Interrogazioni e compiti in classe: i pro e i contro

Leggendo in qua e là su internet si incontrano articoli e commenti nei quali, con la solita esterofilia tipica del nostro Paese, si deplora il sistema valutativo in uso nelle nostre scuole e si esalta quello di alcune nazioni estere (in particolare i paesi anglosassoni), dove per valutare gli alunni non si fanno compiti in classe o interrogazioni, ma si procede mediante test a crocette, questionari o la presentazione di relazioni; solo in occasione degli esami di fine corso può essere effettuata (ad esempio in alcuni Länder della Germania) una verifica orale più o meno corrispondente alle nostre. Alcuni sostengono che i metodi di valutazionde della scuola italiana siano antiquati o peggio punitivi per gli alunni: l’interrogazione tradizionale, in altri termini, provocherebbe nello studente un eccesso di ansia e di angoscia che spesso, in caso di insuccesso o di risultato insufficiente, si tramuterebbe in un vero e proprio trauma psicologico, con senso di frustrazione a danno dell’autostima ed in generale della personalità dell’adolescente.
Io sono totalmente e tenacemente contrario a queste opinioni, diffuse soprattutto tra i pedagogisti di lontana formazione sessantottina, per i motivi che spiegherò. Anzitutto, se vogliamo fare un confronto tra i test a crocette (in uso in quasi tutti i paesi d’Europa e di oltre Oceano) e le nostre vituperate interrogazioni, non si può non risconoscere che sul piano culturale e formativo sono di gran lunga più efficaci queste ultime: la semplice risposta a domande con tre o quattro possibili alternative, infatti, è totalmente nozionistica e del tutto inconcludente, non abitua lo studente a ragionare, ad argomentare ed a sapersi esprimere correttamente nella sua lingua, il codice espressivo ancor oggi più importante. Inoltre un test, in qualunque forma lo si ponga, è facilmente copiabile da uno studente all’altro e dipendente in buona parte dalla fortuna, perché la crocetta può essere apposta sulla risposta esatta anche se scelta a caso tra quelle possibili. Le nostre forme di verifica dell’apprendimento, invece, sono di gran lunga più utili ed affidabili, da ogni punto di vista: per il docente è molto più agevole, alla prova dei fatti, verificare se l’alunno si sa esprimere bene sia oralmente sia per iscritto, mentre lo studente ha la totale possibilità di riflettere, ragionare ed argomentare, rivelando così l’effettivo livello culturale raggiunto. Un tema di italiano, tanto per fare un esempio, non lo si compila crocettando a caso una serie di quesiti, ma occorre operare un lavoro di ricerca degli argomenti da trattare, disporli nel giusto ordine, elaborarli in una buona forma espressiva, tutte operazioni che richiedono capacità di scelta, di riflessione, di ragionamento autonomo e critico. Lo stesso vale per le interrogazioni dove l’alunno, posto di fronte ad una domanda, deve sapersi esprimere in modo chiaro, corretto e saper impiegare in modo estemporaneo determinati linguaggi scientifici o tecnici; tutte operazioni logiche di grande rilievo, che non solo rivelano al docente le proprie conoscenze, ma rivestono soprattutto un’utilità formativa che i test ed i questionari non posseggono affatto. Si dice che i nostri alunni siano tra gli ultimi in Europa perché per effettuare le prove valutative comuni si ricorre ai test, a cui essi non sono abituati; ma vorrei vedere quale sarebbe la graduatoria europea se gli alunni inglesi, francesi o tedeschi dovessero svolgere un tema argomentativo o una verifica orale seria ed organizzata su molte discipline. Ne vedremmo delle belle!
Quanto al carattere deterrente e vessatorio che le classiche interrogazioni avrebbero, occorrerà fare una precisazione. In qualche caso questo potrebbe anche essere vero, quando il docente non conduce la verifica nel modo dovuto o pretende più di quanto gli studenti possano e debbano dare. Io sono convinto che l’interrogazione sia una normale prassi del percorso scolastico e che come tale vada intesa, evitando l’eccessiva emotività che molti ragazzi hanno a causa soprattutto della pressione dei genitori, i quali molto spesso desiderano buoni voti non tanto per il benessere dei figli, quanto per potersi vantare con gli amici ed esibire risultati che gratificano più l’orgoglio e l’autostima loro che non quella dei ragazzi. Da parte del docente, tuttavia, ritengo che sarebbe necessario seguire alcune semplici regole per rendere l’interrogazione un pacato colloquio piuttosto che un interrogatorio poliziesco, fermo restando che la valutazione dovrà comunque corrispondere alla reale preparazione degli studenti, senza regali e beneficenze per nessuno. Io personalmente mi attengo a questi semplici criteri: 1) prima ancora di iniziare le verifiche, informare gli alunni circa il loro reale peso valutativo, cercando cioè di far comprendere che un voto negativo in una singola prova non costituisce affatto una condanna definitiva, perché ci sarà comunque tutto l’agio ed il tempo per rimediare. L’interrogazione non deve essere considerata come una questione di vita o di morte, perché è proprio questo errato giudizio che scatena l’ansia e danneggia l’autostima. 2) ascoltare le esigenze della classe, distinguendo le ragioni reali dalle scuse ingiustificate. Se stiamo vivendo un periodo in cui la pressione valutativa dei singoli docenti è particolarmente forte, occorrerà essere disponibili a collocare le verifiche in modo da non far rischiare allo studente di dover preparare tre o quattro discipline per lo stesso giorno. 3) essere disponibili, se non sempre almeno nei periodi di più intensa attività didattica, ad accettare la programmazione delle verifiche e la presenza dei cosiddetti “volontari”. Lo so che così c’è il concreto rischio che gli alunni si mettano alle spalle una disciplina finché non arriva il giorno dell’interrogazione e la studino tutta insieme in uno o due pomeriggi, ma le verifiche a sorpresa hanno effetti anche peggiori, come le assenze di massa o le giustificazioni fasulle e la diffusione di un clima di terrore che non giova a nessuno. E poi, almeno nel mio caso, io interrogo su tutto il programma svolto, quindi se anche le verifiche sono programmate ciò non esime lo studente dal doversi preparare in modo organico e completo. 4) Durante l’interrogazione, porre allo studente domande chiare e ben collegate al lavoro effettivamente svolto, senza divagare o pretendere intuizioni geniali. Nei casi di alunni particolarmente bravi è anche possibile porre quesiti più complessi e per i quali c’è bisogno di un’elaborazione critica dei contenuti, ma in altri casi ciò non è auspicabile. 5) Lasciar parlare lo studente, senza interromperlo continuamente, magari per “fargli lezione” durante la verifica. Solo se si smarrisce e non riesce più ad orientarsi, il docente dovrà intervenire cercando di riportarlo all’argomento richiesto o ponendogli la domanda in modo diverso. 6) astenersi da qualunque atteggiamento punitivo o peggio derisorio nei confronti dello studente. Se non è preparato, se non ha studiato, prenderà un voto negativo, questo non si discute; ma la dignità personale e l’autostima di ciascuno vanno sempre rispettate. Non ha molto senso dire con aria severa “Ma io questo l’ho spiegato!”, oppure “Sul libro c’è”, perché affermazioni simili hanno un effetto deprimente, non aiutano lo studente a comprendere il proprio esito didattico, che sarà ben chiarito dal voto finale. 7) Non discutere mai con gli studenti il voto dell’interrogazione. E’ il docente che decide, con il massimo senso di giustizia e senza fare alcuna distinzione tra i suoi alunni, i quali spesso non si rendono bene conto del loro rendimento. Perciò non vanno assolutamente accettate contestazioni o proteste, perché se è vero che lo studente deve essere messo a suo agio il più possibile nel sostenere la prova, è altrettanto vero che la valutazione compete al docente e soltanto a lui.
Con queste semplici annotazioni non ho inteso fare scuola a nessuno, perché ciascuno ha le proprie convinzioni ed in base a quelle deve agire; ho voluto soltanto esternare quello che è il mio personale metodo di lavoro nell’ambito della valutazione, un metodo che deriva da quasi 35 anni di esperienza di insegnamento e che, almeno fino a questo momento, sembra aver dato buoni risultati, visto il giudizio che ne hanno espresso fino ad ora studenti e genitori.

Annunci

9 commenti

Archiviato in Attualità, Politica scolastica, Scuola e didattica

9 risposte a “Interrogazioni e compiti in classe: i pro e i contro

  1. Rodolfo Funari

    Parole sante, caro Massimo! Ancora una volta ti faccio i miei complimenti per la lucidità, la chiarezza e anche il coraggio civile del tuo meditato, centratissimo intervento in tema di compiti e metodi di valutazione. Finalmente una voce di ragionevolezza, in questa melma di stoltezze che ogni giorno da giornalisti, colleghi, “docenti” e “ricercatori” universitari ci vengono ammannite come oro colato. Ti ringrazio personalmente perché le tue parole pacate, temprate dall’esperienza e serietà professionale di una vita, rischiarano la fuliggine velenosa di questa povera Italietta sbatacchiata non soltanto da ogni vento di tempesta, ma pure da ogni fola dei prezzolati venditori di fumo, o semplicemente degli utili idioti tutto gratis.
    Ciao, Rodolfo

    • Grazie, Rodolfo, per il tuo commento. Forse non merito tutte le lodi che tu mi rivolgi; le mie sono semplici osservazioni tratte dall’esperienza, non pretendo con esse di fare da maestro a nessuno. Comunque sono felice di ricevere questi giudizi da una persona colta ed equilibrata come te, che certamente è ben consapevole dei problemi che tutti i giorni ci troviamo ad affrontare.

      • buonaforcina

        Egregio professore, sono un aspirante docente iscritto nelle graduatorie di III fascia, ma purtroppo non ho mai avuto la gioia di essere chiamato e ripiego su altre attività. Mi permetto di complimentarmi con lei per la lucidissima analisi, che ho letto tutta d’un fiato, sui metodi di valutazione.
        Sull’esterofilia: nessuno degli altri Paesi europei può vantare le nostre radici magnogreche, latine e cristiane. […] L’italica esterofilia punta all’anglicizzazione della scuola e alla soppressione dell’antico e sacro liceo classico, punta di diamante, insieme al liceo scientifico che è comunque l’erede della peripatetica aristotelica, del sistema formativo italiano che dovrebbe rendere i suoi allievi pienamente consapevoli della più grande risorsa del loro Paese: la cultura. Imitando l’estero nella sua corsa tecnomane perderemo irrimediabilmente la nostra identità e perderemmo una grande occasione per il rilancio della nostra economia; non ci lamentiamo, poi, della sudditanza nei confronti della Germania. Scendo nello specifico: in molte scuole del Regno Unito hanno bandito l’utilizzo del colore rosso per la correzione delle verifiche scritte, ritenendolo lesivo per l’autostima e la condizione psicologica degli studenti. Per me è una grandissima sciocchezza in quanto la correzione non è un insulto all’alunno, ma un aiuto che il docente offre alla crescita intellettuale dello stesso. Personalmente ritengo che lo strumento professionale per la correzione dei compiti in classe di qualunque disciplina è la matita rossoblu: la distinzione tra errori gravi (blu), semigravi (rossi ricalcati di blu) e lievi (rossi) aiuta docenti e alunni nell’individuazione visiva dei “veri” errori; la penna rossa non aiuta questa distinzione e la valutazione rischia di essere troppo penalizzata anche dalle imperfezioni.
        Sulla verifica orale: oggigiorno il genitore è il primo a non mandare il figlio a scuola se è poco preparato, dunque è vero che l’interrogazione a sorpresa penalizzerebbe i figli di quei pochi genitori più severi che mandano i figli a scuola “volenti o nolenti” e spesso l’insegnante interroga soprattutto quando “ha bisogno di voti”, non quando è opportuno in base alla programmazione didattica o quando i ragazzi sono effettivamente pronti. Per di più trovo strano che le verifiche scritte debbano essere programmate ma quelle orali no. Di contro, per esperienza personale, l’interrogazione a sorpresa non costringe lo studente allo studio quotidiano ed il rischio che egli accumuli capitoli arretrati è molto alto.

      • Collega

        a proposito del punto 5, da sempre sono una convinta sostenitrice dell’utilità delle interrogazioni ma non avevo mai pensato che “fare lezione” durante le stesse fosse deleterio: anzi, con qualche astudente più debole mi da’ modo di approfondire, dargli qualche indicazione in più, rinforzarlo: lo faccio spesso.
        Quanto al punto 6, tendo a dire anch’io, in caso d’interrogazioni poco esaltanti: l’ho spiegato! c’è scritto! ma non credevo mica di umiliare lo studente. Se c’è una che ha paura di offendere, sono io. comunque mi piace questo confronto, anziché su aria fritta, sulle umili e utili e quotidiane componenti del nostro mestiere.

  2. Solo alcune puntualizzazione sui demonizzati test, è vero che c’è una probabilità abbastanza alta che uno studente rispondendo a caso ad una domanda con quattro possibili risposte azzecchi la risposta corretta, ma parimenti è vero che all’aumentare del numero delle domande la probabilità di riuscire ad ottenere una sufficienza (cioè rispondere correttamente ad almeno sei domande su dieci) diventa molto bassa.
    Se per esempio consideriamo un test di trenta domande con quattro risposte possibili per domanda la probabilità di ottenere la sufficienza rispondendo a caso è minore di tre su cento.
    E volendo si possono adottare anche efficaci tecniche anticopia, basta ordinare diversamente per ogni studente le risposte e se si vuol fare proprio i cattivi anche le domande.
    Detto questo il test non è un sistema esaustivo per valutare la preparazione quanto un filtro che elimina quelli platealmente impreparati, poi, come nel caso di concorsi se è necessario verificare la preparazione dei candidati si procede con le ulteriori prove scritte e orali. Se invece è solo un indagine sul livello medio di capacità, come l’invalsi o il PISA, ci si può fermare al test.

    • Le tue sono indicazioni pratiche certamente utili, per impedire le copiature e rendere più regolare la prova. Ma il mio problema è un altro: che sono totalmente contrario ai test in quanto tali, perché si tratta di un esercizio nozionistico e mnemonico che non accerta né le conoscenze oggettive né, tantomeno, le capacità logiche ed espositive dello studente.

  3. Cara collega di nome e di fatto, mi fa piacere che lei abbia espresso il suo parere. Sul punto 5, preciso il mio pensiero: io mi riferivo a quei docenti che interrompono continuamente l’alunno e non lo lasciano parlare, magari dando anche le risposte, oltre che porre le domande. Dargli qualche indicazione va bene, ma non ripetergli durante l’interrogazione la spiegazione già fatta a tutta la classe. Lo stesso vale per il punto 6. Mi fa piacere che queste mie indicazioni pratiche trovino risposta, perché stimolano un confronto di cui c’è sempre bisogno.

  4. profsimona

    Egregio Prof. Rossi,

    Volevo semplicemente congratularmi per il suo articolo sui compiti e le interrogazioni e per il suo blog in generale. Trovo sia un ottimo metodo di condivisione di pensieri e opinioni a proposito del nostro lavoro tanto datato quanto “sperimentale”. Tante, forse troppe, cose son state ribadite sulla formazione dei più giovani e, inevitabilmente, il caos su questo argomento regna sovrano. A pagarne le spese son proprio gli alunni, che han le idee sempre più confuse su come rapportarsi agli insegnanti e ai loro metodi di valutazione, così come gli stessi prof. Grazie alle sue competenze lei conferma che i metodi più “storici” restano sempre i migliori, soprattutto per la grande naturalezza che li contraddistingue.
    Un cordiale saluto
    Prof.ssa Simona Costanzo

    • La ringrazio, prof. Simona, per le sue parole, che sono per me un incoraggiamento a proseguire con il blog. C’è da dire purtroppo che, per essere un buon metodo di condivisioni di pensieri ed opinioni, occorrerebbe che i lettori scrivessero e commentassero di più; invece la quasi totalità dei visitatori del blog si limita a leggere senza partecipare, se pensa che oggi ho ricevuto più di 200 visite e soltanto 2 commenti.
      Quanto al mio metodo di insegnamento, debbo dirle che ormai è consolidato da quasi 35 anni di esperienza; ho provato talvolta a cambiare, ad adottare metodi di altri, ma il risultato non è mai stato soddisfacente.
      Credo che gli alunni, per quanto attiene alla valutazione, abbiano bisogno soprattutto di due cose da parte del docente: che le richieste siano chiare e che si operi con senso di giustizia, senza cioè favorire o penalizzare nessuno.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...