La lingua italiana umiliata e offesa III: le parole antipatiche

Premetto che, in questo terzo post dedicato all’uso odierno della lingua italiana, parlerò di alcuni termini che non sono affatto errati o impropri; sono soltanto fortemente antipatici al sottoscritto, tanto che sentirli ripetere alla televisione o alle persone in strada mi genera un incontenibile senso di fastidio. Poiché tuttavia la simpatia o l’antipatia per qualcuno o per qualcosa sono sensazioni molto soggettive, ci sarà ovviamente chi non condividerà queste mie osservazioni, chi si stupirà per quanto io affermerò all’indirizzo di parole che ai più sembrano perfettamente normali. Anche in questo caso le riferisco senza alcun ordine predefinito, ma solo nella sequenza in cui mi vengono in mente.
Cominciamo dalla prima. Quando alla tv o sui giornali si parla di una donna in gravidanza, si usa dire che ha il “pancione”. A me questa parola fa orrore, mi sembra fortemente irrispettosa nei confronti di un evento, la maternità, che è quanto di più bello e naturale possa esistere al mondo. Una donna in attesa di un bambino è avvenente anche più di prima, perché reca in sé la vita; attribuirle questo termine volgare e grossolano ce la fa immaginare invece quasi come una creatura deforme, mostruosa, persino repellente, cioè il contrario della realtà. Mi fa orrore sentirlo dire, il che purtroppo accade molto spesso.
Altro termine che non sopporto da parte dei giornalisti è “Pasquetta”, con cui designano il giorno seguente a quello della Pasqua. Mi sembra una mancanza di rispetto verso la festività cristiana, alla quale viene applicato questo rozzo diminutivo che fa pensare alla baldoria, alla vita gaudente, alla gita in campagna, dimenticando così il suo valore religioso. In realtà il nome più appropriato per questo giorno è “Lunedì dell’Angelo”, e non si vede il motivo per cui lo si voglia evitare a vantaggio di un altro molto più banale ed edonistico.
Altro orribile neologismo molto frequente nel linguaggio odierno è “vacanzieri”, per designare coloro che, magari dopo mesi di lavoro, si concedono giustamente alcuni giorni di villeggiatura. Etimologicamente è un brutto calco dal francese “vacancier”, del quale non c’era affatto bisogno perché la lingua italiana si sa sempre esprimere da sola. Al mio orecchio suona malissimo, perché mi dà la sensazione di contenere una sorta di ironia (se non di malcelato disprezzo) per chi parte per le vacanze, come se quelli che si mettono in viaggio per le località di villeggiatura fossero dei sempliciotti che vanno a imbottigliarsi sull’autostrada. A volte è vero, ma cosa possiamo fare se abbiamo tutti le ferie ad agosto?
Tra le altre parole che urtano la mia sensibilità voglio segnalare anche l’uso frequente del verbo “consumare” per descrivere la dinamica di un fatto di cronaca nera. I nostri giornalisti amano dire che “l’omicidio (o la violenza, la rapina, o che altro) si è consumato in una gioielleria (o in strada, in una discoteca ecc.”. Ma non basterebbe dire “è avvenuto”, “è stato compiuto” o simili? Altrimenti sembra che quel delitto fosse più grande prima di essere commesso e più piccolo dopo, dato che si è “consumato”. Assurdo. E restando nel campo dei nomi alterati, un altro termine che mi fa orrore è “quizzone”, per indicare la terza prova dell’esame di Stato o i test d’ingresso alle facoltà universitarie: usando questo accrescitivo, infatti, si dà l’idea che quella prova sia costituita da domande che non finiscono mai e che mettono a terra i poveri maturandi o aspiranti universitari, il che le più volte non è vero.
L’elenco potrebbe continuare all’infinito, ed è meglio fermarsi perché la pazienza di chi legge i post sul mio blog, necessariamnente, ha un limite. Segnalo soltanto un altro bruttissimo neologismo e due termini altrettanto brutti del linguaggio giovanile. Il primo è “biscotto”, una parola che, nel linguaggio calcistico, designa un accordo truffaldino tra due squadre per ottenere un risultato (spesso un pareggio) tale da danneggiare una terza squadra, magari escludendola da un torneo; ma sul vocabolario – giustamente – questo uso non è riportato, semplicemente perché non esiste, è un’invenzione del tutto arbitraria di qualche buontempone che poi ha avuto, disgraziatamente, molta fortuna; ma io queste villanie verso la nostra lingua non le sopporto, perché sono del tutto fuori della logica e del buon senso. Quanto al linguaggio dei giovani, ci vorrebbe un post apposito per commentarlo e rilevarne tutte le assurdità e le nefandezze; qui mi limito a citare due termini orrendi purtroppo molto usati, cioè “sballo” e “tamarro”. Il primo designa il divertimento eccessivo, smodato a cui purtroppo molti ragazzi di oggi si dedicano anche facendo uso di alcool e droghe; la mia antipatia per la parola, pertanto, non deriva dalla forma o dall’etimo, ma dal significato che le viene attribuito e nel quale non mi riconosco, anche perché le persone della mia età, quando erano giovani, avevano altri modi per divertirsi, più sani ed onesti, di quelli presunti da quella parola. Il secondo termine, che pare derivare addirittura dall’arabo, designa il giovane zotico e grossolano che “segue la moda, ma ne coglie gli aspetti più vistosi e volgari” (voc. Zingarelli); è una parola efficace come concetto, anche per una sua certa foggia onomatopeica, ma offende l’orecchio di chi a certi neologismi così arditi non è abituato e che preferirebbe, conoscendo la lingua italiana, un’altra terminologia ugualmente espressiva.
Chiudo qui questo terzo post, benché molto altro avrei da aggiungere. Ma non ho finito, perché ne ho in mente un quarto, sempre sul tema generale della violenza “consumata” ai danni della nostra lingua ma dedicato ai forestierismi ed ai latinismi maccheronici che profanano la lingua di Roma. Sarà forse più lungo, e certamente ancor più comico di questo.

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3 commenti

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3 risposte a “La lingua italiana umiliata e offesa III: le parole antipatiche

  1. “Quizzone” neanche a me piace tanto ma l’accezione, secondo me, è diversa da quella che le dai tu. Ricordi la “cultura del quizzone” , contro cui si polemizzava alla fine degli anni ’90, quando, contemporaneamente: a) le università cominciavano a imporre il test d’ammissione, a crocette; b) i pedagogisti invocavano le “prove oggettive” nella scuola, scevre da ogni pregiudizio dell’insegnante; c) in televisione faceva ascolti da record “Chi vuol essere miliardario” ? Mi sembra l’esatto opposto di qualcosa che mette a terra gli studenti.

    “Sballo” ormai lo vedo solo sui quotidiani quando compaiono notizie di stragi del sabato sera o di sequestri di stupefacenti; opera di giornalisti che erano adolescenti quando la parola era di moda, appunto.

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