Il IV libro dell’Eneide: storia di una donna “in carriera”

L’ultimo post che ho pubblicato qualche giorno fa parla della disgregazione della famiglia e della società attuali, effetti dovuti in buona parte all’emancipazione della donna e ad un profondo cambiamento del costume. In quel caso io non ho certo negato il sacrosanto diritto delle donne a realizzarsi nel lavoro ed a rendersi indipendenti dai mariti o dalla famiglia di origine; quello che non mi piace – e lo ribadisco – è il comportamento di certe donne “in carriera”, le quali, in nome della propria ambizione o del miraggio del guadagno, rinunciano al loro ruolo naturale di madri, salvo poi accorgersi, quando è ormai troppo tardi, che qualcosa è mancato nella loro vita e che la libertà personale e l’indipendenza economica non le hanno salvate dalla solitudine e dal senso di frustrazione che prima o poi sopravviene.
L’argomento mi ha fatto venire in mente quella che in tutta la storia delle letterature antiche è la più celebre tra le donne “in carriera”, cioè Didone, la protagonista del IV libro dell’Eneide di Virgilio. E’ questo un testo a cui io sono particolarmente affezionato, non solo perché si tratta di un autentico capolavoro dell’arte letteraria, ma anche perché ho avuto l’onore di scrivere un commento su di esso, pubblicato nel 1998 dall’editore Signorelli di Milano (adesso parte del gruppo Mondadori) e adottato in molti Licei ed almeno in sei Facoltà universitarie. Tra i miei libri questo è quello di cui ancor oggi sono più orgoglioso, perché avere l’opportunità di commentare un testo così bello è un onore che non capita a tutti, né tutti i giorni.
Didone, regina e donna di grande bellezza, è partita dalla città fenicia di Tiro perché minacciata dal perfido fratello Pigmalione, che le ha anche ucciso il marito Sicheo, ed è approdata con parte del suo popolo sulle coste dell’Africa, dove sta costruendo la nuova città di Cartagine, destinata in futuro a diventare una delle più grandi potenze del Mediterraneo. Al momento della partenza Didone ha solennemente giurato, alla presenza del popolo, che dopo la morte violenta del primo marito non si sarebbe più sposata né si sarebbe più concessa ad alcun uomo: avrebbe quindi per sempre rinunciato all’amore ed alla maternità per essere soltanto una regina, cioè, in termini moderni, una “donna in carriera”. Così avviene per molto tempo; ma quando sulle spiagge di Cartagine sbarcano i troiani con il loro capo Enea, lì sbattuti da una tempesta, la regina li accoglie per dovere di ospitalità ma poi, per via dell’insana freccia di Cupido, si innamora perdutamente del condottiero troiano. E qui scoppia il “fattaccio”: pur non essendo ufficialmente uniti dal vincolo matrimoniale, i due vivono come marito e moglie, senza curarsi più di tanto dei loro doveri, quello cioè di Didone verso il suo popolo e quello di Enea di proseguire il suo viaggio fino al Lazio, dove dovrà fondare la nuova stirpe che darà origine alla potenza romana. Quando però Enea riceve dagli dei l’ordine di ripartire, Didone ovviamente si dispera; e quando l’eroe veramente partirà, a lei non resterà altra via che il suicidio, il quale avviene non tanto per l’amore tradito (come si è sempre pensato da parte sia dei critici che dei comuni lettori), quanto per l’onore perduto di fronte al popolo fenicio, il quale non potrà perdonare alla regina abbandonata di aver mancato al suo giuramento. E tuttavia, nel momento in cui Didone supplica Enea di non andarsene, o almeno di rimandare la partenza, emerge prepotentemente quella natura femminile che invano la regina aveva tentato di comprimere: è questo il passo, bellissimo e commovente, in cui Didone dice all’amante: “almeno se avessi avuto un figlio da te prima della tua partenza, se giocasse con me nel palazzo un piccolo Enea che per lo meno richiamasse il tuo volto, certamente non mi sentirei del tutto ingannata e abbandonata” (vv. 327-330, traduzione mia). Emerge in questo passo la fine analisi psicologica del poeta, il quale più di ogni altro ha saputo capire ed interpretare l’animo femminile: nel momento dell’abbandono e della solitudine Didone non è più regina, è tornata ad essere profondamente donna, a sentire quel desiderio di maternità che in lei è insopprimibile proprio perché mai realizzato.
Ritornando ai nostri tempi, mi pare di constatare che la società moderna ha spesso forzato la disposizione naturale delle persone in nome dell’indipendenza personale ma anche del guadagno e del consumismo, fattori che hanno profondamente influenzato il costume e la mentalità oggi dominante in società. Rimane però il fatto che quando la natura viene oppressa, negata, avvilita, prima o poi finisce per vendicarsi e farsi sentire in varie forme, anche attraverso l’angoscia ed il senso di vuoto che giunge puntuale a chi ha dedicato tutta la sua vita ad un’attività che poteva sembrare gratificante, ma che col tempo finisce per pesare come un macigno. Anche Didone voleva essere una donna “in carriera”; ma poi ha finito per accorgersi che qualcosa di importante le era mancato, che tutto ciò che aveva costruito le era caduto miseramente addosso. Ed è questo senso di vuoto, oltre alla perdita dell’amore e del dolore, la causa principale della sua fine.

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2 commenti

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2 risposte a “Il IV libro dell’Eneide: storia di una donna “in carriera”

  1. Filo

    Quando penso a Didone, mi torna in mente la figura di Medea in Euripide.
    Considero entrambe donne “in carriera”, ma donne tradite da uomini incapaci di amare veramente e desiderosi solo di soddisfare il proprio ego, anche se razionalmente giustificabili: Giasone pensa al suo futuro ruolo di re, Enea al suo futuro ruolo di fondatore di Roma. L’interesse sociale supera l’interesse personale del cuore.
    Sempre Euripide afferma nell’Ippolito che la “donna è un ambiguo malanno”. Io ritengo, invece, che la “ragion di stato” sia un ambiguo malanno.

    • Giusta osservazione: anche gli uomini, nel loro egoismo, preferiscono la propria realizzazione personale al di fuori della famiglia, e così tradiscono le donne che avevano riposto fiducia in loro. Comunque, ciò che secondo me è suggestivo e affascinante è l’eterno ritorno dei caratteri propri dell’essere umano, che non mutano con l’andare del tempo; perciò Enea e Didone, Giasone e Medea, pur così lontani da noi cronologicamente, sono sempre, nei loro lati più umani, uomini e donne quanto mai attuali.

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