Perché dico no alle gite scolastiche

Primavera: è tempo di gite scolastiche, o meglio, come le chiamano adesso per nasconderne il carattere ludico, di “viaggi di istruzione”. In ogni scuola gli alunni sono trepidanti e ansiosi di partire, perché per loro la “gita” rappresenta un momento di assoluta libertà, non solo dagli impegni scolastici ma anche dalla sorveglianza dei genitori; invece i poveri docenti che, nonostante le enormi responsabilità che si assumono, hanno deciso di accompagnare gli alunni nel viaggio, si sentono anch’essi in preda all’ansia, ma per un altro motivo: il timore cioè che durante il viaggio accada qualcosa di spiacevole a causa del comportamento degli studenti. E’ ben noto infatti, ed è inutile nascondercelo, che non basta l’aver cambiato nome alle gite scolastiche per eliminare o ridurre i rischi ad esse connessi o per limitare il coinvolgimento dei docenti, i quali, secondo le norme esistenti, portano tutta intera sulle loro spalle, per 24 ore su 24, la responsabilità civile e penale di quanto può succedere. Per i ragazzi invece la gita è un’occasione di “sballo”, nella quale la trasgressione, carattere genetico dei giovani di tutte le generazioni, diventa la normalità: durante il giorno si visitano i musei, le pinacoteche, i monumenti ecc., e certo nessuno si rifiuta di rendere omaggio a quello che è il contenuto culturale di queste iniziative. Ma la notte? Gli studenti ovviamente vogliono uscire dall’albergo che li ospita, frequentare “pubs”, birrerie e discoteche, e spesso i docenti si sottopongono di buon grado a questo supplizio di doverli accompagnare in questi luoghi famigerati, con la promessa di tornare in albergo ad una certa ora. Solo che spesso gli studenti, anche dopo l’ora del ritiro, escono di nuovo di nascosto agli insegnanti che, poveretti, avranno almeno il diritto di dormire qualche ora. O no? E spesso in queste uscite clandestine fanno uso di alcool o peggio, e si espongono anche a pericoli, perché si trovano in città che non conoscono e a contatto con persone di cui non sanno le vere intenzioni. Ma anche coloro che restano in albergo possono provocare problemi con i gestori per il troppo rumore che fanno, o esporsi anche lì a pericoli magari saltando sui cornicioni per passare da una camera all’altra dopo il “coprifuoco” all’ora stabilita. E di tutto ciò le conseguenze, a volte anche drammatiche, ricadono sui docenti accompagnatori, non difesi né sostenuti da nessuno, né dalla legge (che è tutta contro di loro), né tantomeno dai genitori degli alunni, che molto spesso, quando vengono a conoscenza delle malefatte compiute in gita dai loro figli, si affannano a difenderli, a dire che sono stati trascinati dai cattivi compagni e che, se pur hanno combinato qualche pasticcio, non è poi così grave da meritare una punizione; qualcuno anzi si spinge persino a dire che se gli studenti, durante il viaggio, si sono comportati male, la colpa è dei professori che non li hanno sorvegliati abbastanza, come se spettasse a costoro, e non alla famiglia, trasmettere ai ragazzi i più elementari princìpi della correttezza e dell’educazione.
Per questi motivi, ma soprattutto per la gravissima responsabilità civile e penale che i docenti si assumono quando accompagnano le gite, io ho deciso ormai da molti anni di non parteciparvi a nessun titolo, fatta eccezione per qualche uscita giornaliera che non comporti il pernottamento fuori sede, che pure è sufficiente per visitare luoghi di interesse artistico e culturale di cui il nostro Paese è ricco in ogni sua parte. Mi sembrerebbe anzi opportuno, considerati i problemi che ne derivano, che tutte le scuole abolissero i cosiddetti “viaggi di istruzione”, almeno fino a quando gli studenti non si mostrino maturi e consapevoli delle conseguenze delle proprie azioni. Va anche detto, del resto, che la “gita” scolastica non ha più la funzione che aveva molti anni fa, quando costituiva per un giovane forse l’unica occasione per uscire dal paesello in cui abitualmente viveva; oggi, al contrario, i giovani hanno tante possibilità di viaggiare, con le famiglie e con gli amici, e non c’è quindi alcun bisogno che le scuole si accollino questi oneri e queste responsabilità che possono condurre i docenti anche a trovarsi in seri guai giudiziari. Se gli studenti vogliono viaggiare senza controlli e senza regole, lo facciano da soli, si prendano del tutto le loro responsabilità senza coinvolgere altre persone che già hanno abbastanza problemi per conto loro. Abolire le “gite”, inoltre, sarebbe un atto di coraggio e di protesta dei docenti assai più efficace dello sciopero, diventato ormai uno strumento di lotta obsoleto e, nel nostro caso specifico, inutile.

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17 commenti

Archiviato in Attualità, Politica scolastica, Scuola e didattica

17 risposte a “Perché dico no alle gite scolastiche

  1. Don Romano

    Io dico che è meglio fare 4 gite di un giorno piuttosto che una gita di tre giorni. Ormai, in un giorno si arriva dove si vuole.

  2. Marcello

    Parole sante, prof.! È già fin troppo difficile e snervante gestire gli studenti in classe (che comunque è un contesto protetto), figuriamoci durante una gita! No…che si accollino altri questa responsabilità!
    Grazie per il post: tutti quanti dovrebbero leggerlo…

  3. Mi auguro che prima o poi i collegi dei docenti si avvedano che il nostro lavoro è già stressante di suo (e le conseguenze si vedono negli anni), senza bisogno di doverci assumere anche gravi responsabilità come quelle connesse alle gite. Se gli studenti ci tengono tanto a viaggiare in gruppo, si organizzino da soli i loro viaggi durante l’estate; e magari i genitori potrebbero accompagnarli, così si renderebbero conto di cosa significa non poter dormire la notte e stare con l’ansia dalla partenza al ritorno, 24 ore su 24.

  4. EP

    Penso che non sia necessaria l’abolizione delle gite: secondo me, sarebbe piú opportuno abolire quelle che durano più di un giorno e quelle all’estero. Trovo stupida l’idea (o meglio, la convinzione) di dover andare in paesi come Francia, Inghilterra o quel che sia, per visitare luoghi importanti dal punto di vista storico-culturale quando, in un paese come il nostro, bastano pochi Km per trascorrere una giornata piacevole e interessante in una qualsiasi città piena di opere d’arte e monumenti. Inoltre, voglio soffermarmi su un altro aspetto: le gite (in Italia o all’estero) che durano più di un giorno sono quelle più costose e, talvolta, in un periodo di crisi come questo, i genitori soffrono nel dire “no” al figlio (meritevole), per cui ritengo opportuno abolire anche quelle che superano un certo prezzo.

    • Sono d’accordo. Se vogliamo che i viaggi di istruzione abbiano un reale contenuto culturale, basta organizzare, ogni anno scolastico, due o tre uscite sul territorio della durata di un solo giorno, senza il pernottamento fuori che è quel che produce i guai maggiori. Ciò eliminerebbe anche il problema del costo delle gite, perché i viaggi di una singola giornata hanno un prezzo accessibile a tutti, o quasi.

    • SM

      SM
      Mi sembra una forzatura sostenere che nel nostro Bel Paese si possa trovare veramente di tutto. Sono di ritorno da un viaggio che ci ha permesso di “sperimentare” Mauthausen: la Risiera di San Sabba a Trieste era stata un’esperienza più limitata.
      Sicuramente portare i ragazzi in viaggio di istruzione è più impegnativo che rinchiudersi nella torre eburnea delle pareti scolastiche… ma perché temiamo di mettere alla prova l’autorevolezza, indispensabile strumento del nostro bagaglio professionale, fuori dalle mura scolastiche?
      Il momento di crisi è reale (ad essa si aggrappano molti colleghi, contrari a priori ai viaggi di istruzione), ma 4 uscite con pullman non sempre costano meno di un soggiorno di 4 gg/3nt. Senza contare che per molti studenti, forse proprio per quelli i cui genitori devono faticare di più a dire di sì, è una delle poche possibilità di viaggiare, nel senso più educativo ed istruttivo del termine. Le famiglie hanno poi diritto di scegliere e far scegliere i figli: l’abbigliamento o il cellulare più costoso (che spesso vediamo in possesso dei nostri studenti, di qualsiasi estrazione sociale) o il viaggio di istruzione.
      Spero di essere stata chiara.

      RISPOSTA. In realtà non è stata molto chiara: in particolare non mi è chiaro l’accostamento che ha fatto tra il viaggio di istruzione e il cellulare o l’abbigliamento degli studenti. Io sostengo, da parte mia, che famiglie che hanno le possibilità economiche per comprare abiti firmati e smartphones da 800 euro ai loro figli hanno certamente anche il denaro per farli viaggiare da soli, o magari per accompagnarli, senza che la scuola e i docenti si assumano responsabilità così grandi e pericolose, e oltretutto senza retribuzione. Io, per parte mia, mi rifiuto categoricamente di partecipare a gite o viaggi di istruzione, per i motivi suddetti. Gli altri colleghi si regolino pure come pare loro opportuno.

  5. Salvatore Bonincontro

    Faccio notare ai colleghi che i “viaggi d’istruzione” hanno un alto valore educativo, direi insostituibile. Sono il solo mezzo utile ad istruire non i discenti bensì i docenti: nei viaggi essi riscoprono cosa vuol dire in senso proprio “pedagogia”, che altro non è se non accompagnare, scortare i ragazzi. Ma ancor di più, è solo attraverso questi viaggi che isignori professori possono prendere consapevolezza che la loro è un’antica mansione, da sempre riservata ai servi fidati delle famiglie. È questa, dunque, l’importante funzione “d’istruzione” dei nostri viaggi: far capire “strada facendo” ad ogni singolo prof quanto lui a tutti “serve”!

    • Complimenti, signor Salvatore: in questo commento è riuscito a non farsi capire, nella maggior parte delle sue affermazioni. Cosa vuol dire “mansione” dei docenti? E perché essa sarebbe “da sempre affidata ai servi delle famiglie”? E chi sarebbero questi servi delle famiglie, le bambinaie di epoca ottocentesca? Noi dunque saremmo dei servi della società, delle “balie asciutte” dei poveri ragazzi, pronti ad esaudirli in tutto come lacché, è questo il concetto che lei ha della nostra professionalità? E perché i viaggi di istruzione sarebbero utili per i docenti? Forse perché così avremmo con i nostri alunni un rapporto più da “amiconi”? Ma i docenti sono professionisti del loro lavoro, caro signore, non debbono essere amici dei ragazzi ma punti di riferimento culturale, morale e civile per la loro formazione. E questo si può fare benissimo senza andare in gita, che è molto spesso un’occasione di “sballo”, di trasgressione e fonte di gravi responsabilità ed ansia per i professori, che oltretutto – sia detto per inciso – non hanno più nemmeno l’indennità di missione, che qualunque altro lavoratore riceve quando opera fuori sede.

  6. Roberto

    Mi voglia spiegare qualcuno quale sarebbe il valore educativo di una gita scolastica, considerando che (parlo per esperienza dei miei trascorsi scolastici di qualche anno fa):
    1) Le destinazioni spesso le propongono gli studenti, ai quali poco importa l’attinenza della destinazione col programma scolastico. A volte si adducono motivazioni linguistiche un po’ speciose (Londra o Parigi perchè si studia inglese o francese), a volte nemmeno: tra le destinazioni più gettonate c’è infatti Amsterdam, indovinate perché? Eh si… proprio così.
    2) E’ risaputo che fuori dal controllo dei genitori, e con registro di classe e presidenza ben lontani, gli studenti esagerano di brutto. Nella mia esperienza, 3/4 della classe disertava la visita mattutina a chiese e musei perché a letto a farsi passare i postumi della sbronza della sera prima o recuperare il sonno “sacrificato” alle ore di sesso.
    3) A distanza di anni, provate a parlare con un vostro compagno di classe della gita di quinta, sapete che vi risponderà? “AH si… quando tizio si è appartato col la tale… e quello che ha rubato il whiskey dal bar dell’albergo… e quando siamo scappati per andare in discoteca.. e quando il prof ha beccato quelli con l’erba… e gli scherzi allo sfigato…” Ma dei beni culturali visitati? ricordi ZERO! E come potrebbe essere diversamente se eri quasi sempre ubriaco fradicio o peggio?
    Insomma: input culturali ZERO. Costi TANTI. Rischi per i prof TROPPI.
    Bilancio culturale: PERDITA SECCA non recuperabile negli esercizi successivi.

    Si aboliscano. è meglio.

    • D’accordo su tutta la linea, caro collega. Aggiungo qui una cosa, che forse lei si è dimenticato di dire: che la responsabilità civile e penale dei docenti accompagnatori delle gite è talmente pesante che dovrebbe scoraggiare chiunque dal dare la propria adesione. Basti vedere quello che è successo di recente a Milano, dove purtroppo è morto uno studente; adesso quei docenti che hanno avuto la sciagurata idea di partecipare a quella gita saranno sicuramente indagati e forse processati. Io un simile rischio non voglio correrlo e perciò dico no in ogni caso alle gite scolastiche. Se tutti facessero come me il problema sarebbe risolto, e mi auguro che prima o poi questo accada e che di questi viaggi disastrosi non si parli più.

  7. marcomaio

    Voler abolire le gite scolastiche perché sono diventate rischiose, sia per i ragazzi che per gli insegnanti, è comprensibile. Quello che non comprendo invece è come si faccia a sostenere che sono inutili, una tradizione desueta! Il fatto che la mobilità degli studenti oggi sia garantita da viaggi low cost e che ci sono maggiori opportunità di emanciparsi dalla famiglia, non significa che non ci sia bisogno della gita scolastica. Ma forse bisogna che ci capiamo: cos’è la gita scolastica? Ossia cos’è per lo studente? Allora, diciamo subito cosa non è. Non è il viaggio di istruzione, che può essere fatto anche in giornata. […] Non è l’esperienza di socializzazione tra docenti e studenti, no, non è la priorità. Non è nemmeno l’emancipazione da casa, né la trasgressione.È l’esperienza del gruppo, questa è la gita scolastica. L’esperienza di vivere il gruppo è fondamentale per la crescita dell’adolescente.La famiglia rappresenta un “codice materno”, che giustifica spesso le insensatezze del ragazzo, collude, iperprotegge, e così via. La scuola rappresenta un “codice paterno”, che chiede risultati e punisce. Entrambi questi codici sono funzionali alla crescita della persona, ma ne manca ancora uno, fondamentale, che sembra scomparire oggi, e che l’abolizione della gita scolastica contribuisce a rimuovere. Si tratta del terzo codice affettivo, il codice “fraterno”, il sentimento di sé nel gruppo dei fratelli, dei compagni, io con l’altro uguale a me. […] Occorre stabilire tempi e modi, all’interno di un mondo scolastico già fortemente teso. […] Voler abolire la gita scolastica è comprensibile per chi conosce lo stress degli insegnanti, ma non è giustificabile non vederlo come un fallimento educativo! A nulla serve coprirsi con la foglia di fico del “non è poi così importante oggi”. Non è vero, è importantissima. La gita scolastica per molti è la prima esperienza di gruppo. I compagni diventano fratelli, in gita, vivono per la prima volta 24 ore insieme […] La gita scolastica è, lo ripeto, l’incoraggiamento di un codice fraterno che muove da dentro degli sviluppi sani, che solo con gli anni ci se ne rende conto. Basta ricordare la nostra gita scolastica, quella più importante: che cosa ci è stato utile? Di cosa non faremmo mai a meno? Cosa esattamente è stato importante?
    Marco Maio, psicoterapeuta

    • Egregio dott. Maio, mi dispiace dissentire quasi totalmente con il suo commento, che ho dovuto accorciare per motivi di spazio lasciandone però intatta la sostanza. Mi sembra che lei attribuisca alla gita scolastica un valore associativo ed umano eccessivo, quasi ch’essa fosse per i giovani l’unica occasione di esperire quello che lei chiama “codice fraterno”. Con la libertà che hanno i ragazzi di oggi, cui tutto è concesso e quasi nulla è richiesto, essi possono costituire gruppi e vivere “fraternamente” anche dopo la conclusione del percorso scolastico o durante le vacanze estive, ritrovandosi insieme o viaggiando sotto la responsabilità propria o dei loro genitori. Perché coinvolgere persone (i docenti) che già sono stressati dal lavoro quotidiano in classe (dove tenere la disciplina spesso è impossibile con ragazzi maleducati e sempre difesi dai genitori) e che sono esposti a rischi gravi durante le gite, anche di tipo penale? E non mi venga a dire che la gita non voglia dire trasgressione, perché lo è invece, eccome! Pensi al caso del ragazzo di recente morto in gita a Milano, quando lui e i suoi amici avevano fatto abbondante uso di alcool e droga! E le assicuro che di casi del genere ce ne sono molti, anche se non tutti per fortuna finiscono in modo tragico. La gita oggi è lo “sballo”, la trasgressione pura, agli studenti non importa nulla della “fraternizzazione” che lei sostiene, né di fare esperienze culturali. E allora, che facciano pure come vogliono, ma lo facciano da soli, senza coinvolgere noi docenti, che già abbiamo tanti problemi e non ce la sentiamo proprio (almeno io) di assumermi questa devastante responsabilità.

  8. Pingback: Perché dico no alle gite scolastiche | La Città di Radio3

  9. Il problema delle “uscite didattiche” riguarda anche le scuole dell’infanzia. Anche se in questi casi si tratta solo di uscite di una giornata, i rischi e i pericoli a cui devono far fronte gli insegnanti non sono minori. Perché un ingegnante anche in questo caso di deve prendere la responsabilità di controllare comunque l’autista e il pullman che li trasporta. In questo caso non c’è pernotto, ma la piccola età dei bambini è già di per se fattore di rischio elevato. Tutto senza che lo sforzo e l’impegno degli insegnanti sia adeguatamente ricompensato, ne riconosciuto in modo adeguato. Fosse per me, marito di insegnante, abolirei in tutti gli ordini di scuola qualsiasi tipo di uscita presunta didattica.

    • Ha perfettamente ragione, sig. Marzano: i bambini della scuola dell’infanzia non provocano certamente agli insegnanti accompagnatori i problemi causati dai diciottenni, ma ne possono causare altri dovuti alla loro età. La circolare poi che obbliga gli insegnanti a controllare anche l’autista del pullmann è semplicemente un alto esempio di idiozia dei nostri dirigenti ministeriali. L’unica risposta a tutto ciò è il rifiuto di tutti i docenti di partecipare alle gite. Solo così si può risolvere il problema.

  10. La nostra classe , seconda superiore, andrà 4 giorni in gita la settimana prossima , tutti si sono già organizzati per le camere, hanno guardato le foto su internet per vedere come sgattaiolare alle camere delle ragazze. Trovato negozi a basso costo dove comprare alcool vicino ai punti che saranno visitati, e hanno già organizzato la serata in discoteca.
    Dimenticavo.. andiamo a Firenze, ma questo è l’ultimo dei pensieri!
    Le gite sono da ABOLIRE! Ci sono decine di agenzie che organizzano vacanze scolastiche sia all’estero che in Italia! Se vogliono sviluppare un “codice fraterno” perchè non andiamo tutti ad aiutare nei campi profughi a fare volontariato? Lì si che si conoscono nuove culture!
    P.S sono un alunno

    • Sono d’accordo con te, e mi fa estremamente piacere il fatto che a dire queste cose sia un alunno, una voce fuori dal coro che ha compreso i pericoli connessi alle gite scolastiche. E’ giunto il momento di abolirle, una volta per tutte; ma per farlo occorrerebbe coesione tra gli insegnanti, i quali, in nome della loro dignità, dovrebbero rifiutarsi tutti in massa di assumersi questa grave responsabilità.

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