Le proposte di riordino dei cicli scolastici

Fa discutere, in questi ultimi giorni, una proposta lanciata dall’ex ministro dell’istruzione Luigi Berlinguer (PD), il quale ritorna sul vecchio problema del presunto “ritardo” di un anno con cui i nostri giovani si diplomano rispetto ai loro colleghi di altri paesi europei, che finiscono gli studi secondari a 18 anni; suggerisce perciò di accorciare di un anno il percorso scolastico italiano fondendo i cicli della scuola primaria e della scuola secondaria di primo grado (la ex Scuola Media) in un unico ciclo della durata di sette anni invece degli otto attuali. In tal modo gli studenti terminerebbero la scuola media a 13 anni e otterrebbero il diploma della scuola superiore, rimasta invariata, a 18.
Questa proposta, che si aggiunge ad altre non meno peregrine, mi pare totalmente priva di vantaggi e possibile causa di un ulteriore peggioramento della qualità degli studi nel nostro Paese. Nel ridurre di un anno il percorso formativo ci potrebbe essere un risparmio economico per lo Stato (sempre lì si va a parare!) di circa l’8% della spesa attuale, ma a questo corrisponderebbe inevitabilmente un depauperamento delle conoscenze e della formazione generale degli studenti: se già adesso, con 13 anni di scuola (dai 6 ai 19) constatiamo la presenza di lacune più o meno estese al momento dell’esame di Stato conclusivo, tante più carenze e tante minori competenze ci sarebbero diminuendo la durata del percorso. La cosa mi pare talmente evidente da non aver necessità di alcuna ulteriore spiegazione; senza contare la perdita di un numero di cattedre piuttosto consistente che altro non farebbe se non aumentare ancor di più la disoccupazione intellettuale ed il precariato, problemi che angustiano da molti anni il mondo della scuola.
Mi fa specie, inoltre, che la suddetta proposta provenga da Luigi Berlinguer, che quando era ministro dell’istruzione promulgò la famigerata riforma del 3+2 degli studi universitari, la quale portò ad un ritardo di un anno nell’ottenimento della laurea: tutte le Facoltà universitarie che duravano quattro anni, infatti, furono portate a cinque, con un inevitabile aggravio economico per le famiglie (tasse universitarie pagate un anno in più, spese per mantenere i figli fuori sede ecc.) senza che a ciò abbia corrisposto alcun vantaggio concreto. E non mi si venga a dire che la laurea triennale abbia un qualche valore nel mondo del lavoro: nelle facoltà umanistiche, che sono quelle che io conosco direttamente anche perché frequentate da me e da mia figlia, la laurea triennale non serve praticamente a nulla, perché tutti o quasi gli studenti sono costretti a proseguire fino alla laurea magistrale: debbono pertanto preparare due volte la tesi di laurea, ripetere esami già sostenuti, pagare tasse in più per ritrovarsi poi con lo stesso titolo che prima si otteneva in quattro anni. E fa specie, dico io, che lo stesso ministro che ha architettato tutto ciò, danneggiando e banalizzando gli studi universitari e provocandone un inutile e dispendioso allungamento, venga ora a chiedere l’accorciamento di un anno del percorso formativo precedente. Un’assurdità, una vera idiozia. L’unica riforma seria, che effettivamente farebbe entrare prima i nostri giovani nel mondo del lavoro, sarebbe quella di riportare a quattro anni (ed in qualche caso a tre) i percorsi universitari ora quinquennali, con risparmi per le famiglie e la possibilità di utilizzare prima il proprio titolo di studio.
Quello che non mi convince, inoltre, è questa smania di voler far uscire dalla scuola i nostri giovani a 18 anni solo perché così fanno in Europa. A parte il fatto che non è sempre vero, perché in molti paesi europei (v. la Svizzera) escono a 19 anni come da noi; ma poi, siamo sicuri che ciò sia un bene? Siamo certi del fatto che se i giovani escono un anno prima dalla scuola trovino più facilmente lavoro? Io credo che sia vero l’esatto contrario, perché in una situazione di crisi economica e di scarsità di posti di lavoro come quella attuale, avere più diplomati significherebbe avere più disoccupati, persone che hanno il diploma ma che non trovano nulla da fare, anche perché meno competenti e preparati dei loro colleghi di qualche anno più grandi. Io sono convinto che il nostro sistema scolastico vada bene così com’è, e che sia l’ora di finirla con questo riformismo che è ormai diventata una patologia psichiatrica: tutti coloro che sono o sono stati nei posti di potere si fanno prendere da questo assillo di dover cambiare tutto e a tutti i costi. E’ giusto cambiare ciò che non funziona; ma la nostra scuola funziona (almeno in parte) ed i nostri giovani sono molto più preparati dei loro coetanei francesi inglesi ecc., che studiano tre o quattro materie e dove la preparazione è settoriale e spesso molto superficiale. E comunque, se pur dobbiamo ammettere che la nostra scuola ha problemi o disfunzioni, non è certo diminuendo di un anno il percorso di studi che si otterrebbero miglioramenti. Se un aspirante pilota d’aereo dovesse frequentare un corso di volo che prevede 30 lezioni, non credo che riducendole a 20 impararebbe a pilotare meglio, ci sarebbero anzi molte più probabilità di vedere quel pilota schiantarsi a terra o atterrare senza carrello.
L’assurda proposta di Berlinguer si affianca poi ad altre altrettanto demenziali provenienti per lo più dalla sua stessa parte politica, come quella di istituire un biennio comune alle superiori (qualcuno lo vorrebbe addirittura fuso con l’attuale scuola media per un totale di quattro anni anziché cinque), facendo studiare a tutti le stesse discipline e riducendo gli studi di indirizzo al solo triennio conclusivo. Si tratta di una vecchia idea della sinistra nostrana, sempre incline a massificare e ad omologare tutto e tutti, ispirandosi a un egualitarismo che non tiene conto delle differenze intellettuali che pure esistono per natura tra gli individui. Proviamo a immaginare cosa accadrebbe se si costringessero alunni destinati al liceo classico o scientifico a studiare fino a 16 anni le stesse identiche materie di quelli destinati agli istituti professionali. Cosa ne verrebbe fuori? Una marmellata indistinta di macchinette, di burattini tutti uguali che non avrebbero competenze né per sostenere studi liceali, né tecnici né professionali. E poi, come sarebbe possibile ottenere una reale preparazione specifica e professionalizzante in soli tre anni? Gli alunni dei licei – tanto per restare nell’ambito di mia competenza – come potrebbero imparare il latino, il greco, la matematica, le lingue in soli tre anni? E come potrebbero quelli degli istituti tecnici specializzarsi nelle loro discipline specifiche (v. ragioneria ad esempio) in un lasso di tempo così breve?
Mi diano ascolto i politici: lascino stare tutto com’è, è molto meglio tenersi l’esistente anziché gettarsi nel buio di riforme e innovazioni dai dubbi vantaggi e che potrebbero rivelarsi disastrose. E prova ne è il fatto che le riforme già varate (vedi quella della Gelmini) hanno fatto più male che bene, provocando spesso conseguenze nefaste che i “saggi” chiamati a tale scopo non hanno saputo prevedere. “Chi lascia la casa vecchia per la nuova sa quel che perde ma non sa quel che trova”, dice un antico proverbio. Perciò sarebbe bene rispettare la saggezza degli antichi, molto più proficua della dabbenaggine attuale.

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6 commenti

Archiviato in Politica scolastica, Scuola e didattica

6 risposte a “Le proposte di riordino dei cicli scolastici

  1. Rodolfo Funari

    Bravo Massimo! Plaudo ancora una volta al tuo articolo, pieno di saggezza e di onestà e torno a ringraziarti pubblicamente, sulle righe del tuo blog, per il coraggio civile e la lucidità che ogni volta dimostri nei tuoi pacati e meditati interventi. Pensando poi all’ex ministro L. Berlinguer viene da dire, col poeta: “Risum teneatis, amici!”. Come osa questo personaggio, notoriamente uno dei più infausti che si ricordino nella storia della Repubblica italiana, metter bocca in questa materia, dopo aver messo a terra il nostro sistema di istruzione, specialmente universitario, con le sue sciagurate riforme. Fuori questa gente! Fuori! Qualcuno gli metta un tappo nella bocca!!!
    Ciao, Massimo, con stima. Tuo Rodolfo

  2. Condivido la maggior parte delle cose dette. Vorrei solo fare un’osservazione su un punto de suo discorso: “E’ giusto cambiare ciò che non funziona; ma la nostra scuola funziona (almeno in parte) ed i nostri giovani sono molto più preparati dei loro coetanei francesi inglesi ecc., che studiano tre o quattro materie e dove la preparazione è settoriale e spesso molto superficiale. ”

    Io non assolutizzerei così. Sono diverse scuole di pensiero, io non mi permetterei di dire qual è la forma migliore. Pensi che, fin dall’inizio del secolo scorso, l’università di Londra diceva che una conoscenza approfondita limitata a un argomento specifico è di gran lunga preferibile rispetto a una conoscenza generica di più argomenti.

    La cultura anglosassone preferisce appunto un sapere più settoriale e specifico, a differenza nostra. Ma è anche difficile dire quale sia il modello migliore tra il nostro e il loro. Diciamo che ci sono i pro e i contro in ambo i casi.

    • Grazie per il suo contributo. Per quanto mi riguarda, mi accorgo che ogni volta esterno il mio pensiero secondo cui la nostra scuola è migliore delle altre (nonostante il disfattismo di molti e le indagini PISA basate solo sui test), c’è qualcuno che si non è d’accordo. Su questo specifico aspetto del problema io mantengo la mia idea, fondata sul presupposto per cui, al contrario di quanto dicono gli inglesi, io ritengo di gran lunga preferibile una conoscenza globale di molte discipline piuttosto che una specializzazione eccessiva su di un argomento che comporta l’ignoranza o quasi di tutti gli altri. Il luogo per la specializzazione delle conoscenze, a seconda degli interessi individuali, è l’università; ma la scuola secondaria ha il compito di formare una personalità completa, che sappia tanto il latino che la matematica, tanto la fisica quanto l’inglese. Questo è il fondamento culturale dei nostri Licei, molto più formativi di quelli degli altri paesi europei. Se così non fosse, mi si dovrebbe spiegare perché i nostri alunni, che magari non ottengono risultati proprio brillanti nelle nostre scuole, quando vanno all’estero – con il progetto Intercultura ad esempio – diventano subito i primi della classe.

  3. Grazie per il prezioso intervento; qualcuno al MIUR lo leggerà?
    Per otto anni esiste la scuola… poi esistono le scuole. E’ bene che ogni studente intraprenda il percorso scolastico più consono alle proprie attitudini e ai propri interessi! E’ fondamentale che i genitori non proiettino i propri sogni irrealizzati sui figli e siano capaci di ascoltare le parole dei docenti della secondaria di I grado.

  4. Anch’io voglio sperare, non so con quanta fondatezza, che qualcuno al MIUR, prima o poi, legga questo blog. In esso esprimo il mio punto di vista, che può anche non essere condiviso, ma che deriva comunque da un esperienza di insegnamento attivo di quasi 35 anni. In base a questo io dico che sarebbe assolutamente deleterio istituire un biennio comune alle superiori e ridurre a soli tre anni le materie specifiche dei vari corsi di studi; anzi, io tornerei persino a una differenziazione di discipline, in base agli interessi ed alle capacità individuali, fin dalla secondaria di I° grado. Ai miei tempi alla scuola media studiava latino chi aveva intenzione di iscriversi ai licei e applicazioni tecniche chi pensava di andare ai tecnici o ai professionali, e quel sistema non mi sembrava – né mi sembra tuttora – del tutto sbagliato. Dare a tutti la stessa formazione, senza tener conto dei caratteri individuali, è demagogico e massificatore.

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