L’esame di Stato: c’è qualcosa da cambiare?

Dal 1999, anno in cui fu istituito il nuovo esame di Stato in sostituzione del vecchio esame di maturità nelle scuole superiori, sono stato sempre puntualmente chiamato a far parte delle commissioni; ad anni alterni ho rivestito la funzione di membro interno ed esterno, o più spesso di presidente di commissione. Posso quindi dire, senza peccare di presunzione, di avere ormai un’esperienza che mi consente di dare qualche giudizio in materia, anche riguardo a ciò che a mio parere andrebbe modificato.
Certo, a voler dire tutto, verrebbe da scrivere un libro, non un post su un blog qualsiasi come questo. Mi limiterò quindi a due aspetti, uno generale ed uno particolare concernente l’indirizzo di studi nel quale insegno da oltre un trentennio. Il primo riguarda le modalità di calcolo del punteggio finale, che, a causa della volontà dei nostri legislatori di scimmiottare ciò che avviene all’estero e soprattutto nei paesi anglosassoni, consiste in una semplice sommatoria dei punteggi delle varie prove. Già questo è discutibile, perché la valutazione di una persona dovrebbe basarsi sull’esame complessivo della sua personalità umana e culturale, non su un mero calcolo numerico. Ma lasciando da parte questo, l’aspetto più iniquo di questo esame è che il percorso scolastico dello studente, cioè i cinque anni della scuola superiore in cui è stato valutato dai suoi insegnanti incide sul voto finale solo per il 25% (il cosiddetto credito scolastico), mentre il 75%, cioè la percentuale di gran lunga maggiore, è determinata dalle prove d’esame, sulle quali incidono molto, anzi moltissimo, fattori contingenti come l’emotività della persona, le domande specifiche che vengono rivolte al colloquio orale, l’atteggiamento dei commissari ecc. Spesso, purtroppo, incidono sulle valutazioni anche fattori del tutto soggettivi come l’immagine esterna che dà lo studente di sé, il suo modo di parlare o di vestire, l’umore dei commissari ecc. Il vecchio esame invece, con tutti i difetti che poteva avere, metteva però su un piano di parità il percorso formativo dello studente e le prove d’esame, lasciando alla sorte ed ai fattori contingenti uno spazio certamente minore. Perciò, se volessimo arrivare ad una valutazione obiettiva, occorrerebbe portare al 50% il credito scolastico e lasciare l’altro 50% alle prove d’esame, in modo da bilanciare due elementi valutativi che dovrebbero possedere un’incidenza simile, se non proprio uguale, sul voto conclusivo.
L’altra osservazione che vorrei fare riguarda in modo specifico il Liceo Classico, oggi purtroppo in crisi di iscrizioni (v. i miei post precedenti) e osteggiato in ogni modo dalla classe politica attuale, compresi i ministri dell’istruzione. A proposito va rilevato un aspetto non trascurabile che riguarda la seconda prova scritta d’esame, quella diversificata a seconda del corso di studi. Ora, mentre nelle altre scuole (v. il liceo scientifico) si è provveduto a innovare la tipologia di questa prova, al classico è rimasta inalterata la vecchia “versione” di latino o di greco, che oltretutto, qualche volta, è risultata molto difficile per gli studenti e del tutto aliena da quelle che sono oggi le competenze oggettivamente raggiungibili nel percorso di studi: imporre (non proporre) un lunghissimo e difficile brano di Aristotele (esame 2012), oltretutto tratto da un’opera non destinata alla pubblicazione e quindi redatta in forma di “appunti” ad uso interno dei discepoli del grande filosofo, significa non aver capito nulla di ciò che si possa proporre oggi ai nostri studenti oppure, ancora peggio, voler di proposito affossare un certo indirizzo di studi a vantaggio di altri che hanno sostenuto all’esame prove ben più abbordabili. Per esperienza diretta posso dire che ormai la traduzione dal latino e dal greco, attività irrinunciabile e formativa perché richiede ed alimenta facoltà mentali molto spesso atrofizzate, è però diventata, ai suoi livelli più alti, un lavoro da esperti della materia, e non è più proponibile agli studenti “normali” come UNICO mezzo di accertamento delle loro capacità e competenze. Ricordiamo che spesso i ragazzi arrivano dalla scuola media senza neppure sapere, in italiano, cosa sono il soggetto ed i complementi, ed è quindi illusorio e segno di malafede il pretendere ch’essi divengano, alla fine del loro percorso, esperti traduttori o filologi classici di gran fama; e del resto non è questa la precipua finalità degli studi liceali, bensì quella di fornire agli alunni un valido metodo di lavoro e di forgiare quelle abilità mentali che servono per la comprensione della realtà attuale, abilità che si formano “anche” ma non “soltanto” traducendo gli scrittori antichi.
Per questo motivo, come ho già proposto a chi di dovere, sarebbe il momento di cambiare strutturalmente la seconda prova scritta d’esame del Liceo Classico, magari lasciando un breve brano da tradurre ma integrandolo con riflessioni di tipo linguistico e storico-letterario, il che sarebbe certamente più utile per una valutazione complessiva della personalità dello studente. I commissari potrebbero inoltre contare su di una maggiore trasparenza ed originalità della prova stessa, poiché la classica “versione”, attualmente, viene spesso copiata dagli studenti, o mediante il cellulare, o con aiuti “esterni” o col semplice passaggio di informazioni durante le quattro ore della prova. In un quesito di storia letteraria, invece, la copiatura verrebbe immediatamente smascherata, poiché non esiste un’unica forma di svolgimento, ma ognuno dovrebbe trattarlo in modo personale.
Voglio illudermi di pensare che queste mie osservazioni, espresse in un semplice blog, possano essere lette da qualcuno dei funzionari ministeriali preposti all’organizzazione degli esami di Stato, il quale ci rifletta sopra. Forse, appunto, è un’illusione, ma da qualche parte dobbiamo pur cominciare per far sentire la nostra voce, la voce di chi ha vissuto tutta la vita nella scuola e che quindi, senza supponenza, una certe esperienza deve pur averla maturata.

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8 commenti

Archiviato in Attualità, Politica scolastica, Scuola e didattica

8 risposte a “L’esame di Stato: c’è qualcosa da cambiare?

  1. caro collega, come già commentai tempo fa, è proprio questa la mia perplessità… l’eco che può avere la tua voce e quella dei colleghi che come te propongono, invece di affossare o semplicemente criticare.
    vorrei che qualche politico ti leggesse, qualche super docente di qualche super commissione, insomma qualcuno che pur non capendo nulla di scuola e didattica volesse perdere un pò di tempo sul web a scopiazzare le tue idee e magari a farle passare anche per proprie… purchè si esca da questa stagnazione culturare e da questo medioevo tecnologico!

    • Cara Lidia, ti ringrazio per le tue parole, soprattutto perché hai saputo notare – e non è poco – che io non sono tra quelli che criticano semplicemente, ma ogni tanto cerco di avanzare qualche proposta concreta. Quanto alla visibilità, il mio non è certo uno dei blog più frequentati della rete, ma non si sa mai: può anche darsi che per sbaglio qualcuno dei dirigenti ministeriali possa metterci l’occhio, anche senza volerlo, e forse possa anche riflettere un momento su ciò che legge.

  2. V.P.

    “Voglio illudermi di pensare che queste mie osservazioni, espresse in un semplice blog, possano essere lette da qualcuno dei funzionari ministeriali preposti all’organizzazione degli esami di Stato,….”

    illusione per illusione, postiamo la nota sulla pag. fb del ministro con – appunto – l’illusione che vengano lette da Maria Chiara Carrozza!

    • Grazie per il trasferimento della nota sulla pagina fb del Ministro. Speriamo che abbia il tempo di leggerla e che almeno inizi a pensare che qualcosa si possa cambiare, dopo che un’esperienza di quindici anni ha rivelato la presenza di qualche problema. E’ vero che un governo come questo ha ben altri problemi da affrontare, ma è anche vero che Letta e gli altri hanno affermato, meritoriamente, di voler rilanciare l’istruzione e la ricerca in questo Paese. Vedremo se saranno coerenti con ciò che dicono.

  3. C’era da aspettarselo, né io osavo sperare diversamente: questo ministro è mediocre come persona e ancor più come funzionario statale. Del resto un governo rabberciato come questo, che mette insieme interessi e impostazioni ideologiche del tutto opposte, non può prendere decisioni di una qualche importanza, tranne gli interventi tabbabuchi che sta facendo sull’economia. Io comunque scrivo quel che mi sembra giusto; poi, accada quel che accada, la mia coscienza è tranquilla.

  4. Jacopo

    Sono assolutamente d’accordo con questo post. Il valore delle lettere antiche consiste soprattutto nella riflessione e nel saper discutere il contenuto dei vari brani classici. Avvalersi SOLO della mera traduzione linguistica è secondo me poco logico, visto che l’importanza di queste materie deriva proprio dal significato e dal contesto storico-letterario delle opere stesse, senza contare che,in un esame finale di un percorso di studi, sarebbe molto più utile ed equo come strumento di valutazione quello che lei ha suggerito nel suo post. La sola traduzione secondo me è inutile se poi non si è in grado di saper discutere o riflettere sui testi.

    • E’ proprio questo ciò che ho inteso dire nel post: non si tratta di mettere in dubbio il valore della traduzione, che resta ancora un esercizio altamente formativo ed al quale non si può rinunciare nei Licei che possono dirsi veramente tali. Quel che io contesto è che per valutare una prova così importante dell’esame di Stato (conta ben 15 punti), ci si basi solo ed esclusivamente sulla resa linguistica di un passo di autore classico, senza che di esso si sia compreso il contenuto e l’importanza storica e culturale. Esistono altre forme di accertamento delle competenze sulle materie umanistiche ugualmente dignitose e forse anche più utili a studenti che quasi certamente, dopo aver terminato il Liceo, non si misureranno più con testi classici in lingua originale.

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