perché l’azione educativa della scuola è collaborazione, non un inutile scontro. Poi mi faccia sapere com’è andata.

    • Chiara

      Grazie per la sua risposta gentile professore.
      Insieme agli altri genitori abbiamo deciso di non fare nulla. Purtroppo la professoressa in questione non è un esempio di specchiata onestà e, già in altre occasioni, ha dimostrato di agire spesso guidata da simpatie personali e, fatto notare il comportamento scorretto, ha trovato il modo di compiere delle ritorsioni sugli alunni che avevano protestato. Come mi ha fatto notare mio figlio, però, è anche un’insegnante molto preparata e che sa spiegare bene le lezioni. Inoltre, sempre secondo mio figlio, il giudizio che ha ottenuto il suo compito non è scorretto, la valutazione scorretta è quello del suo amico di cui a lui, in fin dei conti, non deve importare. Ho deciso quindi di rispettare le opinioni di mio figlio nonostante ciò, però, il mio giudizio nei confronti del l’insegnante non è senz’altro positivo.
      Grazie per le sue parole, le sono molto riconoscente per aver preso in considerazione il mio piccolo problema.
      Chiara

      Prof. Rossi. Grazie per le sue gentili parole. Sono però rammaricato dal suo messaggio per un motivo: debbo constatare che ancora oggi i genitori, pur essendo entrati a far parte della vita scolastica e avendo la possibilità di intervenire e di esprimere i loro punti di vista, hanno ancora paura delle “ritorsioni” da parte dei docenti e preferiscono tacere. Se io venissi a sapere che i genitori dei miei alunni si sono comportati così con me, me ne dispiacerei moltissimo, perché un docente deve accettare il dialogo e la dialettica democratica, non imporre con mezzi coercitivi la propria volontà. Quello che lei mi scrive dimostra che di progressi, nella scuola, se ne sono fatti pochi da questo punto di vista.

  3. Alice

    Come detto, il lavoro di docente – che viene spesso sottovalutato- è molto delicato. Uno dei problemi principai sta nel riuscire a trovare un giusto equilibrio tra il riconoscere il diverso negli allievi e il non cadere in discriminazioni. Ovvero, trovare un equilibrio tra uguaglianza e differenza.
    Possiamo dire che ci sono differenze buone e differenze cattive. Differenze cattive sono, ad esempio, l’uso di un trattamento diverso nei confronti di alunni in base all’utilizzo di stereotipi da parte del docente, in base a discriminazioni legate al sesso o all’apparteneza culturale dell’allievo ecc… Le differenze buone, invece, aiutano l’allievo a sviluppare tutte le sue potenzialità.
    Il principio di giustizia all’interno della scuola è un tema molto dibattuto; all’inizio infatti si pensava che l’uguaglianza fosse la risposta a tutti i problemi di discriminazione; ovvero trattare tutti gli allievi in egual modo senza fare differenze. Questo approccio però ha conseguenze molto gravi, ovvero la riproduzione di inuguaglianze già esistenti in partenza (perché, si sa, gli allievi quando si approcciano alla scuola non partono mai dalla stessa base di conoscenze; questa differenza può, ad esempio, essere legata allo statuto socioeconomico della famiglia, all’appartenenza culturale,…). In questo modo la scuola diventa indifferente alle indifferenze, e dunque alla fine dell’anno la disparità tra gli allievi è allo stesso livello dell’inizio dell’anno: nulla è cambiato e le inuguaglianze sono state così riprodotte.
    La vera soluzione è l’equità, non l’uguaglianza. L’equità può infatti essere considerata come una discriminazione positiva, e non negativa. Lo scopo di questa via di pensiero è quello di lasciare performare gli allievi bravi e di aiutare, attraverso una pedagogia specializzata e mirata, gli allievi meno performanti.
    Questa ideologia è molto buona, a mio parere, bisogna però essere capaci ad utilizzarla!
    Dal mio punto di vista, dunque, sottoporre allievi più bravi a verifiche più complesse e allievi meno bravi a verifiche meno complesse non è una forma di discriminazione negativa, ma bensì di discriminazione positiva, in quanto si avvicina all’ideologia dell’equità.
    In ogni caso, caro prof, queste sono solo constatazioni basate su ricerche teoriche, una buona dose di buon senso può sicuramente aiutare!

    Un caro saluto

    • Sui primi due punti del suo ragionamento sono del tutto d’accordo, sul terzo no, e le spiego perché io continuo a difendere il principio di “uguaglianza” rispetto a quello di “equità” che lei sostiene. A parte il fatto che, nel nostro caso, abbiamo usato i due termini in modo del tutto saussuriano, cioè dando loro arbitrariamente il senso che più si avvicina alla nostra idea di giustizia, è proprio l’impostazione ideologica generale del suo ragionamento che non mi convince. La scuola ha il compito di fornire cultura e di dare una formazione; essa non può, né deve, eliminare o ridurre differenze sociali o economiche preesistenti. Se un alunno, in virtù di queste condizioni, arriva a scuola con una preparazione maggiore di un altro, la scuola non deve mortificarlo, omologarlo e renderlo uguale all’altro, ma fornire a entrambi gli strumenti per migliorarsi: così è perfettamente naturale, secondo me, che chi parte con 100 arrivi a 140 e chi parte con 40 arrivi a 80, senza pretendere che tutti e due arrivino alla stessa cifra, altrimenti si finisce nell’omologazione, nell’egualitarismo, nel mancato riconoscimento dei meriti individuali. E c’è un’altra cosa da aggiungere: che la scuola superiore, perché di quella io parlo, deve porre a tutti gli alunni gli stessi obiettivi, perché poi il diploma ha lo stesso valore per tutti; rifiuto perciò la logica dei “percorsi differenziati” e dei “programmi personalizzati” tanto cari alla pedagogia sessantottina che ci ha aduggiato negli ultimi 40 anni, perché così facendo si fa l’errore di attribuire valutazioni e diplomi di ugual punteggio e valore a persone molto diverse per impegno, capacità e attitudini. Tutti debbono affrontare lo stesso livello di difficoltà ed essere poi valutati secondo il merito e diplomati solo se hanno raggiunto il minimo degli obiettivi previsti non per loro singoli, ma per il percorso comune da tutti frequentato. Altrimenti si produce una squallida massificazione che non riconosce il merito individuale e finirà poi per favorire, quando vi sarà l’inserimento nel mondo del lavoro, soltanto i potenti ed i raccomandati. Questo è quello che ha prodotto il ’68 e la politica della sinistra nel nostro Paese, il contrario cioè di ciò che quel movimento, a parole, si proponeva di ottenere.

  4. Molto interessante. Aggiungo un’altra caratteristica che io ritengo importante. Il docente non deve essere talmente innamorato della sua materia da non rendersi conto che esistono anche persone che non la amano follemente quanto la ama lui e che il preferire altre materie o altri argomenti è solo una libera, e legittima, manifestazione di preferenze e non un giudizio sul docente.
    Non deve sentirsi offeso e svilito se non riesce a far innamorare gli studenti della sua materia, è un docente che deve insegnarla non un missionario che deve convertire.
    Se riesce a far appassionare tanto meglio ma non è quello lo scopo primario dell’insegnamento.

    • Quel che dice è ragionevole, ma l’entusiasmo e l’amore per le proprie discipline sono una componente essenziale dell’azione docente. Se poi gli alunni ne preferiscono altre, facciano pure; ma credo che un professore motivato e appassionato sia molto auspicabile, perché se chi insegna mostra disinteresse o noia, tanto più saranno la noia e l’indifferenza (o addirittura l’antipatia) che s’impadroniranno degli studenti.

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