Una nuova esperienza: insegnare italiano

Grazie al fatto che le due classi di concorso n° 51 (materie letterarie e latino) e 52 (materie letterarie, latino e greco) sono state praticamente unificate dal Ministero, soprattutto per salvaguardare la 52 che è in sofferenza a livello nazionale, quest’anno ho potuto anch’io fare un’esperienza che desideravo da molto tempo: insegnare anche italiano, oltre che latino e greco, in una classe del triennio del Liceo Classico. E dopo appena un mese da che è iniziata questa esperienza debbo dire che non me ne pento affatto, anzi ne sono sempre più convinto; una ventata di aria nuova, a mio parere, è sempre salutare anche dopo 34 anni di insegnamento quanti sono appunto quelli che ho sulle spalle, e consente di rivedere contenuti un tempo studiati ma poi, trascurati per decenni, un po’ arrugginiti, se non offuscati del tutto. Ritengo sia opportuno per noi docenti rimettersi in gioco svolgendo attività nuove, per evitare di ripetere ogni anno – più o meno – gli stessi argomenti e anche per tenere in allenamento le nostre facoltà mentali, cosa di cui c’è bisogno ad una certa età. Insegnare anche italiano, inoltre, mi dà la possibilità di operare confronti tra le varie epoche della produzione letteraria e di non restare confinato in un’unica dimensione – quella dell’antichità classica – che è sì fondamentale ma non atemporale e conclusa in se stessa. Debbo dire anche, in aggiunta, che ho sempre avuto una grande ammirazione per la letteratura italiana, senza dubbio la più bella del mondo, la cui approfondita conoscenza giudico irrinunciabile per i nostri studenti e per chiunque voglia chiamarsi persona di cultura.
Ciò detto, ho però dovuto constatare che l’insegnamento dell’italiano, nella scuola attuale, non è affatto impresa facile. Una prima difficoltà si presenta con la formulazione dei compiti scritti, oggi molto più complessi e articolati di quelli di un tempo: quando andavamo a scuola noi, infatti, c’era il classico “tema” di argomento letterario, storico o generale, e nient’altro. Oggi invece, in previsione dell’esame di Stato, dobbiamo abituare gli alunni ad altri esercizi, non facili da formulare e da correggere: l’analisi del testo, il saggio breve, l’articolo di giornale ecc. Questo comporta per i docenti una fatica ben maggiore: i nostri professori, infatti, formulavano solo due o tre titoli di temi, mentre noi dobbiamo andare a cercare testi adatti e corredarli con una serie di richieste e quesiti adatti alla classe frequentata dagli studenti, ed inoltre trovare articoli, saggi critici, pagine di libri o quotidiani da cui ricavare il materiale che gli studenti dovranno consultare per il saggio breve. Un’impresa difficile e complicata, cui si aggiunge la fatica della correzione degli elaborati, più lunga e pesante di quella occorrente per rivedere un compito di latino o di greco.
Il docente di italiano, in aggiunta a quanto detto sopra, ha anche l’ingrato compito di condurre lo studente a sapersi esprimere correttamente, fluidamente e possibilmente senza errori sintattici, morfologici ed ortografici; e questo perché il codice lingua, nonostante l’invadenza proterva dei nuovi strumenti multimediali e della “civiltà dell’immagine”, resta ancora fondamentale e insostituibile. Ma è cosa niente affatto agevole correggere usi ed errori inveterati dai tempi delle elementari, così come condurre ad un’adeguata proprietà di linguaggio chi è abituato ad un lessico povero e consuetudinario, quando non addirittura inficiato da idiotismi ed espressioni vernacolari. La storia della letteratura inoltre, bellissima in sé, può però nascondere il pericolo di un condizionamento ideologico del docente e degli alunni stessi, dato che i libri di testo sono spesso tendenziosi ed anche il docente stesso, nell’affrontare argomenti vicini all’attualità, non può fare a meno di lasciar trasparire la sua visione del mondo, che è poi la politica in senso lato ma anche, talora, in senso stretto. E’ vero che anche Dante era un politico, e di quelli impegnati al massimo grado; ma oggi, in un clima ove persino i classici concetti di destra e di sinistra sembrano non avere più alcun senso, si corre il rischio di lasciare perplesso chi ci ascolta e forse di confondergli le idee, anziché chiarirgliele. Occorre perciò molta cautela ed equilibrio nel trattare autori come Manzoni, Verga, Pirandello, D’Annunzio ed ancor più quelli più recenti.
Queste sono le considerazioni sulle difficoltà dell’insegnamento che mi vengono in mente adesso, e sono certo che i problemi da affrontare non saranno di poco conto; ma sono anche convinto che la passione per l’insegnamento e l’entusiasmo che ho sempre provato al pensiero di poter mettere a disposizione di altri quel poco sapere che mi ritrovo, mi faranno comunque trovare una via d’uscita. Ed è questo l’augurio che formulo non soltanto a me stesso, ma anche a tutti i colleghi che ogni giorno, con tanta competenza e professionalità, svolgono come meglio possono questo difficile lavoro.

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