Umanesimo costruttivo o umanesimo pedante?

Come più volte ho scritto su questo blog, la crisi degli studi umanistici in Italia – e di conseguenza quella delle iscrizioni al Liceo Classico – si è molto accentuata in questi ultimi anni, e viene quindi spontaneo tentare almeno di individuarne le cause. So che su questo tema mi sto ripetendo, almeno in parte; ma la cosa mi sta talmente a cuore che non posso fare a meno di riflettere ancora sul problema.
Oltre quanto scritto in un post di qualche tempo fa intitolato “A chi giova la crisi del Liceo Classico?”, mi viene da aggiungere una ulteriore riflessione, suggeritatami da un articolo su un quotidiano locale scritto da un collega docente di un liceo della mia provincia.
In questo articolo vengono ribadite da un lato le motivazioni già ampiamente rilevate (la crisi economica, la fede incrollabile attuale nella tecnologia, la perdita di certi valori etico-sociali ecc.) su cui non mette conto ritornare, ma dall’altro si puntualizzano anche le responsabilità dei docenti stessi del Liceo Classico, specie del triennio conclusivo, i quali, anziché far gustare la bellezza eterna dei classici ed il loro valore storico e culturale, si perdono in minuzie di tipo linguistico, stilistico, retorico ecc., annoiando i giovani ed impedendo loro di cogliere l’autentico messaggio degli autori antichi.
Ora, fatte le dovute eccezioni e guardando oggettivamente ai fatti, occorre ammettere che, da un punto di vista generale, il collega ha ragione: studiando Omero, Platone, Virgilio e Tacito, maestri eterni di millenni di cultura, non dovremmo limitarci, come alcuni fanno, a sottolineare le particolarità dialettali o le regole metriche, ma far comoprendere agli studenti, nella loro complessità, l’importanza globale del messaggio culturale che questi grandi autori hanno trasmesso, come dimostra la loro cospicua eredità esercitatasi non solo in letteratura ma anche in altri campi dell’arte quali la pittura, la musica e persino la scienza. Di recente, tanto per fare un solo esempio, è uscito un bel libro di Piergiorgio Odifreddi su Lucrezio, nel quale l’autore mette in evidenza la straordinaria modernità, anche dal punto di vista delle scienze naturali e della fisica, del grande poeta antico.
Questo ho sempre cercato di fare con i miei alunni, e sono stato sempre sensibile al problema: di recente, come si può leggere in questo blog, ho postato una vibrante protesta contro l’estrema specializzazione degli studiosi universitari, molto spesso dediti a minuzie formali trovate in autori del tutto secondari e sconosciuti. Sarebbe invece necessario e opportuno un collegamento diretto tra scuola superiore e università, cominciando da un’impostazione diversa dei corsi accademici, che dovrebbero riguardare grandi autori e movimenti letterari del mondo antico, argomenti che fossero poi collegati ai programmi liceali; e soltanto in questo caso la frequenza dei corsi universitari sarebbe veramente utile a chi poi dovrà insegnare nella scuola.
L’articolo del collega mi ha fortemente colpito e, come ho detto sopra, gli ho dato ragione. Però c’è da fare una piccola parziale obiezione: che cioè gli aspetti formali degli autori antichi (specie i poeti) non sono così distaccati dal valore letterario complessivo della loro opera. Ad esclusione dei formalismi puri e semplici che incontriamo in alcuni periodi della tarda antichità (v. i “poetae novelli” ad esempio), per gli autori classici la forma era sostanza, nel senso che il valore artistico e letterario di un’opera non era valutato soltanto in base al contenuto espresso, ma anche tenendo conto dello stile, della lingua, del lessico, della metrica ecc., le quali erano componenti essenziali del prodotto letterario. Faccio solo un esempio: nella descrizione di certi ambienti i poeti latini (v. Lucrezio e soprattutto Virgilio) impiegano determinati suoni vocalici e consonantici atti a riprodurre visivamente il luogo dscritto. Così, in occasione della discesa di Enea nel regno dei morti (libro VI dell’Eneide) Virgilio usa costantemente nessi allitteranti con il suono “u”o con il suono “r”, che riproducono mediante la sonorità le caratteristiche dell’ambiente descritto, cavernoso e orrido qual è appunto l’Averno. In tal caso è necessario, a mio giudizio, far notare agli studenti l’intensità di questo procedimento fonosimbolico virgiliano, che non è virtuosismo formale ma elemento essenziale dell’espressione poetica latina, tanto da rendere necessaria, per ben capire il fenomeno, la lettura del testo in lingua originale. Per questo si leggono i classici in latino e greco; altrimenti sarebbe sufficiente procurarsi una buona traduzione e sarebbe risolto per sempre l’annoso problema della fatica dei nostri poveri ragazzi, affannati sul dizionario, di fronte ai testi da tradurre.
Detto ciò, continuo a pensare che il collega autore dell’articolo abbia ragione, e che l’umanesimo dei nostri tempi debba essere costruttivo e non pedante. Altrimenti gli studi classici si riducono, come troppo spesso oggi succede in ambito universitario, a un dialogo tra esperti che “se la cantano e se la suonano” da soli, senza alcun collegamento con il mondo reale.

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11 commenti

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11 risposte a “Umanesimo costruttivo o umanesimo pedante?

  1. Ancora una volta mi trovo d’accordo. Quando i miei alunni mi chiedono il perchè si debbano tradurre i classici, dato che c’è il testo a fronte, faccio sempre questo esempio: provate a guardare un film in lingua originale e uno doppiato e capirete il perchè. Non me ne vogliano i doppiatori e i traduttori, ma tanto (a mio avviso troppo) si perde nella traduzione. E’ chiaro però che, anche per cogliere l’essenza di un film in lingua originale, bisogna non solo conoscere bene la lingua, ma anche la cultura di cui quel film è il prodotto. Dopo questo esempio, in genere, i miei studenti comprendono… e anche questa è attualizzazione.

    • Mi pare che il parallelo che tu fai con i film tra lingua originale e doppiatura sia molto azzeccato e capace di far comprendere bene agli alunni il molto ed il troppo che si perde con la traduzione. Anzi, oserei dire che nel caso dei testi classici si perde ancora di più dei film, perché la concezione antica dell’opera letteraria assegnava alla lingua (ed in generale a tutti gli elementi formali) un valore almeno pari, se non superiore, a quello del contenuto intrinseco dell’opera. Basta considerare, nell'”Ars poetica” di Orazio, la distinzione fondamentale tra “ingenium” e “ars”, che la dice lunga a questo riguardo.

  2. Caro prof.Rossi,
    con il mio commento vorrei offrirle il punto di vista di uno studente al secondo anno di Lettere Moderne. Ho scelto Lettere perché credo nella cultura umanistica e sono interessato ad approfondirla, tuttavia sono perfettamente consapevole che la realtà occupazionale per chi sceglie questi studi è sempre più ardua. [… Nel suo post menziona spesso l’insegnamento,ma mi chiedo se questo ambito tornerà mai ad essere una possibilità di impiego. […] Fino a qualche anno fa si parlava del possibile impiego dei laureati in discipline umanistiche in settori come l’editoria e il giornalismo, in cui peraltro dilaga il precariato ed il lavoro a basso costo. Attualmente si parla di famigerati master dai costi molto elevati in Marketing, ma è ovvio che non tutti i ragazzi possono permetterseli, me compreso.
    Aggiungo poi che la configurazione dell’università con il 3+2 è abbastanza inutile nell’ambito umanistico : sono del parere che la vera forza di queste discipline sia nella complessità e nella varietà delle espressioni di cui sono composte. Per farle un esempio, in letteratura latina 1, oltre al manuale di storia letteraria , ho da tradurre il IV libro dell’Eneide di Virgilio. Gli altri autori , qualora decidessi di non svolgere la magistrale, non li vedrei più! […] Non era più semplice mantenere le quadriennali nell’ambito umanistico ? Chissà !
    Le prospettive per il futuro non sono di certo rosee, ma non sono pentito della mia scelta che continua a darmi soddisfazioni. Spero un giorno di essere in grado di sfruttare la mia preparazione anche attraverso la creatività che, per ora, il web mi permette di esercitare gratis.

    • Grazie, Lorenzo, per il tuo commenoto, che in parte ho dovuto accorciare per ragioni di spazio, senza alterarne però il senso globale. Mi fa piacere che vi siano ancora nel nostro Paese giovani seri e motivati come te per gli studi letterari, nonostante che la società e certi politici facciano di tutto per deludervi e dissuadervi. Le possibilità occupazionali della laurea in Lettere sono limitate, è vero, ma lo erano anche ai tempi miei; come quindi noi siamo riusciti a trovare un lavoro, così lo troverete voi, soprattutto se vi impegnerete con forza e determinazione: io, nella mia esperienza, ho potuto constatare che alla lunga il merito viene premiato, e che occorre credere fermamente nei propri progetti, senza arrendersi mai.
      Sul 3 + 2 dell’università mi trovi perfettamente d’accordo: è una delle tante riforme fantasma che non hanno migliorato nulla, hanno anzi aggravato la già non facile situazione, costringendo le famiglie a mantenere per un anno in più i figli agli studi, con le relative spese e tasse. Penso che questo sia stato il motivo principale di questa baggianata, sfruttare ancora di più i contrbuenti e creare un ulteriore parcheggio per gli studenti. La cosa mi tocca direttamente perché mia figlia sta prendendo la laurea magistrale in lettere antiche all’Università di Firenze, ed anche lei è gravata dagli stessi problemi che tu hai enunciao.
      Buona fortuna per l’esame di latino! A proposito ti informo che esiste una mia edizione commentata per la scuola del IV libro dell’Eneide uscita nel 1998 per l’editore Signorelli di Milano (oggi del gruppo Mondadori); questo mio libro è stato consigliato già in sei Unversità italiane, una delle quali, Sassari, si trova nella tua regione. Se vuoi, puoi procurartelo in qualunque libreria che tratti testi scolastici. Cordiali saluti.

  3. Gentile collega, io ho frequentato il liceo classico e poi mi sono laureato in matematica (e non mi sono pentito di nessuna delle due cose). Ho amato e amo tuttora la cultura umanistica appresa in quegli anni, la letteratura, la filosofia. Mi divertivo anche con le minuzie letterarie e la filologia. Il procedimento della traduzione più di tutto mi ha abituato al rigore e al metodo e quindi penso che il liceo classico mi abbia aiutato ad affrontare con maggior sicurezza i miei studi successivi.
    Ogni tanto però mi viene la preoccupazione che il liceo classico possa trasformarsi semplicemente in una scuola in cui si studiano materie letterarie invece di essere una scuola che permette di sviluppare le facoltà razionali, di acquisire metodo e di affrontare qualunque percorso di studi riconoscendo tuttavia il valore fondamentale delle discipline umanistiche. Non trovi?

    • No, non trovo, perché il liceo classico attuale, benché molti non l’abbiano ancora capito, non è più quello di cinquant’anni fa. Con la riforma Gelmini sono state aumentate le ore di matematica e sono state inserite le scienze fin dal primo anno. E’ dunque destituito di fondamento il luogo comune, purtroppo ancora forte, che al Classico si studino soltanto le materie umanistiche, o che non si facciano le lingue straniere. L’inglese è adesso materia curriculare per tutto il quinquennio, con tre ore settimanali come tutti gli altri licei. In più il Classico, grazie anche (ma non solo) alle materie umanistiche, fornisce un’apertura mentale, un metodo di lavoro ed una capacità di analisi autonoma della realtà che sono beni preziosi per tutti, anche per chi sceglierà di proseguire gli studi in ambito scientifico.

      • Sì, conosco i meriti del classico nel fornire metodo e capacità di analisi. Tuttavia so che è ancora molto comune la considerazione “vado al classico perché non mi piace la matematica” che ho sentito nel corso degli anni da qualche mio allievo e che i miei figli, che hanno entrambi frequentato il classico in tempi recenti, attribuiscono a parecchi dei loro compagni. In terza media faccio presente ai miei studenti che “liceo classico” non vuol dire “poca matematica” e penso che si debba insistere molto su questo concetto.
        Enrico

  4. La matematica è materia importante e insostituibile anche al liceo classico. Io insegno latino e greco, ma non mi sono mai sognato di dire ai miei alunni di anteporre le mie materie alle altre: tutte sono importanti, tutte contribuiscono alla formazione culturale ed umana dello studente. E poi, se ben ci pensi, un esercizio di matematica non differisce molto da una traduzione di latino o greco, perché entrambe queste attività presuppongono analoghe qualità di analisi, di sintesi e di ragionamento autonomo.

  5. Caro professore, devo dire che non sono proprio d’accordo con questo suo intervento. Mi sento chiamato in causa perché si parla di studi univeristari altamente specialistici. Negli ultimi sette anni mi sono dedicato con abnegazione a minuzie filologiche (a volte anche ortografiche) per fornire l’edizione critca di un poeta tardoantico secondario, ma non per questo mi sento un pedante. [..] Ora che insegno in un liceo, di certo non mi sogno di infliggere queste cose ai miei alunni, ma il grande bagaglio culturale e metodologico che ho acquisito grazie al “mio“ poetastro tardoantico mi permette di rispondere a praticamente tutte le domande e le curiosità dei ragazzi e di proporre loro lezioni stimolanti e originali. Il fatto di essermi dedicato ad apparenti minuzie non ha peggiorato o sminuito la mia preparazione, al contrario ritengo che abbia fatto di me un professore speciale che conosce molto bene il mondo e la cultura antichi nella loro globalità o che comunque ha tutte le basi metodologiche per approfondire qualsivoglia argomento con i ragazzi e per i ragazzi. Non sono sicuro che un altro tipo di tesi (una tesi più “discorsiva“ e letteraria, per esempio) mi avrebbe dato tutte le conoscenze e le possibilità che mi ha dato la mia, senza ovviamente contare che spesso le minuzie filologiche possono davvero essere indispensabili per meglio apprezzare lo stile e le idee di un autore. Ma questo non devo certo spiegarlo a lei! Cordiali saluti.

    • Caro Marchese, del suo commento mi ha colpito soprattutto la sua modestia, quando si definisce “professore speciale”; approvo però il fatto che ciascuno abbia stima di sé, perché altrimenti non si pone in un’attività con la dovuta “verve”. Entrando nel merito le dico che in parte ha ragione, ma ciò che lei dice risultava anche nel mio articolo: che cioè gli elementi formali (metrica, lingua, stile) erano essenziali per gli antichi nel valutare l’opera letteraria, ed è quindi giusto riproporli anche oggi. Quello che io non approvo è l’insistenza dei docenti universitari sulle minuzie filologiche e sugli autori secondari e semisconosciuti; considerato infatti che la maggior parte degli studenti di Lettere andranno (o almeno dovrebbero andare) ad insegnare alle scuole medie e ai Licei, sarebbe opportuno svolgere dei corsi sugli autori maggiori ed enucleare anche gli aspetti storici, letterari, artistici della loro opera, confrontandoli anche con le letterature moderne, anziché limitarsi alla discussione infinita su una variante o su un’eccezione formale, argomenti specialistici che finiscono nella pedanteria. E purtroppo questo vizio ce l’hanno anche alcuni docenti dei Licei, che non ottengono alcun risultato se non quello di annoiare gli studenti.

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