Come si può rovinare un’opera d’arte

Ho parzialmente assistito oggi, sul canale Rai5 della tv, all’apertura della stagione lirica del più illustre teatro lirico italiano, la Scala di Milano, che giustamente, nell’anno del centenario della nascita di Giuseppe Verdi, ha voluto mettere in scena la “Traviata”, l’opera forse più famosa e popolare di tutta la produzione melodrammatica italiana. Ora io, da appassionato di musica classica e lirica qual sono (pur senza vantarmi di essere un esperto) pensavo di trovarmi di fronte ad una rappresentazione fedele al dettato del libretto ed alle intenzioni del Maestro quando la compose; ed invece ho subito una delusione tale che, dopo il primo atto, ho dovuto spegnere la tv e andare a fare la spesa al supermercato.
Anche questo allestimento, se pur ve n’era ancora bisogno, ha messo in luce il degrado dell’arte e della cultura che da tempo impera in questa società consumistica e tecnologica; ma sono rimasto male lo stesso perché credevo ingenuamente che un teatro lirico di fama mondiale come la Scala fosse immune dagli stravolgimenti e dalle storpiature che si vedono altrove. Ed invece non è stato così: del resto, che questa non è un’opinione soltanto mia è dimostrato dalle contestazioni che l’opera ha ricevuto dal loggione e dai giudizi negativi che si leggono sui giornali ed i siti internet.
Cos’è che non andava? Cominciamo dall’inizio. La regia teatrale, affidata ad un russo, tale Tcherniakov (che andrebbe spedito in Siberia), era disgustosa e anacronistica. Un’opera ambientata nel primo ‘800 mostrava attori e comparse vestiti in modo attuale, come se si trattasse di una vicenda degli anni 2000; c’erano persino donne coi pantaloni, che non erano certamente in uso a quell’epoca se non per le cavallerizze. La scena era quasi vuota e un po’ squallida nel primo atto; il secondo, addirittura, era ambientato in una cucina, dove Alfredo e Violetta tagliavano le verdure e preparavano la pizza, proprio un’occupazione adatta a due anime travagliate dai tormenti d’amore! Nell’ultimo atto (che non ho visto ma di cui ho letto sui siti web), al momento della morte di Violetta, Alfredo se ne sta tranquillo da una parte senza soccorrerla e mostrando piena indifferenza. Inoltre i cantanti stessi hanno mostrato un’immagine del tutto inadatta al contenuto ed all’ambientazione dell’opera: Alfredo era impersonato da un tenorino dalla voce tenue e insufficiente per il ruolo affidatogli, ed oltretutto aveva un aspetto da buon contadino a cui mancavano solo la zappa e un cappellaccio; la soprano Diana Damrau inoltre, che impersonava Violetta, aveva sì una buona voce (la migliore in effetti) ma era ridicola nel ruolo che ricopriva: costei è infatti una donnona giunonica che peserà un quintale, e non si vede quindi come possa interpretare il ruolo di una ragazza esile e malata di tubercolosi che muore appunto consunta da questa malattia: la soprano sprizzava salute da tutti i pori, l’esatto contrario di quello che avrebbe dovuto raffigurare. La domestica di Violetta, infine, era una megera grassa e dai capelli tinti di rosso che pareva più una Erinni dell’inferno pagano che una figura umile com’è nell’originale.
Tutto questo mi ha allibito e sconcertato, perché io ritengo che un’opera la cui vicenda si svolge in una certa epoca deve mantenere l’ambientazione, i costumi, i caratteri propri del contesto storico in cui fu concepita. Le cosiddette “attualizzazioni” delle opere antiche sono assurde e inopportune, perché quando un autore crea l’arte la crea per la società ed il pubblico del suo tempo, che tale deve restare nella memoria dei posteri: la “Traviata”, che deriva dal romanzo “La signora delle camelie” di Alexandre Dumas, conserva il proprio fascino e la propria grandezza artistica solo se rappresentata come Verdi la concepì e la volle nel 1853. Ma purtroppo questi registi cialtroni si sono scatenati in tutti i campi dell’arte: una volta ebbi pure la sventura di vedere in tv la rappresentazione di una tragedia greca (mi pare il Prometeo di Eschilo) dove gli attori indossavano magliette e blue-jeans. Chissà cosa direbbe Eschilo se vedesse uno scempio del genere! Forse si accorgerebbe del fatto che nella società attuale, da almeno 60 anni, l’arte è morta completamente: oggi non ci sono più musicisti ma ciarlatani, né scrittori ma pennivendoli, né pittori ma imbrattatele. Questo non dispiacerebbe né a Eschilo né a Verdi, ma certo si indignerebbero mortalmente a vedere come l’ignoranza di oggi riesce a rovinare anche le loro opere, vera e autentica arte perduta in un mondo che non la comprende più.

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