Chi è il docente meritevole?

Dato che da tanto tempo, ma specialmente in questi ultimi mesi in seguito al progetto “La buona scuola” del Governo Renzi, si parla di premiare il merito nella scuola e individuare così i docenti più bravi e preparati, vorrei provare a definire le caratteristiche che un professore dovrebbe avere nella scuola di oggi, con gli studenti “nativi digitali” che ci troviamo dinanzi tutti i giorni. Mi proverò a fare questa analisi, che certamente molti non condivideranno, anche perché ho constatato che le visite al mio blog, purtroppo diminuite negli ultimi tempi, si concentrano molto sui post che riguardano la figura del docente, tipo il famoso “decalogo” di comportamento che qualche mese fa tentai di tratteggiare. Ovviamente le opinioni che esprimo sono strettamente personali, quindi criticabili e confutabili sotto ogni aspetto; ed essendo io un docente con 34 anni effettivi di insegnamento e prossimo (ahimé) alla pensione, presumo che certe mie convinzioni appaiano superate, non condivise certamente dai nipotini del ’68 di cui parlo nel post precedente a questo.
Il primo e fondamentale requisito di ogni docente deve essere, a mio giudizio, la conoscenza approfondita e quanto più possibile completa delle proprie discipline. Ciò comporta, ovviamente, anche la necessità di aggiornamento, perché i contenuti culturali variano nel tempo e vi sono sempre nuove acquisizioni e nuove scoperte. Non mi si dica, a tal riguardo, che le letterature classiche sono fisse e immutabili: non è vero affatto, perché su di esse vengono pubblicati continuamente nuovi saggi e studi, che il docente ha il dovere di procurarsi, leggere e farne uso durante le sue lezioni. Non trovo assolutamente condivisibile l’atteggiamento di coloro (e sono molti, purtroppo!) che magari si aggiornano e studiano finché sono precari; poi, una volta entrati nei ruoli, tirano i remi in barca e continuano per 30-35 anni a fare le stesse lezioni trite e ritrite e a ridire continuamente le stesse cose.
Il secondo requisito, altrettanto importante, è saper comunicare le proprie conoscenze agli alunni, cercando di rendere la lezione chiara, comprensibile e possibilmente attraente. E’ questo un compito molto difficile per ogni docente, perché interessare certi alunni alle problematiche letterarie, filosofiche o scientifiche, oggi, è un’impresa spesso disperata: basti pensare che i ragazzi vivono la maggior parte del loro tempo fuori della scuola, dove sono bombardati da messaggi televisivi e informatici che vanno in direzione opposta a quanto apprendono a scuola, messaggi che esaltano il denaro, la ricchezza, il facile successo e illudono i giovani di poter raggiungere questi traguardi senza fatica. Pretendere che un ragazzo o una ragazza di oggi provino più piacere a leggere Omero o Dante che a stare su Facebook è vana illusione; ma almeno cerchiamo di ridurre le distanze, per quanto è in nostro potere. In futuro i nostri ragazzi, divenuti ex studenti, ci ringrazieranno; e di questo sono sicuro, avendone avuto già tante dimostrazioni.
Altro requisito importante è saper tenere la disciplina e attribuire le giuste valutazioni alle prove effettuate dagli studenti. Essere arcigni e provocare un clima di terrore in classe è assurdo e controproducente; ma è altrettanto assurdo che il docente faccia l'”amicone” degli studenti, ci giochi insieme, dia confidenza ecc. Chi si comporta così è un insegnante fallito, a mio giudizio, perché non si merita il rispetto degli alunni e quindi non lo ottiene. Nelle valutazioni è parimenti errato, secondo me, distribuire a pioggia voti bassi solo per farsi rispettare, perché il rispetto lo si ottiene in altro modo; ma è altrettanto deleterio, quasi criminale a mio avviso, il comportamento di quei docenti che largheggiano coi voti e che per principio non danno insufficienze, per non mortificare gli alunni o – più spesso – per non avere fastidi da presidi e genitori. Chi si comporta così rovina i giovani che gli sono affidati, i quali non s’impegnano affatto in quelle discipline dove sanno di avere la sufficienza garantita; poi, a molti anni di distanza, si rendono conto di non sapere nulla di quelle materie e rimpiangono i docenti che, anche con i brutti voti, li costringevano a studiare. A 25 o 30 anni si comprende l’importanza dello studio; a 15 spesso no, e se la sufficienza è sicura si preferisce fare altro che non perdere tempo sui libri.
Senza dire altre cose che si trovano nel “decalogo”, aggiungo qui che la logica aristotelica del giusto mezzo mi pare ancor oggi la migliore: che cioè, in altre parole, sia giusto tenere un comportamento intermedio tra due difetti opposti, come appunto sono l’eccessiva severità e l’eccessivo buonismo che purtroppo è ancora così diffuso. Questo modo di pensare e di essere, a mio avviso, dovrebbe applicarsi anche nel comportamento quotidiano del docente, che dovrebbe affidarsi al proprio buon senso, prima che alle norme scritte sui regolamenti. Nel far valere i propri diritti con i colleghi e i dirigenti scolastici, ad esempio, trovo ugualmente errato sia l’atteggiamento di chi si sottomette e subisce anche soprusi senza reagire sia quello dei ribelli ad ogni costo, coloro che stanno sempre sulle barricate, che sono sempre pronti a far polemiche su qualunque cosa. E trovo sensato e ragionevole applicare il giusto mezzo anche nella maniera di presentarsi, nelle abitudini quotidiane e persino nel modo di vestire: a me personalmente (mi potrei sbagliare, ma io la penso così) non piacciono né i colleghi che si presentano con affettata eleganza, sempre impeccabili in tailleur o giacca e cravatta, né coloro che vengono a scuola sciatti e persino sporchi talvolta, con magliette scritte, blue-jeans strappati, trasandati e magari con la sigaretta in bocca, altro bruttissimo vizio che i professori non dovrebbero mai avere. Purtroppo colleghi così conciati esistono ancora, persone cioè che non riconoscono la dignità e il decoro del luogo dove lavorano, che non è né una spiaggia né un vicolo da scaricatori di porto. Dispiace dover dire queste cose ancora oggi, ma purtroppo è così; e a mio avviso i Dirigenti non dovrebbero emanare soltanto le solite circolari sull’abbigliamento degli studenti, ma dovrebbero controllare anche quello di coloro che agli studenti debbono essere di esempio.

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6 commenti

Archiviato in Attualità, Politica scolastica, Scuola e didattica

6 risposte a “Chi è il docente meritevole?

  1. Non vedo perchè questo tuo articolo dovrebbe destare scandalo, mi sembra che tu dica cose di profondo buon senso, assolutamente condivisibili e che dovrebbero essere il punto di partenza per ogni docente. Interessante l’aver messo in evidenza la capacità di comunicare con gli alunni e trasmettere il “sapere”, forse si ritiene che sia implicito se la preparazione c’è, ma non è affatto scontato che chi sappia sia anche in grado di trasmettere.

    • Quello che dici è del tutto condivisibile: la preparazione “tecnica” nelle proprie discipline è indispensabile, ma lo è altrettanto la capacità di saperle comunicare con un linguaggio adatto all’età ed alle conoscenze degli alunni. Io stesso ho conosciuto colleghi bravissimi, vincitori di concorsi ordinari, che però non riuscivano ad essere buoni docenti, o perché usavano una forma espressiva inadatta agli alunni oppure perché non riuscivano ad interessare e a tenere la disciplina in classe. Tutto questo rivela soprattutto una cosa: che il nostro è un mestiere difficile, per quanto questa difficoltà non sia compresa né riconosciuta dall’opinione pubblica.

  2. Pienamente d’accordo con te sui requisiti che un buon docente deve possedere per avere l’onore e l’onere di fare questo lavoro così bello, quando è bello, e così difficile… (sempre!).
    Aggiungerei però un ultimo requisito: le conoscenze e le competenze relative alle TIC e all’informatica. Troppi insegnanti infatti rifiutano di aggiornarsi e di imparare a padroneggiare i nuovi codici e gli strumenti usati dai loro studenti nativi digitali.
    Se fossero vissuti verso la metà del XV secolo, quando Gutenberg inventò la stampa, questi stessi docenti si sarebbero rifiutati di leggere i libri stampati, ritenendoli invenzione del demonio, e avrebbero continuato a sfogliare i volumi degli amanuensi!

    • Non credo che i docenti di oggi considerino invenzioni del demonio le nuove tecnologie! Semplicemente accade che molti di noi, magari arrivati ad una certa età, non amano rimettersi in gioco e intraprendere un’attività in cui gli studenti ne sanno più di loro. Io non sono tra questi ed ho sempre accettato le novità; però sono anche convinto, come ho scritto qui sul blog, che i nuovi strumenti informatici non siano la panacea di tutti i mali e che non possano sostituire né i sussidi tradizionali (libri e quaderni), né tantomeno il cervello umano. Se a un asino dai un tablet e una LIM, resterà sempre asino, non diverrà certamente un genio.

      • Senza dubbio le nuove tecnologie digitali e multimediali e l’informatica restano solo degli strumenti utili ma forse non indispensabili alla didattica, e non sostitutivi dell’intelligenza e della capacità e volontà di insegnare e di apprendere, ça va sans dire!
        Un insegnante coscienzioso però dovrebbe aggiornarsi , a mio avviso, e non può chiudere la porta al progresso e continuare a scrivere con penna e calamaio!

  3. Non scriviamo più con penna e calamaio, stanne certa, tanto che la mano si è ormai atrofizzata e non riesce più a scrivere in modo tradizionale! Io comunque sono sempre a favore del “giusto mezzo”, e anche su questo argomento dico sì alle nuove tecnologie ma senza l’ubriacatura informatica da cui molti si sono fatti prendere, al punto da credere che tutto si possa risolvere con gli strumenti digitali. Est modus in rebus, diceva Orazio!

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