Sulle gite scolastiche o “viaggi di istruzione”

Questo periodo dell’anno, tra marzo e aprile, è l’epoca consueta delle gite scolastiche, a cui qualcuno, per fugare il sospetto alquanto diffuso che si tratti in realtà di occasioni per divertirsi e far baldoria, ha pensato bene di cambiare il nome, definendole “viaggi di istruzione”. La scelta delle parole, in effetti, è importante: sappiamo bene tutti quanto si sentano sollevati dagli inconvenienti del loro lavoro i netturbini, da quando li chiamano “operatori ecologici”, o quanto avvertano meno i loro problemi i portatori di handicap da quando sono definiti, con una buona dose di ipocrisia, “diversamente abili”.
La gita scolastica è diventata quindi viaggio d’istruzione; ma questo non impedisce agli alunni di cogliere quell’occasione per divertirsi smodatamente o anche, come dicono loro con un’orrenda parola, “sballarsi”. Lo sanno bene i poveri docenti che hanno il compito di accompagnare queste masse di scalmanati: sempre preoccupati tutto il giorno a verificare e contare i ragazzi nel terrore che ne manchi qualcuno, che qualcuno si sia fatto male o gli sia capitato chissà quale inconveniente. La notte, poi, peggio ancora: i professori non hanno diritto di dormire, debbono stare in piedi tutta la nottata a controllare che i propri alunni non disturbino gli altri clienti dell’albergo, che non se ne vadano fuori senza permesso, che non corrano pericoli di sorta, magari camminando sui cornicioni fuori delle finestre. Un autentico calvario per i docenti, i quali oltretutto sono responsabili civilmente e penalmente degli alunni, per tutta la durata del viaggio e per 24 ore su 24. Ciò significa che, se non succede nulla di grave, il docente ritornerà stanco, affaticato, stravolto dalla gita ma non subirà altre conseguenze; se invece, come purtroppo in certi casi avviene, un alunno dovesse restare ferito o peggio ancora, come di recente è capitato a Barcellona, dove uno studente di Catania ha perso la vita cadendo dal parapetto della nave, i professori accompagnatori subiranno guai giudiziari a non finire. Al dolore ed al senso di colpa per quanto accaduto, allora, si aggiungerà la prospettiva di finire sotto processo ed essere condannati per mancata sorveglianza, quando anche i muri – nonché i giudici – dovrebbero sapere che una persona non può avere il dono dell’ubiquità e tallonare i ragazzi uno per uno, giorno e notte, 24 ore su 24.
Per questa ed altre ragioni il sottoscritto ha solennemente e da sempre deciso (e se necessario lo dichiarerà ufficialmente al Collegio dei docenti) di non partecipare a nessun titolo alle gite scolastiche, scambi culturali, viaggi di istruzione o come altro le si vogliano chiamare. A mio parere tutti i docenti dovrebbero rifiutarsi di svolgere questo compito, per una serie di motivi: primo, per l’enorme responsabilità civile e penale dalla quale nessuno ci tutela; secondo, perché non ci viene data nessuna indennità di trasferta, che hanno invece i funzionari di tutte le altre amministrazioni quando si recano in missione; terzo, perché l’abolizione di queste iniziative, provocando disagi agli operatori turistici e quindi al tessuto economico di un territorio, sarebbe uno strumento di lotta sindacale – in difesa dei diritti e della dignità della categoria – molto più efficace degli inutili e antiquati scioperi che ancora i sindacati continuano a proclamare, con l’unico risultato di far risparmiare soldi allo Stato a nostro unico e totale danno. Va anche detto che le gite scolastiche, nella realtà attuale, sono diventate un residuato arcaico di un tipo di scuola e di società che non esiste più. Un tempo la grande maggioranza delle famiglie non poteva permettersi di viaggiare o far viaggiare i figli, per cui la gita scolastica era – per così dire – l’unica occasione che un ragazzo aveva per uscire dalla quotidianità della sua città o del suo paesello; ma oggi è tutto cambiato, tutti o quasi hanno agio e facoltà di viaggiare e conoscere il mondo autonomamente, da soli o in compagnia di amici e parenti. Perché dunque le scuole continuano con queste inziative? Gli studenti possono benissimo, durante le vacanze o dopo il termine dell’anno scolastico, organizzarsi da soli i propri spostamenti, accompagnati dai genitori o meno ma responsabili di se stessi, anziché coinvolgere persone che hanno già i loro impegni e che non se la sentono di sobbarcarsi imprese di questo genere.
Eppure, nonostante tutto ciò, quasi tutte le scuole propongono viaggi per ogni classe, anche quando è palese che il loro valore didattico non è il motivo principale per cui gli alunni vi partecipano. Mi sento di affermare ciò con sicurezza, avendo constatato che molto spesso gli studenti dell’ultimo anno delle superiori scelgono destinazioni che poco si addicono al loro corso di studi (v. Amsterdam, Copenhagen, Barcellona ecc.) solo perché credono di divertirsi di più in questi luoghi, e vogliono ad ogni costo andare all’estero come se in Italia non esistessero località degne di essere visitate e culturalmente molto più significative delle città nominate sopra. E perché quasi ogni istituto, nei mesi invernali, organizza la settimana bianca, un po’ ipocritamente mascherata con il nome di “attività di avviamento allo sci” o altre formule simili, e sulla cui valenza didattica e culturale preferisco non esprimermi? Spesso la verità è che sono i docenti stessi, in questo o in altri casi, a volervi partecipare per seguire i propri interessi (culturali o meno), e così si mettono in piedi iniziative che, oltre a comportare la perdita di molti giorni di lezione, si rivelano utili a ben poche persone e non all’istituto nella sua globalità.
C’è poi un’altra osservazione da fare, cioè che ci sono gite più ambite da parte dei docenti ed altre molto meno. Per le prime non ci sono problemi, anzi, di accompagnatori se ne trovano anche troppi; per le seconde, invece, succede spesso che qualcuno dia la disponibilità a partecipare e poi, a pochi giorni di distanza dalla partenza, accampi ragioni più o meno valide per rinunciare all’impegno. Allora si scatena la questua di studenti e colleghi alla ricerca degli accompagnatori, e vengono consultati, pregati ma a volte quasi costretti a partecipare alla gita docenti che non ne avrebbero avuta alcuna intenzione. E’ un malcostume che si ripete ogni anno, ed anch’io talvolta sono stato sollecitato e ho dovuto persino trovare giustificazioni per motivare il mio rifiuto, alle quali in realtà non sono tenuto perché nessun docente può essere obbligato a partecipare ad un’attività che comporta – come si è visto – responsabilità molto gravose. E’ del tutto evidente che, qualora non si trovino docenti disposti ad accompagnare un viaggio, lo si debba annullare; ma nella pratica quotidiana non è così, perché tanto insistono, con noiosa petulanza, studenti e colleghi, che alla fine qualcuno disposto a cedere lo trovano sempre, perché per loro rinunciare alla gita sarebbe un sacrilegio. Evidentemente c’è qualcuno – e non solo tra gli studenti – che ritiene che sia questa la funzione sociale più importante della scuola.

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10 commenti

Archiviato in Attualità, Politica scolastica, Scuola e didattica

10 risposte a “Sulle gite scolastiche o “viaggi di istruzione”

  1. Non mi piacevano le gite da studente e meno ancora mi piacciono adesso da docente! Appartengo anche io alla categoria di quelli che dichiarano da subito il loro rifiuto a fare da accompagnatore!
    Quanto al personaggio di Barcellona, non ne ho nessuna pena, perchè quando te le vai a cercare…

    • Beh, quando si parla della morte di un ragazzo di 15 anni il senso di pena ti viene, anche se se l’è andata a cercare. Ma non credo che di questa tragedia si possano incolpare gli insegnanti accompagnatori.

  2. Margherita

    Condivido al 100% il suo post. Quando ero precaria mi proponevano continuamente di accompagnare in gita le classi peggiori, quelle che nessuno voleva, solo perché qualche amico dell’agenzia viaggi doveva guadagnarci. Ho sempre rifiutato e continuo a rifiutarmi, anche se mi hanno fatto parecchio mobbing per questo!

    • Di mobbing possono farne quanto vogliono, nessuno è obbligato a partecipare ai viaggi, in particolare quando prevedono pernottamenti fuori casa. Chi organizza e ritiene utile lo svolgimento delle gite deve anche impegnarsi a partecipare, senza coinvolgere e infastidire colleghi che hanno le loro buone ragioni per non sobbarcarsi questa responsabilità.

  3. jacopo94

    Io invece sarei ancora d’accordo sulle gite. A patto che però abbiano senso. Ossia che siano collegate con l’indirizzo scolastico. Ad esempio, il Liceo Classico va in Grecia, il Linguistico a Parigi e così via. Avrebbero valore formativo,e sarebbero comunque belle esperienze di gruppo. Logico che, se una terza di un Liceo Classico va ad Amsterdam o a Barcellona, le sue perplessità sono più che legittime.

    • Caro Jacopo, il valore formativo delle gite lo vedono solo i docenti: per i ragazzi rappresentano più che altro un’occasione per fare baldoria, per darsi alla bella vita approfittando dell’assenza del controllo familiare. Guarda quel che è successo a Roma, dove uno studente svizzero in gita è morto durante uno stupidissimo gioco di lancio di coltelli. Adesso i professori dovranno giustificare il loro operato e forse difendersi davanti a un giudice, pur non avendo nessuna colpa nell’accaduto. Per me ho già deciso: alle gite non partecipo, a nessun titolo. Gli altri facciano pure cosa ritengono opportuno, saranno problemi loro.

  4. Paola

    Arrivo al suo blog dopo avere letto il corriere.
    Le scrivo da ex alunna di un liceo di paese, non sono un’insegnante, né uno studente che vuole la gita a tutti i costi. Ma non so perché, ho sentito il bisogno di rispondere al suo post.
    Ricordo gli anni del liceo – conclusisi due o tre lustri fa – con grande nostalgia. Ancora più belli e preziosi i momenti delle gite scolastiche. La cosa bella, per me, era quella complicità che si creava nella gita non solo tra noi compagni di classe, ma anche con gli insegnanti, soprattutto con quelli che erano capaci di farci divertire, incuriosire e di farci apprezzare le bellezze che si trovano nelle mete scelte (ce ne sono sempre tante).
    Era un’occasione per mostrarci senza le maschere che gli adolescenti si mettono, in un tempo fuori dai 50 minuti della lezione.
    Le parlo da una ex alunna che si è divertita davvero molto, anche se senza canne, senza mai mancare di rispetto a cose e persone, rompere e fare danni (io come i miei compagni di classe): agli studenti non va tolta la gita, semmai gli studenti vanno stimolati, coinvolti e supportati. Con gli studenti ci si può anche divertire, mantenendo però il dovuto rispetto e il timore davanti a un no. […] La gita, se ben accompagnati, non è una tortura per l’accompagnatore, ma una crescita per tutti.
    Mi rendo conto delle responsabilità in eccesso, ma oltre a quella giuridica (penale), ce n’è una morale che deve esserci negli insegnanti: dare ai propri studenti, dare interesse, dare vita. E ora che i tempi sono cambiati (si viaggia di più, ma i genitori sono sempre più assenti) la scuola deve essere di più un punto di riferimento e un’occasione per crescere.

    • Signora Paola, comprendo il suo entusiasmo per le gite, durante le quali lei si è trovata bene e ne ha tratto importanti esperienze. Non nego ciò, ma le ricordo che lei parla da ex studentessa, non da insegnante: oggi, in molti casi, portare degli adolescenti a giro per il mondo vuol dire assumersi delle responsabilità schiaccianti e rischiare di rovinarsi le giornate e le nottate, durante le quali non si riesce a dormire. Lei afferma che la sua classe non ha mai fatto canne o danni negli alberghi, e ci credo; ma non è sempre così, a volte questi problemi ci sono, eccome! Però una cosa me l’ha fatta ricordare e su quella le do ragione, cioè che per accompagnare le gite ci vogliono professori “moderni” e che abbiano con gli alunni un rapporto diverso da quello scolastico, diano loro confidenza ecc. Io purtroppo – ed è un difetto mio, lo riconosco – non appartengo a quella categoria di docenti, ed è meglio quindi che alle gite non partecipi affatto.

  5. Simonetta

    Gentile professore, capito per caso su questo blog, davvero interessante. Sono una mamma, nata e cresciuta a Roma, città che odio e amo e della quale riconosco molto bene i difetti, ma altrettanto i pregi. Soprattutto per quel che riguarda la possibilità di avere tanta storia, tanta arte…e tanto altro concentrato qui. Questa fortuna sembra non essere di molto interesse per i professori che a Roma insegnano, che disertano senza problemi di coscienza i musei della Capitale. Le sue aree archeologiche, le sue sale espositive…non saprei neanche numerarle tante sono, eppure mia figlia da quando ha iniziato ad andare a scuola è stata portata solo ai musei Vaticani (“solo” è poco appropriato riferito ai musei Vaticani…..), spero di rendere l’idea. In compenso gli insegnanti s’affannano a organizzare dispendiose uscite…verso luoghi fuori dalla città per andare a vedere la piccola cittadina che magari ospita il piccolo museo, della ceramica di non so quale epoca, con pranzo in struttura organizzata annesso. Campi scuola di 3 giorni appena all’inizio dell’anno, dal costo vertiginoso e che mettono non poco in ansia i genitori dei più piccoli perchè richiedono lunghi spostamenti in pullman. In compenso mia figlia non conosce la città in cui vive. Ne ha studiato solo la storia raccontata dai libri e pur vivendoci non è mai stata portata in quei luoghi dai suoi insegnanti, per toccare con mano ciò che aveva letto o sentito raccontare. Trovo questo davvero assurdo. Alle riunioni dei genitori io sono sempre “la nota stonata” perchè quelle cose le possono sempre fare…(e di fatto non accade mai”). Negli anni ho cercato di rimediare come meglio ho potuto portando mia figlia a conoscere Roma, pur non essendone all’altezza…mi chiedo se sbaglio..credo che i ragazzi dovrebbero prima di tutto conoscere il loro luogo d’origine e successivamente allargare i loro orizzonti. Le auguro un buon lavoro.

    • Certamente ha ragione, signora, sul fatto che si dovrebbero conoscere prima i propri luoghi di origine e poi gli altri; ma è questo un dato di fatto molto diffuso, cioè che molte persone non conoscano proprio il posto dove abitano. In una città come Roma, però, non le sarà difficile accompagnare personalmente sua figlia a vedere musei e monumenti, o trovare qualche persona esperta che lo faccia al posto suo; non si deve pretendere che la scuola pensi a tutto o possa fare tutto, perché visite ai luoghi di residenza si possono fare anche con la famiglia, gli amici o chiunque altro. Gli insegnanti di sua figlia pensano che sia meglio fare viaggi altrove, visto che i ragazzi possono visitare Roma anche da soli; ed in questo non posso dar loro tutto il torto.

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