La questione dei compiti a casa

Poiché questo mio blog è stato istituito per ospitare riflessioni di ogni genere, io mi propongo molto spesso di non parlare soltanto di questioni inerenti al mio lavoro di docente, ma di argomenti diversi e forse anche più interessanti. E tuttavia, nonostante questo proposito, mi capita di leggere e di sentire così tante stupidaggini sulla scuola (anche da parte di chi meno dovrebbe dirle!) che non posso fare a meno di tornare quasi sempre sugli stessi problemi. Certe cose non si possono passare sotto silenzio, al punto che, anche a non aver voglia di scrivere, le parole escon fuori quasi da sole. Potrei dire, parafrasando un noto poeta latino, che si natura negat, facit indignatio versum, ossia che, se anche il mio carattere non volesse farlo, è lo sdegno per quel che sento dire che mi induce a sfogare qui sul blog il mio dissenso.
E’ questo il caso della polemica, di recente rinnovata sulla stampa e sostenuta anche dall’attuale Ministro dell’Istruzione Stefania Giannini, contro i compiti a casa assegnati dai professori agli studenti, che da tale attività sarebbero oppressi e tormentati, soprattutto da quando si è scoperto che i loro coetanei degli altri Paesi d’Europa (guarda caso!) dedicano meno tempo di loro allo studio; risulterebbe infatti da un indagine dell’OCSE (organismo internazionale di studi economici) che gli alunni italiani passano in media 9 ore alla settimana sui libri, contro le 4 o 5 della media europea.
Facciamo subito una breve osservazione. Se le 9 ore di impegno domestico dei nostri studenti riguardassero soltanto i compiti scritti (esercizi di italiano, matematica, latino, inglese ecc.) allora sembrerebbero anche a me un po’ eccessive; ma se invece si riferiscono, come pare, al totale delle ore dedicate all’insieme delle materie scritte ed orali, allora non mi pare affatto che siano troppe. Si tratta, in pratica, di una media di poco più di un’ora al giorno, che non può esser considerata eccessiva o pesante; di tempo per divertirsi, uscire, fare sport e ciondolare sui social network ce n’è più che in abbondanza, come ognuno può constatare. E poi il discorso è diverso a seconda dell’età degli studenti: per un bambino di 6-7 anni un impegno di questo genere può anche essere gravoso, ma non lo è certamente per uno studente di scuola superiore, per il quale appare persino troppo esiguo, perché con un’ora o un’ora e mezzo al giorno non si può esaurire l’impegno richiesto dal complesso delle materie di ciascun istituto, a meno che non si voglia restare nell’ignoranza.
E qui appunto arriviamo al nocciolo della questione. Se nel resto d’Europa gli studenti sono meno impegnati, non mi pare che di per sé questo sia un motivo di vanto, anzi, caso mai è il contrario. Va poi considerato che le ragioni di questo fenomeno possono essere più d’una: anzitutto in molti paesi europei il tempo-scuola si prolunga anche nel pomeriggio, ed è quindi ovvio che gli allievi, sopo aver passato nel proprio istituto dalle sei alle otto ore al giorno ed avervi svolto anche attività di esercizio e di ripasso, abbiano meno lavoro domestico da svolgere. In certi paesi poi (v. la Gran Bretagna) è stata fatta una scelta didattica a mio avviso molto discutibile, quella cioè di ridurre il curriculum ad un numero molto basso di materie, prefigurando una preparazione piuttosto settoriale e non omogenea; così l’impegno degli studenti è minore, ma la loro preparazione conclusiva è certamente più superficiale e meno globale di quella dei nostri alunni. Io non ho mai creduto alla favola secondo cui gli studenti italiani sarebbero tra gli ultimi in Europa e nel mondo, anzi sono convinto del contrario: lo sostengo in base al fatto che ho conosciuto molti studenti e docenti stranieri in occasione di scambi culturali che la mia scuola ha effettuato con istituti francesi, inglesi, irlandesi, americani e persino australiani. In queste occasioni ho più volte constatato un’ignoranza imbarazzante su argomenti che tutti dovrebbero conoscere (francesi che non sanno chi era Napoleone, per esempio, o altre perle simili); e quando i miei studenti, anche mediocri, hanno effettuato esperienze di studio all’estero con il progetto “Intercultura”, nei paesi dove si sono recati sono diventati subito i primi della classe e sono stati additati come esempio per i giovani del luogo. Certo, se le verifiche vengono effettuate con test a crocette squallidamente nozionistici, forse i nostri studenti risultano meno abili; ma se le prove si svolgessero tenendo conto della cultura generale e della capacità espressive ed argomentative individuali, i risultati sarebbero ben diversi.
Tornando al problema dei compiti a casa, ritengo la polemica nei loro confronti frutto o di crassa ignoranza o di malcelata negligenza dei genitori, i quali si irritano se i loro figli stanno troppo sui libri perché preferiscono far loro frequentare attività sportive o ludiche. Per queste persone la scuola ha la stessa importanza (se va bene) di un corso di danza o di una partita di calcio; non interessa loro la cultura, la formazione dei figli, ma soltanto il diploma o la laurea (possibilmente con buoni voti per potersene vantare con parenti e amici), da ottenere con poco sforzo e molta presunzione. Ma se invece vogliamo che la scuola, nonostante i ministri ed i giornalisti di infimo livello, svolga veramente il ruolo cui è destinata, lo studio individuale a casa diventa indispensabile e insostituibile. Come si possono apprendere discipline applicative o tecniche come la matematica, il latino, il greco ecc. senza svolgere esercizi individuali ove viene verificato e rinforzato ciò che è stato spiegato in linea teorica? Se un docente illustra ai suoi alunni il procedimento necessario a risolvere le equazioni di secondo grado, ad esempio, dovrà forse limitarsi alla formula teorica o dovrà anche far svolgere esercizi applicativi di quella formula? Ne svolgerà alcuni lui stesso, a mo’ di esempio, in classe, ma non avrà tempo, nelle ore a disposizione nell’orario scolastico, di mostrarne così tanti da far comprendere a tutti il concetto; e quand’anche ci riuscisse, è comunque necessario che lo studente si eserciti anche da solo, metta in campo le proprie personali qualità intuitive e deduttive e pervenga così alla sedimentazione, cioè alla conoscenza profonda e definitiva dell’argomento. Ma anche le materie soltanto orali hanno bisogno di un attento studio personale, per essere effettivamente assimilate; lo studente, in altri termini, può anche comprendere bene l’argomento di letteratura, di storia, di scienze ecc. illustrato dal docente durante le ore curriculari, ma se poi non lo rielabora personalmente, non studia cioè i contenuti operando una sintesi tra le parole del professore ed il libro di testo (e magari anche documentandosi da altre fonti) non giungerà mai ad un apprendimento soddisfacente. Si ricorderà grosso modo l’argomento, ma non ne conoscerà i caratteri fondanti né i dati oggettivi solo in apparenza secondari (v. le date storiche ad es.), la corretta terminologia ecc.
Su un punto della polemica, tuttavia, sono d’accordo anch’io: l’idea cioè secondo cui la parte più significativa del lavoro scolastico debba svolgersi in classe, in modo che i compiti a casa non debbano essere sostitutivi dell’operato del docente (v. la celebre frase “studiate da pagina tale a pagina talaltra”, che tutti prima o poi ci siamo sentiti dire). Non vanno mai assegnati compiti o esercizi su argomenti non trattati prima dal professore, perché se gli studenti potessero apprendere da soli sarebbe loro sufficiente comprarsi dei libri o collegarsi ad internet, senza frequentare la scuola. Prima deve venire l’impegno del docente e poi quello dello studente, non viceversa. Inoltre – ed è cosa ovvia – non bisogna esagerare nella quantità dei compiti a casa e dei contenuti da studiare, perché qualche volta è vero che gli scolari, anche quelli più piccoli, sono troppo oberati di lavoro, come ad esempio i famosi compiti per le vacanze estive, che non di rado rovinano ai piccoli villeggianti le belle giornate al mare o ai monti. Come diceva Aristotele, la virtù è il punto di incontro di due vizi opposti, il che significa, in termini pratici, che non si deve mai esagerare, né in un senso né nell’altro. I compiti a casa sono essenziali, non si possono abolire; occorre però il senso della misura, specie nei periodi di più intensa attività didattica, altrimenti c’è il rischio concreto che gli studenti li copino o addirittura non li svolgano affatto; e questo è dannoso anzitutto per loro, ma anche per il sistema scolastico nel suo insieme.

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7 commenti

Archiviato in Attualità, Politica scolastica, Scuola e didattica

7 risposte a “La questione dei compiti a casa

  1. Filo

    CONCORDO PIENAMENTE. E poi spesso durante le vacanze soprattutto gli adolescenti si annoiano e non sanno cosa fare. Per e vacanze natalizie io assegno spesso lavori i ricerca di geostoria: si divertono e imparano. Buone feste

    • Come ogni altra cosa, anche nell’assegnare i compiti a casa occorre il senso della misura: caricare troppo gli alunni è sbagliato, ma lo è ancor più, come pensano alcuni, abolire del tutto il lavoro di rielaborazione personale. Ti ricambio di cuore gli auguri.

  2. am

    Concordo con lei: mi sembra che a volte, in questa nazione, si tentino di risolvere i problemi con la demagogia.
    Probabilmente ci sarà un perché…

  3. AG

    Seguo da poco il suo blog, ma devo dire che fin ora mi sono sempre trovata d’accordo con lei; per quel che riguarda questo arogmento, poi, in particolare.
    I compiti a casa infatti servono non solo ad approfondire ciò che è stato fatto in classe, ma anche ad aiutare il bambino (se si parla di più piccoli, chiaramente) ad essere più indipendente e organizzato. La famiglia in tutto questo ha un ruolo fondamentale, infatti dovrebbe assicurare al bambino il tempo necessario allo studio, e non riempire tutto il tempo libero dei figli con “attività sportive o ludiche”. Ma purtroppo, come ha ben detto, sembra che per le famiglie “la scuola ha la stessa importanza […] di un corso di danza o di una partita di calcio”. Proprio un vero peccato…
    Buone Feste

    • Quello che lei dice nel suo commento mi sembra così logico e ovvio da non aver bisogno di alcuna ulteriore spiegazione; ma purtroppo la faciloneria imperante oggi, la demagogia più squallida, la volontà dei politici di blandire gli studenti per accaparrarsi l’applauso la fanno da padrone. Contro questa deriva resisteremo con tutte le nostre forze. Le ricambio di cuore gli auguri.

  4. Domenico

    Buonasera professore ho aperto il suo blog proprio perché mia figlia che è in seconda media passa di solito dalle 3 alle 4 ore giornaliere a fare compiti. Oggi pomeriggio poi sta rasentano il limite … perché penso supererà le 9 ore. Ora io non dico che i compiti a casa non debbano essere dati ma in questo modo minsembra davvero eccessivo. Io sono convinto che la scuola italiana debba darsi una seria riforma che vada verso il tempo pieno a tutti i livelli e naturalmente i finanziamenti devono essere molto ma molto superiori ai miseri attuali. Poi potremmo parlare anche della valutazione dei docenti ma qui non finire più di scrivere.
    Altra cosa che mi preme sottolineare è quella dello “zaino”…. lei pensa che sia corretto che tutte le mattine mia figlia si carichi sulle spalle un peso medio di 7-8 kg.
    Io credo di no anche perché nello smartphone che ho in mano … dentro c’è il mondo.
    La ringrazio per l’attenzione.

    Domenico

    • Se veramente le ore di studio e di compiti che gravano su sua figlia sono quelle che ha detto, lei ha certamente ragione: anche a me un carico di 9 ore sembra eccessivo, anche se avviene poche volte all’anno. Quanto allo zaino, è vero che il peso eccessivo deve essere evitato, ma non credo affatto che lo smartphone possa sostituire i libri ed i quaderni; gli strumenti tecnologici debbono essere usati con misura per evitare di diventare noi schiavi di loro, ed inoltre la lettura del libro di carta e la scrittura a mano sono e saranno ancora indispensabili nella vita di tutti noi.

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