Voglia di lavorare, saltami addosso!

C’è un vecchio proverbio molto conosciuto, che dice: “Voglia di lavorare, saltami addosso… e fammi lavorare meno che posso.” E’ un detto che si adatta bene a tutte le società ed a tutti i tempi, ma più che mai a quelli attuali, nei quali assistiamo ad una singolare contraddizione: da una parte si parla sempre più (anche esagerando) di crisi, di licenziamenti, di sacche di povertà sempre più ampie ecc., e dall’altra veniamo a sapere che in alcuni settori le offerte di lavoro, spesso anche con stipendi da non disprezzare, non trovano persone – specialmente giovani – disposte ad accettarle. Uno di questi casi è, ad esempio, il lavoro del panettiere (o fornaio), ben pagato ma, ahimé, faticoso, perché si svolge nelle ore notturne; ed ecco che alcune panetterie debbono addirittura chiudere perché non trovano chi è disponibile a lavorarci. Lo stesso vale per altri impieghi, come ad esempio i commessi dei negozi: molti giovani, pur in cerca di occupazione, non ne accettano una dove ci sia da lavorare anche il sabato e la domenica. Lo stesso vale per camerieri, cuochi ed altre categorie. In pratica, nessuno vuole sacrificarsi e fare fatica; meglio continuare a cercare qualcosa di meglio, di meno impegnativo, e magari restare ancora in famiglia a carico dei genitori. Del resto va detto che non è colpa dei giovani se questo accade: prima di tutto perché ogni genitore vorrebbe che i figli ottenessero una posizione sociale confacente al titolo di studio posseduto, ed in secondo luogo perché il benessere attuale non ha mai abituato i ragazzi a prendersi delle responsabilità e ad accollarsi fatiche di alcun genere. Hanno sempre tutto senza dover neppure chiedere (cellulari ultima moda, vestiti firmati, l’auto personale appena compiuti i 18 anni e così via), i genitori si sostituiscono a loro in ogni attività, fanno persino i compiti scolastici al posto dei loro figli. In queste condizioni, che c’è di strano se manca la voglia di faticare e di rinunciare a qualche divertimento o qualche serata in discoteca? Tanto qualcuno provvede, e provvederà anche in futuro.
Nel mondo della scuola, in cui io vivo da più di un trentennio come docente, il fenomeno si manifesta spesso: a sentire gli alunni, o a leggere quel che scrivono sui social network, l’impegno didattico è eccessivo, persino insostenibile, i compiti a casa sono sempre troppi, le vacanze sono indispensabili più dell’aria per respirare. Ci sono ovviamente delle lodevoli eccezioni, non si può negare; ma nella maggior parte dei casi gli studenti cercano di ottenere il massimo utile con il minimo sforzo, e le famiglie sono quasi sempre dalla loro parte, al punto da protestare con i docenti o con il Dirigente scolastico per la fatica eccessiva cui sarebbero sottoposti i loro figli. Intendiamo bene: studenti svogliati ce ne sono sempre stati, anche ai miei tempi, ma allora le reazioni erano molto diverse da quelle di oggi. Anzitutto i genitori non erano mai dalla parte dei figli, nessuno metteva in dubbio l’importanza dello studio e l’obbligo dei ragazzi di impegnarsi a scuola, e se qualcosa andava storto la colpa era sempre del figlio e non del professore. Inoltre quello che mancava allora (e che invece oggi purtroppo c’è) era l’atteggiamento rinunciatario di fronte ai risultati scolastici, nel senso che, se arrivava qualche brutto voto per mancanza di impegno, si veniva obbligati dai genitori a studiare di più, anche con la minaccia di punizioni che adesso sarebbero improponibili. Quel che accade oggi è invece l’esatto contrario: se un alunno ha cattivi risultati, i genitori non solo attribuiscono la colpa ai professori che pretenderebbero troppo, ma inducono addirittura il figlio a cambiare scuola o indirizzo con una facilità ed una superficialità sconcertanti. Basta un cattivo voto, un’osservazione magari un po’ severa fatta da un professore, e subito arrivano i genitori e ritirano il figlio, spesso iscrivendolo a scuole private (veri e propri diplomifici senza alcun valore culturale) o ad altri istituti dove, a loro parere, c’è meno da studiare e si ottengono più facilmente voti più alti, che sono l’unica cosa che loro interessa. La formazione culturale e umana dei giovani non interessa più, tanto la cultura, come ha detto qualcuno, non si mangia; l’importante è prendere il diploma con poca fatica e avere buoni voti senza studiare. Così, da un giorno all’altro, le scuole e gli indirizzi più seri ed impegnativi vedono diminuire i loro iscritti, anche a metà dell’anno scolastico.
Tutto questo è aberrante, ma non me ne stupisco più di tanto perché è normale che così sia in una società che respinge tutto ciò che è impegno e fatica ed esalta invece il mito dell’edonismo e dei facili guadagni. Il sistema scolastico però, se fosse gestito da persone serie, non dovrebbe assecondare questa mentalità facilona e opportunista. Anzitutto non dovrebbe essere permesso agli studenti di cambiare indirizzo di studi nel corso dell’anno scolastico senza nemmeno dover sostenere esami o colloqui integrativi nelle materie che non avevano nella scuola di provenienza, o almeno consentirlo solo nelle prime classi, non in quelle successive; in secondo luogo, sarebbe opportuno chiudere definitivamente le scuole private dove, dietro pagamento della retta, si apprende poco o nulla, si concedono promozioni immeritate e si consente persino di fare due o tre anni in uno, una vera e propria vergogna intollerabile. Ognuno deve svolgere il suo percorso, nel tempo stabilito; e se occorre un anno o due in più, non è certo una catastrofe: meglio arrivare all’università o nel mondo del lavoro un anno più tardi, ma con la necessaria preparazione, piuttosto che conseguire un titolo che è solo un pezzo di carta senza alcun valore.

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12 commenti

Archiviato in Politica scolastica, Scuola e didattica

12 risposte a “Voglia di lavorare, saltami addosso!

  1. Giovanna

    Caro professore, purtroppo lei ha ragione. Dopo tanti anni passati nella scuola ( ho insegnato per 30 anni storia e filosofia nei Licei), ora insegno all’Istituto di scienze religiose nella Diocesi di Modena. Ho allievi “volontari” che scelgono, anche dopo molti anni da che hanno abbandonato gli studi, di approfondire materie che interessano, o per una futura nuova professione o solo per ragioni culturali, e le assicuro che l’atmosfera è completamente diversa: non più sbuffi per il carico eccessivo ( e gli esami da sostenere sono davvero tanti!), non più rimostranze per esami faticosi. Forse, azzardo, il problema andrebbe affrontato cercando di individuare le motivazioni dello studio. Noi, penso che il periodo dei suoi e miei anni da studenti liceali siano gli stessi, studiavamo in gran parte per dovere e un po’, raramente e per qualche disciplina, per piacere. Oggi la società è veramente un’altra: bisognerebbe compiere uno studio sulle motivazioni che oggi possono spingere a “faticare” sui libri. Il gusto per la bellezza non è innato, va coltivato e la società odierna sembra poco incline a cambiare rotta. Il mio punto di vista è che i giovani siano sempre gli stessi, sono i modelli proposti che sono cambiati: remare controcorrente è faticoso e, a volte, del tutto inutile. Noi possiamo fare come il seminatore evangelico sperando che qualche seme dia il 100.

    • Beh, mi sembra che il caso suo sia molto diverso dal mio: lei insegna a persone grandi e mature, che comprendono senz’altro l’importanza della cultura che vanno ad apprendere, altrimenti non si sarebbero iscritti al suo istituto. Quanto a quel che dice sui giovani d’oggi, concordo in pieno; del resto non ho mai addossato ai ragazzi attuali la responsabilità per il loro modo di concepire la scuola e lo studio: in mezzo a modelli sbagliati e fuorvianti, in una società edonistica e facilona, immersi in un consumismo che vuole “tutto e subito” senza fatica, non c’è da meravigliarsi se agiscono così. Anzi, io sono portato ad ammirare quelli che ancora, nonostante tutto, mostrano di saper dare un valore alla loro vita ed alla loro formazione.

  2. Non posso che essere d’accordo. E, infatti, non voglio più sentire questa storia della disoccupazione, almeno fino a quando non vedrò gente adattarsi e cominciare ad inserirsi nel mondo del lavoro, perchè conosco fin troppi nullafacenti!
    Se poi penso a quel che vedo nella scuola, mi vengono i brividi al solo pensiero che i miei alunni dovrebbero essere quelli che pagheranno la mia pensione…

    • Proprio per quello che tu dici, Monica, ho scritto in un post che questa crisi di cui si sente parlare non è poi così grave (almeno in molte realtà), altrimenti le persone si adatterebbero un po’ di più, anziché attendere il posto fisso e vicino a casa. Quanto alla pensione, chissà che pensioni ci saranno e chi le pagherà, quando tu che sei giovane arriverai a quell’età. Io ci sono vicino e ancora non so quanto riceverò, figurati!

  3. Capisco la sua amarezza. Ci sarebbe da fare solo una piccola osservazione: molti che si lamentavano per i troppi compiti e per il dover faticare a scuola spesso, a meno di genitori con molta grana che possono lasciare qualcosa di avviato, adesso sono in prima linea a lamentarsi che vengono snobbati dal mondo del lavoro e che vengono segati inappellabilmente in qualsiasi selezione. Basta fare un giro nei forum dopo le prove per l’accesso ai corsi a numero chiuso, a sentire quanto viene scritto si entra solo se accozzati e grazie a sotterfugi. Molto raramente qualcuno ammette: non ci son riuscito a causa di lacune nella mia preparazione. Il problema di scaricare sempre la colpa agli altri, il prof di matematica che non sa rendere interessante la sua materia, quello di fisica che parla strano… e non far mai un minimo di autocritica significa solo rimanere bamboccioni a vita.

    • Sottoscrivo ogni sua parola. E’ vero certamente che in Italia ci sono i raccomandati e i favoriti, ma spesso questa dei raccomandati è solo una scusa di chi non è riuscito a vincere un concorso con le proprie forze. Per dire del mio caso specifico, quando ho sostenuto il concorso ordinario a cattedre (1983/84), io non sapevo neanche chi erano i componenti della commissione, eppure mi sono classificato tra i primi della mia regione. Il problema è che oggi molti vogliono il diploma e la laurea senza faticare nello studio (e ci sono scuole e facoltà, purtroppo, che consentono questo), ma quando poi vanno a sostenere un colloquio di lavoro o a svolgere le prove di un concorso, non sanno scrivere in italiano e neanche parlare in modo corretto. Orazio diceva che la natura non ha concesso agli uomini di raggiungere nessun traguardo senza impegno e fatica; ed aveva perfettamente ragione.

  4. Stefano

    Oggi è stato eletto Presidente della Repubblica Sergio Mattarella e vedremo come si comporterà.

    Ma il prossimo….ah,se il prossimo Presidente fosse il Prof. Rossi io non so voi,ma mi sentirei molto,ma molto bene!

    A parte tutto,complimenti Professore perchè i suoi ragionamenti sarebbero tutti da incorniciare e studiare a memoria.

    Stefano

    • Grazie per il complimento. Mi dispiace deluderla, ma tra le mie aspirazioni per il futuro non c’è quella di diventare presidente della Repubblica; però, se lo divenissi, non sarei né un ex democristiano né un riciclato della prima repubblica come quello che è stato eletto adesso.

  5. In molte cose concordo, è vero che molti giovani non han voglia di fare certi lavori.
    Però è anche vero che a volte subentrano altri fattori. Lei ha citato l’esempio dei fornai: ebbene, molti italiani non trovano lavoro (esperienza diretta, non parlo per sentito dire) perché i panettieri ingaggiano spesso extracomunitari con paghe da fame (nel senso letterale del termine). E così in molti altri lavori. In questo incide anche l’altissima tassazione, che di fatto blocca la produttività.
    Questo per dire che non bisogna generalizzare; molti giovani saranno anche bamboccioni, ma molti altri sono penalizzati da uno dei sistemi più parassitari d’Europa.

    • E’ certamente vero che non bisogna generalizzare, e la casistica è ampia e varia; ma non si può negare, perché risultato evidente anche da inchieste e servizi televisivi, che esistono lavori che gli italiani non vogliono più fare in quanto troppo faticosi. Un tempo i muratori ed i manovali erano tutti italiani, adesso sono stranieri; ciò è dovuto senz’altro allo sfruttamento che dice lei, ma anche al fatto che i nostri giovani, abituati alla vita comoda, non vanno certamente a tirare la carretta. La verità è che molti non sono in condizioni di indigenza, altrimenti accetterebbero qualunque lavoro; il fatto è che la fatica non piace a nessuno, nemmeno quella dello studio, come dimostra ciò che ho scritto nel post a proposito della scuola.

  6. Flavio Serra

    Sono capitato a caso su questo post ma non posso esimermi da un commento critico: i genitori compiacenti di oggi sono gli alunni di ieri, segno che qualcosa non andava neanche nella scuola “di una volta”. Forse si dovrebbe anche guardare altrove: io vivo in Danimarca, dove il sistema scolastico nonostante tutto mi sembra funzionare molto bene. All’inizio ero sconcertato perché mi sembrava una fabbrica di ignoranti, niente voti oppure solo di gruppo, enfasi sulla socializzazione più che sull’apprendimento. Alla prova dei fatti invece il risultato sono giovani che fanno meno fatica a scoprire i loro interessi, e una volta che li hanno scoperti, sanno come andare a cercare ed organizzare le informazioni per loro più importanti. E per soprammercato diventano cittadini consapevoli e responsabili. Ovviamente non tutti, ma qui stiamo parlando della situazione generale.

  7. La Danimarca non è l’Italia, la mentalità ed il senso civico sono certamente più sentiti di quanto non lo siano qui da noi. Ma che sia veramente formativa una scuola in cui non ci sono voti e dove si punta di più sulla socializzazione che sull’apprendimento, mi dispiace contraddirla ma io non lo credo. Penso invece che la scuola italiana, forse arretrata per alcuni aspetti e con tutti i problemi che ha, sia molto più formativa a livello culturale, delle conoscenze intendo dire, anche se forse lo è meno sul piano delle “competenze”.

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