La lingua italiana umiliata e offesa IV: gli anglicismi

Ecco il quarto e ultimo post sulle sofferenze oggi patite dalla nostra lingua, che mi decido a scrivere con una certa amarezza perché temo che al problema qui ricordato non vi sia rimedio. Inizio con una premessa che mi pare necessaria, cioè che io considero la lingua di un popolo, quella in cui si è espressa la sua letteratura e la sua cultura in genere, un tratto distintivo e irrinunciabile della sua identità storica, politica e sociale. Una nazione come la nostra, che con la sua arte figurativa, la sua musica, la sua letteratura ha dominato il mondo per secoli, dovrebbe preservare la purezza della sua lingua come un patrimonio prezioso; e invece, da molti anni ormai, assistiamo ad un continuo imbastardimento dell’italiano e al suo continuo arretrare di fronte all’irrompere prepotente e irrispettoso dell’inglese, che ha ormai contagiato a tutti i livelli ed in tutti i settori il nostro modo di parlare quotidiano. Il fenomeno è a mio parere molto increscioso, perché inquinare la propria lingua con il lessico, la fraseologia, la sintassi di un’altra significa, in certo modo, rinunciare alla propria identità culturale ed anche alla dignità collettiva di un Paese che, dopo aver primeggiato in Europa e nel mondo per tanti aspetti, si trova adesso ad essere svilito addirittura dai propri abitanti; io credo infatti, e non ho remore ad affermarlo, che questa schiacciante invasione dell’inglese, cui molte persone aderiscono forse perché sembra loro di essere più “chic” a inserire nel proprio eloquio tanti anglicismi e americanismi, sia solo una delle tante manifestazioni di quell’autolesionismo, di quella svalutazione e vilipendio di tutto ciò che è italiano e nazionale da cui tante persone sono affette. In ogni settore della vita pubblica è in voga oggi la più becera esterofilia: a sentire molti politici, giornalisti e persone comuni, i paesi stranieri sarebbero un Eden, un Eldorado dove tutto funziona perfettamente, mentre l’Italia sarebbe il ricettacolo di tutti i mali, di tutte le inefficienze, di tutte le ingiustizie. Io ho cercato, anche in questo blog, di ribaltare questa vergognosa mentalità che danneggia gravemente il nostro Paese, dato che siamo proprio noi italiani ad infamarlo. Ho anche dimostrato, almeno per il settore che dove lavoro da 35 anni, che la nostra scuola non è affatto l’ultima d’Europa; a me risulta il contrario, dato che ogni volta che ho avuto a che fare con docenti e alunni stranieri (inglesi, francesi, americani) ho trovato un’ignoranza abissale, mentre posso provare che i nostri studenti – anche quelli mediocri – quando vanno all’estero ottengono risultati strabilianti e surclassano quelli del luogo. Un motivo ci sarà… o no?
Tornando al problema della lingua, trovo assurdo e avvilente, oltre che autolesionista, imbastardire l’idioma più bello del mondo con l’intromissione forzata di anglicismi spesso orrendi e per giunta niente affatto necessari. Si potrebbe giustificare l’uso di un termine straniero qualora non esista in italiano un esatto corrispondente: ad esempio “computer” va lasciato in inglese, perché tradurlo “calcolatore”, come fanno i francesi, sarebbe fuori luogo in quanto oggi il PC è tutto fuorché un calcolatore numerico. La parola straniera potrebbe ancor comprendersi allorché esista un corrispondente in italiano ma sia disusato o arcaico: un esempio è “baby sitter”, che non mi piace affatto ma che non mi sento di sostituire con “bambinaia”, termine ormai fuori uso ed anche un po’ ridicolo. Però, al di fuori di casi come questi, perché non usare la lingua italiana? Dovrebbero spiegarmi i nostri politici quale necessità c’è di dire “spending revue” quando si può dire benissimo “revisione della spesa”, oppure “job act” invece di “riforma del lavoro”; e del pari dovrebbero spiegarmi, certi giornalisti, perché sia necessario dire “shopping” quando si potrebbe benissimo dire “acquisti”, o “footing” invece di “allenamento, corsa”, o “public relations” anziché “pubbliche relazioni”, che ne è l’esatto corrispondente. Potrei comprendere l’invasione dei forestierismi se la nostra lingua fosse deficitaria e lessicalmente povera; ma se ce n’è al mondo una estremamente ricca di termini e di diverse accezioni, questa è proprio l’italiano. Perché ricorrere all’inglese quando non ce n’è alcuna necessità? Io penso che i motivi siano due, quelli che ho già accennato: il voler seguire scimmiescamente le tendenze del momento (pardon, il “trend”)e la scarsissima stima che noi italiani, purtroppo, abbiamo di noi stessi e della nostra Patria. Altrimenti, quando il ministero dell’istruzione promulgò l’inserimento della figura del “tutor” nella scuola, l’avrebbe ripreso dal latino e non dall’inglese; io mi illusi che così fosse, ma dovetti poi amaramente ricredermi quando trovai scritto il plurale di questo termine, che mi aspettavo fosse “tutores”, ed invece era “tutors”!
L’infatuazione anglicistica si è diffusa ovunque come un’epidemia, tanto che l’inglese è diventato la materia più importante di tutte, è ritenuto indispensabile, ineludibile, irrinunciabile! Nella scuola superiore è già in atto lo sconcio provvedimento targato Gelmini che vuole che nell’ultimo anno dei Licei si insegni una materia in inglese; nelle nostre università esistono ormai corsi e Falcoltà interamente in inglese. Ma perché? Forse che in Inghilterra o in America esistono facoltà in italiano, benché sia palese che la nostra lingua ha contribuito alla cultura mondiale molto più della loro? Io non ho nulla contro lo studio dell’inglese, oggi necessario, ma la nostra coscienza e identità culturale di italiani dovrebbe indurci a proteggere la nostra lingua e semmai a valorizzarla, non a mortificarla e offenderla come noi stessi, purtroppo, stiamo facendo. Nel deprecato ventennio fascista ciò avveniva, ed erano addirittura vietate la parole straniere, perché allora il senso di Patria era molto più sviluppato, non andava di moda infangare il proprio Paese come stiamo facendo adesso. Mi rendo conto che oggi sarebbe improponibile tornare ad un protezionismo linguistico come quello di allora, che voleva si dicesse, ad esempio, “autorimessa” invece di “garage” o “quisibeve” invece di “bar”; ma un giusto mezzo di aristotelica memoria sarebbe la scelta migliore. Prendiamo esempio dai francesi, i quali hanno ben chiaro il concetto della propria identità linguistica e culturale, e non permettono agli anglicismi ed agli americanismi di inquinare la loro lingua. Sono forse reazionari? Io non penso affatto che lo siano, credo invece che si sentano sì europei, ma prima di tutto francesi. Ed è questa, secondo me, la scelta più giusta e più civile.

Annunci

7 commenti

Archiviato in Attualità

7 risposte a “La lingua italiana umiliata e offesa IV: gli anglicismi

  1. Nicolini Romano

    Anche io sono contrario agli anglicismi quando sono termini non necessari. Anche Lei però, professore, ha scritto “turors” in vece di “tutors”. In realtà , io non avrei scritto “tutores” anche se sarebbe stato più esatto. Nella mia battaglia per riportare le BASI della lingua latina nelle medie sono ancora desolatamente solo.

  2. Rodolfo Funari

    Caro Massimo, esprimo rinnovata soddisfazione e compiacimento per la salutare opera di “bonifica” linguistica che stai conducendo anche per quello che riguarda i vezzi (o malvezzi …) dei forestierismi (spesso anche malintesi!) nella nostra lingua nazionale, tanto bella quanto maltrattata … Continuo a leggerti con piena solidarietà ideale e morale. Con viva cordialità, tuo amico Rodolfo

  3. Caro Massimo, io sono anche più estremista di te! Se non altro, perché “computer” vuol dire proprio calcolatore.
    Ogni tanto qualcuno afferma che l’attuale ostilità dei “puristi” agli anglicismi è uguale a quella che c’era, nel diciannovesimo secolo, nei confronti dei francesismi (come “aggiornare” o “blu”). Tuttavia, ci crederò solo se qualche storico della lingua mi garantirà che, nel diciannovesimo secolo, i francesismi entravano nell’italiano con la stessa frequenza con cui entrano gli anglicismi ora. E se entravano anche per sostituire parole in uso, non desuete.

    • Non siamo puristi, siamo solo persone che non vorrebbero inquinare la propria lingua con forestierismi inutili. Le parole straniere sono come gli immigrati che giungono nel nostro Paese: graditi se hanno un lavoro ed un ruolo attivo nella società, altrimenti è meglio che restino a casa loro.

  4. Franco

    Franco

    Premetto che dal 1968 vivo in Olanda e al momento sono pensionato da cinque anni. Di tornare in Italia mi è passata la voglia. Ho letto e apprezzato molto il suo articolo, su come la lingua italiana venga contaminata sopratutto dall’inglese e di come si torce incluso la sintassi per poterla adattare al termine inglese, rendendo così una lingua che gli stranieri stessi considerano musicale e armoniosa, semplicemente ridicola,storpiata.
    Mi piange il cuore accorgermi che i peggiori denigratori dell’Italia siano proprio gli stessi italiani: Sembra che facciano a gara ad esagerare nel cercare i difetti, le mancanze, a esporre i panni sporchi al sole, invece di incollarsi la bocca. Io mi chiedo! Non si rendono che disprezzando il proprio paese, disprezzano se stessi?
    Nel corso della mia vita ho avuto modo di conoscere culture usi costumi e differenti religioni, con i loro pregi e difetti; ma nessuno di loro disprezzava o rinnegava la propria cultura.
    Per non lasciarmi travolgere da tutti questi anglicismi uso un trucco Mentale.
    Quando per esempio vedo scritto “leader”, leggo automaticamente capo, “manager”, dirigente e così via.
    Capisco come lei dice che ci sono certi termini moderni di difficile traduzione, senza dover usare un giro di parole tipo Fax, CD rom ecc. Come ho detto, vivo tanti anni all’estero e l’unica cosa che mi rimane e di cui sono orgoglioso è la cultura italiana e la cultura italiana inizia con la lingua. Questa unica cosa che mi rimane gli italiani me la stanno togliendo. Come ho detto sopra: Di tornare in Italia mi è passata la voglia!

    • Concordo pienamente con lei. Gli italiani sono i primi denigratori di se stessi e del loro Paese, quasi in una sorta di autolesionismo di cui non si comprende il motivo. Tutti gli altri popoli agiscono diversamente: sono fieri della loro identità culturale e nazionale, pur senza nascondere i problemi che ci sono dappertutto. La cultura di un popolo, come dice lei, comincia dalla lingua: ed appunto, il fatto che gli italiani si lascino tanto facilmente inquinare la loro col vezzo ormai diffuso di utilizzare l’inglese dimostra quanto poco tengano alla propria identità.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...