Perché l’inutile salverà l’umanità

Lo scorso 24 marzo, nella sezione “cultura” del sito web di “Repubblica” è uscita un’intervista al prof. Nuccio Ordine, docente di letteratura italiana all’Università della Calabria, il quale ha scritto un saggio pubblicato prima in Francia da “Les Belles Lettres” e poi in Italia da Bompiani. Il titolo del libro è: L’utilità dell’inutile, ed ha per argomento la lettura, la cultura fine a se stessa e non monetizzabile né classificabile nella categoria dell'”utile immediato”. Secondo lo studioso sarà questo l’antidoto che salverà il mondo dall’ignoranza, dall’imbarbarimento che è oggi provocato dallo strapotere delle leggi economiche di mercato, che non lasciano spazio a nessun’altra attività umana per la quale non sia prevista una finalizzazione immediata ed esclusiva alle logiche aziendali.
Purtroppo ho saputo soltanto oggi dell’esistenza di questo libro, che ho intenzione di leggere al più presto; ma fin da ora mi associo e solidarizzo totalmente con il suo autore. Trovo infatti incivile e fornace di barbarie questa tensione attuale verso tutto ciò che è “utile” nell’immediato ed ha come fine ultimo il guadagno materiale; e di questa mentalità facciamo esperienza proprio in questi giorni, quando i dati nazionali sulle iscrizioni alle scuole superiori ci confermano l’aumento degli istituti tecnici e professionali e l’inarrestabile declino del Liceo Classico. In effetti la mentalità dominante nella società attuale, che tiene in considerazione soltanto la logica del denaro e subordina all’economia ogni altro aspetto della vita civile, non può vedere di buon occhio una scuola che non “serve” materialmente a chi la frequenza. Quale utilità pratica può avere, nell’immediato, lo studio del latino, del greco, della filosofia, della storia ecc., materie oltretutto impegnative e che comportano una limitazione, per gli studenti, del tempo libero e delle attività ludiche? Quale attrattiva può avere un liceo in generale, ma in particolare il Classico, visto che non porta direttamente ad imparare un mestiere e quindi a guadagnare dei soldi? Meglio frequentare un istituto tecnico o professionale, in questi tempi di crisi, perchè così si consegue un diploma immediatamente “utile”. Questo è oggi il pensiero dei più, che non tiene conto però che per l’ingresso nel mondo del lavoro occorre essere qualificati, avere una cultura completa e non possedere solo competenze tecniche spesso neanche tanto approfondite. A ciò poi va aggiunta la considerazione, piuttosto banale ma vera, che in tempi di crisi se la disoccupazione affligge i laureati, tanto più affliggerà i semplici diplomati.
E invece a me, fin da ragazzo, piaceva e piace il Liceo Classico proprio perché è la scuola che “forma” di più e che “serve” di meno; e ciò perché sono da sempre convinto che l’istruzione da conseguire a scuola non è una serie di cognizioni tecniche o di “competenze” (come si suole dire oggi), che si possono meglio ottenere con corsi extrascolastici; l’istruzione è “formazione” completa del cittadino, che quando esce dalla scuola non deve saper smontare un motore o progettare un impianto elettrico, ma deve saper ragionare con la propria testa, effettuare le proprie scelte di vita e soprattutto comprendere la realtà che lo circonda: sarà poi l’Università e le successive esperienze di vita che gli consentiranno di specializzarsi e di acquisire competenze specifiche di quella che sarà la sua professione. La complessità del mondo attuale è il risultato di secoli e millenni di progresso del pensiero umano: di qui la necessità di conoscere il passato in tutti i suoi aspetti, da quelli linguistici alla storia civile, letteraria e artistica dell’umanità, un tesoro di cultura che soltanto le materie umanistiche sono in grado di fornire. Questa è la vera finalità dell’istruzione, che non si manifesta forse nell’immediato ma che si compie e si realizza nel corso della vita ed ha le proprie basi durante il quienquennio degli studi superiori. Ecco perché mi è sempre piaciuta di più la scuola che “serve” di meno, perché la formazione dell’individuo non può ridursi a mere e sterili cognizioni tecniche, non può essere affidata solo all’informatica o alle lingue straniere, oggi necessarie ma assolutamente insufficienti alla creazione di una coscienza e di un pensiero autonomi.
In questa nostra società tecnicistica ed attenta solo ai dati economici, dove il prestigio individuale si misura dal possesso dell’auto di lusso o dello smartphone di ultima generazione, non ci accorgiamo più che esistono altri valori che vanno al di là della logica del guadagno e dell’aziendalismo, i valori della cultura che esiste di per sé, senza dipendere da qualcos’altro o senza per forza dover “servire” a qualcos’altro. Come afferma il prof. Ordine in quell’intervista di “Repubblica”, “La logica aziendale guarda alla quantitas, sacrificando la qualitas. Gli studenti sono ridotti a “clienti”, mentre l’università dovrebbe essere il luogo dove si fabbricano eretici, il luogo della resistenza.” Poi, per chiarire, afferma anche che “l’eretico, nel senso etimologico della parola, è colui che è in grado di scostarsi dall’ortodossia dominante, che oggi coincide con la logica utilitaristica del profitto. Perciò il sistema scolastico deve formare uomini liberi, non costruire dei conformisti. L’incontro con un professore e con un libro può cambiarti la vita”.

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7 commenti

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7 risposte a “Perché l’inutile salverà l’umanità

  1. soffio61

    L’ha ribloggato su Soffioe ha commentato:
    grazie prof!
    … i valori della cultura che esiste di per sé, senza dipendere da qualcos’altro o senza per forza dover “servire” a qualcos’altro…

    • Grazie a te per aver riproposto in altro diario elettronico (odio l’orribile anglicismo “ribloggare”) il mio scritto. Speriamo che queste nostre opinioni si diffondano sempre più e facciano riflettere chi di dovere.

  2. Rodolfo Funari

    Condivido la tua riflessione, caro Massimo.

  3. Q

    […] Innanzitutto direi di non accostare alle discipline umanistiche la parola “inutile”, in quanto il loro studio è basato su un lavoro di ricerca e interpretazione. Il problema consiste nel favorire la partecipazione di queste materie al nuovo ciclo economico che sembra prospettarsi. Per ora la strada mi sembra molto in salita per i laureati in lettere e filosofia, non perché costoro non possiedano una professionalità : semplicemente il pubblico impiego, uno dei pochi sbocchi, soffre e di conseguenza tutti i settori che dipendono risentono la crisi. […]
    Quanto al liceo Classico, io ho sempre pensato che fosse una formazione al pari di quella offerta dallo Scientifico (che io stesso ho frequentato) e di altre scuole. Non necessariamente tutti devono studiare le lingue classiche o altre discipline presenti nel piano di studi di un liceo. Soprattutto se in molti casi lo studio avviene in maniera acritica e svogliata. […]
    L’anno scorso mi stupì un collega all’università che, orgoglioso della sua maturità classica in un noto liceo di Cagliari, mi disse di non leggere perché “non aveva tempo”. La maturità classica, o scientifica che sia, non sono valide in quanto tali, ma assumono un valore se una persona ,dopo tutto quel tempo trascorso a studiare, possiede una curiosità e un’apertura mentale originale, in grado di poter guidare al meglio le sue scelte. Ecco, davanti a un collega che non legge e si iscrive in Lettere, diciamo che nutro qualche perplessità , nonostante la maturità classica.
    Riguardo gli istituti tecnici, il problema è il loro isolamento dalle realtà produttive a cui dovrebbero essere legate. Almeno ciò che ho visto io nella Sardegna del Sud è terzomondismo, purtroppo. So che al settentrione la situazione è differente, ma dalle mie parti non si può dire altrettanto. Se quelle scuole potessero godere di condizioni differenti si rivelerebbero molto valide.

    • Il termine “inutile” come lo usa il prof. Ordine è provocatorio e va inteso nel senso che queste materie sono aliene dalla logica economicistica del guadagno che prevale oggi. Le si studiano per il piacere di studiarle, per volontà di sapere, anche se non danno alcun profitto; anzi è proprio per questo che mi hanno sempre affascinato.
      Quanto alla maturità classica, è chiaro che non basta il titolo di per sé a formare una persona di cultura: occorre la curiosità intellettuale, l’apertura mentale per credere nell’importanza del sapere. Se uno non legge, non si interessa ai fenomeni culturali, è un ignorante in ogni caso; e purtroppo anche al Liceo Classico ci sono alunni demotivati che vengono a scuola perché lo vogliono i genitori, ma non hanno un vero interesse per ciò che studiano. E’ spiacevole ammetterlo, ma è così.

  4. jacopo94

    Purtroppo, anche gli stessi istituti tecnici e professionali non sono in grado di adempiere al loro compito. Sono spesso scuole degradate, in cui, purtroppo, si fa poco e male. Non riescono a inserire così facilmente i diplomati nel mondo del lavoro, anzi. Paesi come la Germania funzionano meglio perché le scuole sono più collegate col mondo esterno: appena ottenuto il titolo di studio, si hanno molte più opportunità di inserirsi subito in un contesto lavorativo. Cosa utopica e assente dalla realtà, nel contesto italiano (parlo degli istituti tecnici e professionali). La morale della favola è che, la “crisi” della nostra scuola, non riguarda solo il Liceo Classico e gli studi umanistici: ha problematiche complessive, per praticamente tutti gli indirizzi.
    P.S mi permetto una leggerissima correzione a una sua frase: ” l’istruzione è “formazione” completa del cittadino, che quando esce dalla scuola non deve saper smontare SOLO un motore o progettare un impianto elettrico, ma deve saper ragionare con la propria testa”. Sinceramente, non vedo perché non si debbano insegnare queste cose “pratiche” a chi intenda farlo, anzi direi che servono molto. Ovviamente il tutto deve essere collegato con una buona istruzione di base e cultura generale, in modo da non avere un “uomo macchina”.

    • In linea di massima sono d’accordo. La crisi del Liceo Classico riguarda il numero delle iscrizioni, che va sempre diminuendo per le ragioni che ho illustrato nei post; per gli istituti tecnici si tratta invece, probabilmente, di un non perfetto collegamento con il mondo del lavoro. Quanto agli insegnamenti pratici, è bene che ci siano, ma questo non è il compito dei licei, la cui formazione culturale è onnicomprensiva proprio per portare l’alunno ad una scelta consapevole del percorso universitario o lavorativo.

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