Docenti in atto e docenti in-decenti

Nella sezione Scuola del sito del “Corriere della sera” è apparso oggi un articolo di Alessandro D’Avenia, insegnante, scrittore e blogger che io seguo da tempo. Lo scritto mette l’accento sulla professione dell’insegnante, spiegando come la si possa e debba svolgere nel modo ottimale. Esistono, a suo parere, tre elementi indispensabili che ogni bravo docente deve possedere e senza i quali l’azione didattica produce noia e disinteresse: l’amore per ciò che si insegna, l’amore per le persone a cui si insegna (cioè l’empatia verso gli studenti) ed infine l’amore per come si insegna (cioè il metodo didattico). Su questa base distingue i docenti in altrettante categorie: i docenti “in atto”, cioè i veri maestri che suscitano negli allievi entusiasmo e curiosità intellettuale; gli “in-docenti”, cioè coloro che, pur possedendo competenza disciplinare nelle loro materie, non riescono a trasmettere entusiasmo negli studenti per vari motivi personali (insoddisfazione per lo stipendio, noie burocratiche, stanchezza ecc.); gli “in-decenti”, quelli che “Non conoscono ciò che insegnano e trasformano la classe, presto connivente, in chiacchierificio e poltiglia educativa.” (sic!)
A prima vista dico subito che questa classificazione mi pare troppo schematica e rigida, ciò che non ci si aspetterebbe da una persona che conosce la scuola: esiste infatti una casistica di docenti molto più ampia delle tre categorie in cui ci ha confinato il buon D’Avenia, e svariate sono le ragioni per cui un’azione didattica può andare o non andare a buon fine. Si potrebbe obiettare, come prima ovvia osservazione, che il rapporto didattico è binario e interattivo, presuppone cioè un’azione combinata tra docente e studenti: se cioè, per dirla in parole semplici, il docente è bravo ed appassionato, ma si imbatte in una classe di scansafatiche o di sempliciotti, i risultati non potranno mai essere esaltanti. Il difetto principale dell’articolo di D’Avenia, a mio giudizio, è proprio questo: che non tiene conto delle diversità esistenti tra gli alunni, che non sono tutti uguali né tutti disposti ugualmente a reagire positivamente all’azione educativa. Se vogliamo fare un paragone di sapore biblico ma molto spicciolo, possiamo dire che il docente è il seme che fa nascere la pianta, mentre gli studenti sono il terreno. E’ vero che il seme deve essere vivo e non marcito, ma è altrettanto vero che se viene gettato sulla sabbia del deserto nessuna pianta può attecchire. E non mi si dica che l’impegno dei ragazzi dipende solo dalla qualità del docente, perché non è vero: ci sono studenti refrattari a ogni stimolo e ogni sollecitazione, che vengono a scuola perché costretti dai genitori ma completamente demotivati, che dovrebbero dedicarsi ad altro e magari entrare subito nel mondo del lavoro, senza scaldare inutilmente per anni i banchi scolastici.
E poi c’è un’altra precisazione da fare a proposito delle parole di D’Avenia: che il docente lavora con una pluralità di persone, tutte diverse tra di loro, e non può quindi pretendere di essere gradito a tutti allo stesso modo. Io stesso ne ho la prova, perché ho ricevuto e continuo a ricevere tante attestazioni di stima da studenti ed ex studenti, ma c’è stato anche qualcuno che mi ha odiato e persino insultato sui social network. Piacere a tutti è impossibile, qualunque sia l’impegno, l’entusiasmo, la competenza, la passione e tutto ciò che il Nostro considera prerogative del docente “in atto”.
Quanto ai docenti “in-decenti”, è vero che esistono, ma sono comunque una minoranza, comune del resto a tutte le professioni: non ci sono forse medici ignoranti e ottusi, avvocati incapaci, ingegneri che progettano edifici che crollano? Eppure di questi nessuno parla, mentre tutti sono pronti a gettare la croce sulla nostra categoria: nei commenti all’articolo di D’Avenia sul “Corriere”, tanto per fare un esempio, sono rispuntate ancora le teste vuote che vengono a ripetere il solito ritornello secondo cui noi lavoriamo solo 18 ore la settimana e abbiamo quattro mesi di ferie. Io neanche rispondo più a queste capre, e mi meraviglio che qualche collega perda ancora tempo con loro.
Il vero problema, quello che toglie a molti docenti bravi ed appassionati la voglia di insegnare, è lo squallido egalitarismo di origine sessantottina che ancora stiamo subendo, per cui nessuno controlla il nostro lavoro (se qualche dirigente ci prova viene quanto meno accusato di mobbing) e tutti riceviamo lo stesso stipendio, a prescindere dalla qualità del lavoro svolto. Con il potere dei sindacati ed il garantismo che abbiamo i fannulloni e gli incompetenti – che per fortuna non sono molti, come dicevo sopra – non si possono licenziare, anzi dobbiamo pure trattarli bene e togliere loro qualsiasi incarico aggiuntivo, perché tanto non lo svolgerebbero. Così tutte le incombenze toccano sempre alle stesse persone e gli “in-decenti” continuano a fare danni per una vita e a percepire uno stipendio che non meritano. Si abbia il coraggio di intervenire e di inserire nel contratto di lavoro il licenziamento per scarso rendimento, ovviamente documentato; ma questo dovrebbe valere anche per tutti gli altri lavoratori del pubblico impiego, dirigenti, alti funzionari e politici compresi.

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13 commenti

Archiviato in Attualità, Politica scolastica, Scuola e didattica

13 risposte a “Docenti in atto e docenti in-decenti

  1. Caro Massimo, io credo che la classificazione in effetti schematica di D’Avenia fosse imposta dal poco spazio a disposizione, non certo sufficiente per un’analisi approfondita di tutte le tipologie di insegnante.
    Naturalmente è vero che la bravura non basta, che non tutti gli studenti e non tutte le classi possono essere stimolati intellettualmente nella stessa misura e che non si può piacere a tutti. Io però mi accorgo, ad esempio, che gli alunni che arrivano dalle elementari hanno spesso un livello di preparazione che mediamente dipende molto dalla scuola da cui provengono e dai maestri che hanno avuto e penso che la stessa cosa valga anche per le superiori. Anche se ci sono eccezioni e variazioni, rimane il fatto che le classi di alcuni insegnanti sono mediamente più preparate. Ovviamente alle superiori il discorso cambia perchè se gli studenti arrivano con delle lacune gravi e consolidate avranno molta difficoltà a raggiungere il livello previsto anche con degli insegnanti eccellenti ma penso che nei gradi di scuola precedenti le capacità del docente siano il fattore preponderante (o quasi). Enrico

    • Infatti io non ho detto che il docente non conti: conta moltissimo, e credo che l’impronta di un bravo insegnante rimanga per la vita, soprattutto se tale esperienza è stata fatta alla scuola primaria, quando la mente umana è in formazione. Per dirtene una, io mi ricordo ancora tante cose che ho studiato con la mia eccezionale maestra delle elementari, più di mezzo secolo fa. Quello che ho voluto dire è che l’azione didattica, per ottenere un pieno o parziale successo, deve essere interattiva, occorre cioè anche la collaborazione degli studenti. L’articolo del D’Avenia ha il difetto di gettare tutta la responsabilità dell’efficacia didattica di una scuola sugli insegnanti, come se gli studenti fossero tutti genietti “in nuce” che abbisognano solo dei giusti stimoli. Purtroppo non è così.

  2. Rachy2001

    Non è giusto copiare.E se si mettessero le telecamere nelle classi? Nessuno proverebbe più a copiare

    • Lei crede? Io penso invece che, a parte i costi di una simile iniziativa, ci sarebbe il problema che le telecamere non vedono più dell’occhio del docente. I ragazzi di oggi,. inoltre, hanno una sofisticata abilità a nascondere i cellulari e non farsi vedere da nessuno. L’unica soluzione valida sarebbe invece quella di installare i disturbatori di frequenza, apparecchi che impediscono il collegamento a internet. Ma per il momento il loro uso è illegale, e qualcuno dovrebbe spiegarmi il perché.

  3. Non fatico a concordare con le categorie proposte da alessandro D’Avenia, ma sono in accordo anche con le tue considerazioni: a volte ti trovi di fronte chi proprio non ne vuole sapere e allora puoi fare tutto e il contrario di tutto che non c’è possibilità alcuna di smuoverlo dalla sua apatia. E, del resto, sostengo sempre che il docente deve sicuramente possedere una degna preparazione nella sua materia e manifestare passione per ciò che insegna e per le persone cui insegna, ma non è tenuto a fare il saltimbanco! In definitiva, credo che molto dipenda anche dall’utenza cui ci si rivolge, perchè un liceo è diverso da un istituto tecnico e una scuola superiore diversa dalla scuola dell’obbligo.

    • Certamente le varie scuole sono diverse, ma in tutte occorre che il docente abbia le due caratteristiche da te ricordate: una buona preparazione nelle sue materie e la passione per l’insegnamento. Detto questo, dobbiamo però ammettere che, se l’azione educativa presuppone due elementi, cioè il maestro e l’allievo, è naturale che anche quest’ultimo ci metta del suo, altrimenti diventa una semina nel deserto. Purtroppo oggi i mass-media, e anche molti di noi insegnanti, tendono a gravare la categoria docente di tutta una serie di incombenze, di obblighi, di responsabilità che il realtà non le competono, o almeno le competono solo in parte.

  4. Elvira

    D’Avenia non ha mai insegnato in un professionale. Io lo manderei in una di quelle scuole dove ho insegnato da precaria …. l’inferno. Certamente i consigli di classe, in certe scuole, dovrebbero funzionare meglio che in altre, e invece non è così. Data la fatica aggiuntiva che si fa insegnando in certe scuole, il risultato è che lavorano in esse pochi docenti in gamba, circondati da precari che non hanno altra scelta – ma che, giustamente, non vedono l’ora di cambiare scuola l’anno successivo ammesso che diano loro l’incarico – e da scansafatiche, o da gente che non può insegnare in altre scuole a causa della classe di concorso. Occorrerebbe invece pagare di più chi va a insegnare in certe scuole logoranti, allora si che vi andrebbero i migliori e più motivati, e vi sarebbero più docenti in atto. Invece, quei pochi docenti davvero motivati cedono subito il passo alla rassegnazione e alla stanchezza. Sono d’accordo con lei, ma sulla base di quello che ho scritto, credo che l’efficacia di un docente dipenda non solo dalle sue doti e dagli alunni che si ritrova, ma anche dalle scelte politiche sulla scuola. Non è scaricare le responsabilità. ma sono fermamente convinta che la politica abbia delle grosse, grosse responsabilità nel declino della figura del docente, anche quando egli insegna nelle scuole “bene”. Saluti.

    • Il suo commento è molto acuto, ed ha ragione in quel che afferma: la politica scolastica ha certamente le sue colpe, anche quella (e non è cosa da poco) di aver affievolito talmente la disciplina e le sanzioni applicabili agli studenti (v. lo “statuto” del compagno Berlinguer) che in alcune scuole regna il caos ed è già tanto se i poveri docenti riescono a far stare seduti gli studenti e ad impedire comportamenti scorretti se non criminali. Il fatto è che siamo stati lasciati soli dalla politica, privati della nostra dignità professionale e vessati dalla stampa e dall’opinione pubblica, che ci considera scansafatiche e lavoratori part-time, come disse Brunetta. Negli istituti tecnici e professionali penso però che ci sia anche un altro problema: quello degli insegnanti che svolgono anche un secondo lavoro (ingegneri, avvocati, geometri ecc.) e vengono a scuola unicamente per lo stipendio e per maturarsi la pensione. Da questa gente ben poco ci si può aspettare in fatto di entusiasmo e di impegno nell’insegnare, tolte ovviamente alcune lodevoli eccezioni.

      • Massimo P.

        Sono un ingegnere insegnante che esercita la libera professione. Credo che per insegnare alcune materie di carattere tecnico sia fondamentale avere un piede al di fuori della scuola, anche per presentare agli studenti casi-studio reali che li preparino al mondo del lavoro. E’ anche vero che, quando mi sono reso conto che la professione mi stava assorbendo a tal punto che non riuscivo più a dedicarmi a dovere all’attività didattica, ho chiesto il part-time. Certamente ci sono colleghi che insegnano per modo di dire, poiché la scuola per loro è solo un luogo dove … riposare, lasciando gli alunni pascolare; ma questo non dipende solo dall’esercizio della libera professione: ci sono tante donne che dovrebbero fare solo le mamme, e non le professoresse, poiché una volta arrivate a casa si dedicano solo ai figli e in genere alla famiglia senza preparare le lezioni. Anche quello è un secondo lavoro, sebbene non retribuito, Ma qui ritorniamo all’annosa questione del controllo del lavoro dei docenti, liberi professionisti e non, di cui i nostri politici non vogliono occuparsi. Certo un sistema di controllo serio sarebbe possibile, ma costa e rende solo nel lungo periodo. […]

        R. Certamente Lei è una di quelle lodevoli eccezioni che accennavo prima, ma ciò non toglie che vi siano molti liberi professionisti che considerano l’insegnamento un ripiego, o per lo meno un secondo lavoro, e non è questo lo spirito con cui occorre vivere la nostra professione, che deve stare sempre al primo posto nella vita di ciascuno di noi. Mi scuso per aver accorciato alquanto il suo commento, ma mi è parso che i concetti essenziali fossero contenuti soprattutto nella prima parte, quella che ho pubblicato; nella seconda c’erano invece critiche ai politici nostrani, ai quali mi associo ma che non si discostano molto da quanto già detto da altri in altre occasioni.

  5. Simona Leoni

    Buonasera! Penso anch’io che esistano svariate categorie di docenti e che nella nostra professione sia molto importare trovare “terreno fertile” da parte degli alunni. Insegno attualmente al liceo, ma in passato, da precaria, ho avuto occasione di lavorare nei professionali e alle medie. Conosco bene la fatica nel tentare di trasmettere contenuti e valori a ragazzi, almeno in apparenza, svogliati e disinteressati. Devo dire, però, che nel complesso i miei sforzi sono stati premiati, poichè quasi sempre, nei diversi ordini di scuole, ho trovato il modo di interagire con le classi e con i singoli, instaurando un rapporto di fiducia che, a diversi livelli, ha dato i suoi risultati. Molto più difficile è certamente ottenere riconoscimento dall’opinione pubblica, ma ormai rispondo alle tante provocazioni semplicemente dichiarando che chi non ha mai messo piede in un’aula neanche s’immagina in che cosa consista il nostro bellissimo lavoro.

  6. Lei ha detto, alla fine del commento, una cosa sacrosanta, che cioè il nostro è un bellissimo lavoro. Condivido in pieno, e tale lo considero anche dopo 35 anni di insegnamento; quanto all’opinione pubblica, però, ho meno pazienza di lei, nel senso che non perdo tempo a discutere con gli ignoranti che ci denigrano perché ritengo che costoro, nella loro ignoranza, non capirebbero mai lo spirito e la passione che ci anima. Quanto al successo professionale, anch’io ho avuto tante soddisfazioni e risultati eccellenti da parte di molti alunni; ma è impossibile riuscire graditi a tutti ed ottenere sempre buoni risultati. L’azione educativa è interattiva, come già ho detto, e ben poco possiamo realizzare senza la fattiva collaborazione degli studenti.

  7. Alunna

    Salve,professore Massimo Rossi,ringrazio per il commento costruttivo sull’articolo di Alessandro D’Avenia; frequento il liceo e la nostra professoressa ci ha chiesto di produrre un testo argomentativo riguardo alla questione “se in docenti diventano in-decenti.”
    Concordo con lei che anche la buona volontà degli alunni ha una grande influenza nel lavoro didattico. Grazie al suo testo, ora ho un’idea molto più ampia sulla questione, so bene che non è sempre facile trattare con noi alunni.

    • Cara Alunna che non ti firmi, sono contento che il mio articolo sul blog ti sia servito, anche per comprendere una cosa: che cioè se a scuola ci sono problemi la colpa non è tutta dei professori, anche gli alunni debbono fare la loro parte, altrimenti è tempo perso.

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