La lingua italiana umiliata e offesa II: espressioni sgradevoli

Nell’ambito di queste mie osservazioni – del tutto personali – sul modo in cui viene oggi usata la lingua italiana, vorrei dedicare questo secondo post ad alcune espressioni che, pur essendo di uso comune, mi risultano sgradevoli e antipatiche al solo sentirle, perché si tratta di neologismi che non si trovano nei veri scrittori o forse soltanto perché sono io ad avere una sensibilità particolare nei confronti del linguaggio. Sono in realtà modi di dire comparsi di recente e introdotti per lo più da giornalisti televisivi o della carta stampata, che a mio avviso suonano proprio male all’orecchio perché costituiti da termini impropri o da metafore di basso o infimo livello, neanche paragonabili a quelle letterarie. Comincio ad esporle in base all’ordine in cui mi vengono in mente.
“Bagno di folla”. Questo modo di esprimersi per me è sgradevole, in quanto il personaggio famoso che incontra i suoi sostenitori non si bagna per nulla, a meno che non piova. L’espressione è quindi del tutto fuori luogo, una metafora trita e piuttosto banale.
“Staccare la spina”. Bruttissima espressione figurata che si usa quando si vuol indicare il comportamento di chi, per periodi di ozio o di vacanza, abbandona temporaneamente le occupazioni quotidiane. Viene da un banalissimo paragone con gli apparecchi elettrici di uso quotidiano che appunto, staccata la spina, smettono di funzionare; ma riferita alle persone è orribile.
“Gita fuori porta”. Espressione immancabilmente utilizzata dai giornalisti in occasione di certe feste, come la Pasqua, in cui alcune famiglie decidono di fare una scampagnata o una passeggiata fuori città. Ma questo modo di dire è improprio, perché non tutti abitano in città nelle quali ancora sono in uso le porte, residuo delle antiche cinte murarie medievali; molti abitano in paesi o villaggi in cui le porte cittadine non ci sono.
“A monte, a valle”. Espressione molto antipatica, anche perché iniziò ad essere utilizzata negli anni delle forti contrapposizioni ideologiche e soprattutto dai cosiddetti “intellettuali di sinistra”, che spesso si vantavano con spocchia di una cultura che in effetti non era affatto superiore a quella di chi la pensava diversamente da loro. Da allora, provo fastidio ogni qual volta la sento.
“Volere o volare”. Orrendo modo di dire fondato sulla figura retorica della paronomasia, o meglio di una sua variante particolare detta “paragramma”, che consiste nell’accostare due termini distinti da un solo grafema (lettera). Ma in realtà chi ha inventato questo obbrobrio non conosceva certo la retorica classica, e ha operato solo uno sgradevole e mostruoso accoppiamento su due termini che non hanno niente in comune tra di loro.
“Nascondersi dietro a un dito”. Anche questa espressione è grottesca, perché non è possibile per nessuno celarsi alla vista altrui in questa maniera. Ma è evidente l’ignoranza dell’inventore, il quale non ha trovato di meglio che enunciare una banalità di questo genere, addirittura puerile. Forse l’inventore era un bambino, chissà.
“Alla fine della fiera”. Questa espressione è usata soprattutto nel nord Italia, ed è evidentemente ripresa dalle fiere paesane o forse dalle esposizioni su larga scala come la fiera di Milano o di Bologna. In senso figurato significa “in fin dei conti” o “tutto sommato”, che sono però molto più eleganti e appropriate rispetto a questo modo di dire piuttosto volgare e materialistico. Nelle fiere si vendono prodotti, e forse è questa tendenza dei settentrionali a guardare soprattutto al profitto ed al guadagno ad aver generato questo mostro linguistico.
“Essere se stessi”. Questomodo di dire, in uso soprattutto dagli anni della contestazione del ’68, è addirittura paradossale. Io mi sono chiesto più volte cosa possa significare un’espressione del genere. Che vuol dire “Sii te stesso”, come spesso si sente dire? Chi altro potrei essere se non il sottoscritto, a meno che non mi trasformi come il dottor Jekyll? Se ci si pensa bene l’espressione, intesa in senso letterale, è un’assurdità; meglio sarebbe dire “comportati spontaneamente”, “di’ ciò che pensi”, “sii sincero” e altro ancora, tutte cose che sarebbero migliori.
Per adesso mi fermo qui. Tra breve arriverà il terzo post, dedicato ai singoli termini sgradevoli, e forse anche un quarto che tratterà degli anglicismi e delle altre parole straniere che stanno inquinando la nostra bellissima lingua.

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9 commenti

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9 risposte a “La lingua italiana umiliata e offesa II: espressioni sgradevoli

  1. Rodolfo Funari

    Bene, Massimo! Sono d’accordo anche con le tue note sugli orrori, o per meglio dire sulle sciocchezze, dell’italiano malamente usato … (anche nella bocca di coloro i quali, come ad esempio i giornalisti, avrebbero il dovere di saperla usare convenientemente e correttamente).

  2. Caro Massimo, giuste osservazioni! Io invece non sopporto le espressioni come “per così dire” o “diciamo così, del tutto inutili e irritanti. E non riesco proprio a tollerare il “piuttosto che” usato con valore disgiuntivo!
    Enrico

    • Rispondo a entrambi. I giornalisti, caro Rodolfo, adattano il loro modo di esprimersi a ciò che “fa colpo” sul lettore medio, in modo da invogliarlo a comprare il giornale o a guardare la tv. Quanto all’osservazione di Enrico, neanche a me piace il “piuttosto che” disgiuntivo, oggi di larghissimo uso; ma è chiaro che la mia era solo un’esemplificazione limitata, perché di parole ed espressioni sgradevoli usate da giornalisti e politici ce ne sono così tante che, per discuterle tutte, non basterebbe un libro intero.

  3. Paolo

    Buongiorno,
    segnalo che “Nascondersi dietro a un dito” non è un neologismo; il modo di dire è presente in una commedia di Carlo Goldoni “La donna di testa debole o sia La vedova infatuata” del 1753, scena XVII, ultime battute del primo atto:
    Don Fausto “Non occorre nascondersi dietro a un dito. Voi avete offeso donna Violante, e delle offese a lei fatte a me ne dovete render conto.”
    Don Roberto “Come ?”
    Don Fausto “Colla spada alla mano..”

    • Grazie, Paolo, per la dotta segnalazione, che io non conoscevo; del resto sarebbe impossibile controllare tutti i testi letterari per verificare se un termine o un’espressione sono state usate in passato. L’antipatico detto è comunque venuto in auge di recente (diciamo da una decina d’anni a questa parte), ed evidentemente è stato lanciato da qualcuno che aveva letto Goldoni e che poi ha avuto proseliti.

  4. Il “piuttosto che” disgiuntivo non è solo un orrore: è soprattutto un errore. Per quello che riguarda le espressioni che hai elencato, per me vale ciò che Umberto Eco disse a proposito dell’ormai desueto “un attimino” : «Le parole diventano odiose quando ci irrita la pigrizia di chi, usandole, lascia marcire nel vocabolario tante altre belle parole.» Un saluto, e buon nuovo anno scolastico a tutti e due!

    • Grazie, Marco, ricambio gli auguri. In effetti anche l’espressione “un attimino”, tutt’altro che desueta, mi suscita la medesima antipatia delle altre che ho elencato. Non ci avevo pensato, perché in effetti non può venire in mente tutto al momento in cui si scrive un post; ma a pensarci adesso mi rendo conto che è davvero orrenda.

  5. Sofia

    Buongiorno, ho scoperto questo blog casualmente, ho letto con interesse i post sulla lingua italiana e ho apprezzato soprattutto quello contro gli anglicismi. In questo post, invece, francamente trovo affermazioni discutibili: “questa tendenza dei settentrionali a guardare soprattutto al profitto ed al guadagno”; lei ha conosciuto tutti i settentrionali per fare un’affermazione di questo genere? Se io le dicessi che i toscani sono tendenzialmente cialtroni? Noto inoltre che diversi giudizi sull’uso di alcune espressioni sono influenzati dal suo astio verso la sinistra, che definisce “spocchiosa”, quando lei -mi perdoni la franchezza- odia queste metafore “di basso o infimo livello, neanche paragonabili a quelle letterarie” perché non usate da “scrittori veri”, ma da comuni mortali.

    • Cara signora Sofia, la ringrazio per il suo commento. Le vorrei far notare, però, che il tono di quel mio scritto era ironico e bonario, non aveva certo l’intenzione di offendere qualcuno; mi dispiace quindi che lei se la sia presa del mio giudizio sui settentrionali, ma le confermo che questo è un sentimento comune al di sotto del Po, ed io stesso ne ho fatto esperienza quando ho lavorato a Milano con il gruppo Mondadori per le mie pubblicazioni scolastiche. Non mi sembra un’offesa, come è invece quella che lei – sia pur ipoteticamente – ha insinuato sui toscani. Quanto al mio astio verso la sinistra, in particolare verso certi intellettuali o radical-chic con il “Manifesto” sotto il braccio e la puzza sotto il naso, confermo tutto quel che ho detto e non ritiro una parola: ho sempre avuto posizioni politiche antimarxiste e anticomuniste, e così la penso tuttora.

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