Osservazioni sugli esami di Stato 1. Il perché degli insuccessi

Leggo in questi giorni, sui forum di alcuni siti specializzati ed in particolare quello di “Orizzonte Scuola”, le lamentele di molti docenti che sono stati impegnati nell’esame di Stato delle scuole superiori che si è concluso da pochi giorni. Alcuni di loro riaffermano l’assoluta necessità di cambiare la struttura dell’esame e la composizione delle commissioni, altri se la prendono con i colleghi ed i presidenti, altri addirittura invocano l’abolizione totale dell’esame stesso, considerato un’inutile fatica per docenti e studenti.
Potremmo dire anzitutto che l’esame finale dei vari corsi di studi non si può eliminare “tout court”, perché è previsto dalla nostra Costituzione; ma poi, oltre a questo dato oggettivo, la mia opinione è che esso vada mantenuto perché è l’unico momento in cui i giovani si mettono veramente in gioco, si confrontano con persone che non hanno mai conosciuto prima, imparano insomma a crescere e ad affrontare le difficoltà della vita, comprendendo finalmente (anche sulla loro pelle) che non tutto è dovuto e che occorre impegnarsi in prima persona per ottenere un qualche risultato. Sotto questo profilo l’esame ha una funzione educativa e formativa e credo quindi che vada mantenuto; resta però da stabilire se vada bene così com’è adesso o se invece andrebbe in qualche modo modificato. Lasciando da parte per il momento la questione, che non compete a noi ma agli organi legislativi, cerchiamo invece di parlare della realtà attuale restando, per così dire, con i piedi per terra, senza elucubrazioni che lasciano per lo più il tempo che trovano.
Sulla base della mia esperienza mi sembra di dover suggerire alle scuole e ai docenti di preparare meglio durante il percorso scolastico gli alunni a sostenere questo impegno. Mi spiego: ai miei tempi portavamo all’esame solo due materie scritte e due orali (che oltretutto sceglievamo noi, diciamo la verità) e pertanto, anche se la verifica su quelle materie era più approfondita di quanto avviene adesso, la struttura dell’esame consentiva però di prepararsi al meglio, perché potevamo tranquillamente trascurare tutte le discipline che non fossero quelle che avevamo scelto. Oggi non è più così. La terza prova scritta, tanto per cominciare, è per lo più organizzata nei Licei con domande a risposta aperta (con numero limitato di righe) su quattro o cinque materie e su argomenti spesso specifici che non sempre lo studente può ricordare perché magari svolti all’inizio dell’anno scolastico. Al colloquio orale, per giunta, il malcapitato deve passare, nello spazio di mezz’ora o 40 minuti, di fronte a tutti i commissari, che lo interrogano su 9-10 materie quasi contemporaneamente. Vengono ovviamente fatte poche domande per ogni materia, ma lo studente deve comunque essere preparato – e riferire in poco tempo – sui programmi dell’intero anno scolastico di tutte o quasi le discipline del suo corso di studi. Questo è molto gravoso, non possiamo negarlo, e conduce molto spesso a risultati deludenti e molto inferiori a quelli ottenuti dai ragazzi durante l’anno scolastico nelle singole materie; io stesso, da commissario interno, ho sempre verificato questa situazione, dovendo constatare che purtroppo all’esame gli studenti rendono molto meno di quanto avveniva in precedenza, tanto che spesso non sono preparati su argomenti che ben conoscevano soltanto un mese prima. A cosa dobbiamo attribuire questo fallimento? Talvolta ad uno scarso impegno degli allievi, che sottovalutano l’esame e pensano di potersela cavare con la sola “tesina”; ma il più delle volte la vera ragione dell’insuccesso è la massa pletorica degli argomenti da studiare e da coordinare tra di loro, cosa a cui non sono abituati durante l’anno scolastico, quando le verifiche scritte e orali vengono organizzate quasi a compartimenti stagni, nel senso che se una settimana c’è la verifica di storia non c’è quella di matematica, se c’è il compito di latino non si può interrogare nello stesso giorno ecc. In pratica, gli studenti non sono abituati ad orientarsi contemporaneamente su argomenti afferenti a diverse discipline, né a collegare i contenuti tra di loro: ecco perché all’esame, costretti a galleggiare in un fuoco di fila di domande diverse ed argomenti molto vasti, finiscono per annaspare e qualche volta, purtroppo, per annegare del tutto. Come si può affrontare concretamente il problema, cercando di ridurre almeno, se non di eliminare, il disastro dell’esame? Occorrerebbe cambiare la didattica dell’intero percorso quinquennale, ad esempio, dando spazio agli argomenti interdisciplinari ed abituando gli alunni a operare collegamenti e confronti, non a studiare a compartimenti stagni come se frequentassero tanti corsi diversi tra di loro. Si potrebbe anche (e qualche scuola lo fa, in verità) organizzare delle simulazioni non solo della terza prova scritta, ma anche del colloquio orale, magari al di fuori dell’orario curriculare: alcuni pomeriggi ad esempio potrebbero essere dedicati a colloqui interdisciplinari su tutte le discipline studiate, con la partecipazione di tutti i docenti del consiglio di classe. So bene che questo è un impegno aggiuntivo che non viene retribuito, ma la nostra funzione di insegnanti e di formatori ci impone di fare qualche sforzo in più per il bene dei nostri studenti e anche di noi stessi; se infatti la nostra classe – sia che abbiamo svolto o meno la funzione di membri interni – ha un insuccesso globale all’esame e voti molto più bassi di quelli che ci saremmo aspettati, è una delusione anche per noi, la constatazione di un fallimento, di una vanificazione dell’impegno che abbiamo profuso durante tutto il corso di studi. Meglio lavorare qualche ora in più, anche senza retribuzione aggiuntiva, che piangersi poi addosso per il deludente esito dei nostri studenti; meglio abituarli prima a sostenere l’esame, senza buonismo e senza ipocrisie, piuttosto che vedere poi durante le prove scritte lo sconcio spettacolo di alcuni membri interni che vanno girando per i banchi suggerendo le risposte agli alunni o che tentano di falsificare totalmente l’esito del colloquio orale proponendo valutazioni improponibili a chi non ha saputo rispondere nemmeno alle domande più elementari. La nostra dignità professionale, dico io, dovrebbe venire prima di tutto.

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2 commenti

Archiviato in Politica scolastica, Scuola e didattica

2 risposte a “Osservazioni sugli esami di Stato 1. Il perché degli insuccessi

  1. Caro Massimo, in effetti noto anche io che coordinare le conoscenze è una delle cose più difficili da insegnare ai ragazzi. Addirittura hanno la tendenza a ragionare a compartimenti stagni all’interno di una stessa materia come se ogni capitolo del libro fosse un’entità a sé. Secondo me questo dipende anche da una certa loro passività nel rapportarsi alla scuola che li spinge a fare le cose solo perchè “vanno fatte”, senza veramente dare fondo a tutte le proprie risorse…
    Buonanotte,
    Enrico

    • Penso che tu abbia colto nel segno parlando della passività di molti studenti, i quali spesso prendono il loro lavoro come qualcosa di spiacevole, che va fatto per dovere e non per passione, limitandosi quindi al minimo indispensabile. E questo è appunto il nostro compito più difficile: riuscire a far amare le nostre materie, uscendo dalla logica dell’imposizione e di ciò che va fatto “per forza”. Ma questo è un altro argomento, di cui avremo ancora occasione di parlare.

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