Scuola e università: amici o nemici?

Riprendo a scrivere sul blog dopo un’assenza di alcuni giorni, che mi sembra del tutto giustificata: sono infatti stato impegnato a tempo pieno nella preparazione della mia relazione da tenere ad un convegno internazionale sulla Commedia greca organizzato dall’Università di Firenze, al quale io – semplice docente di Liceo – sono stato invitato. Mi sono dovuto misurare con docenti universitari illustri e ben noti in Italia ed all’estero, e spero di essermela cavata in maniera almeno decorosa; ma un’esperienza di questo tipo, per me che manco dall’ambiente universitario da vari decenni, è servita anche per osservare quel mondo, scoprirne alcuni lati più o meno positivi, confrontarli poi con l’ambito della scuola, nella quale vivo ed opero da oltre trent’anni.
A parte i problemi di ordine logistico ed economico che accomunano i due mondi, vi sono però anche rilevanti divergenze che nessuno cerca di colmare o almeno di attenuare. Il problema che mi sembra più rilevante, comunque, è l’assoluta mancanza di comunicazione e di collaborazione tra scuola e università, ciascuna delle quali procede per la propria strada senza tenere in alcun conto le esigenze dell’altra. I programmi, le metodologie, i rapporti umani e culturali si diversificano fortemente senza alcun collegamento, al punto che gli studenti, al momento del passaggio dal Liceo all’Università, si sentono smarriti e vivono una vera e propria crisi di identità del tutto simile, e spesso ancora più grave, di quella provata nel passaggio dalla scuola primaria a quella secondaria, o dalla scuola media alle superiori. Sarebbe opportuno, a mio parere, cercare di avvicinare queste due realtà creando elementi comuni e contatti più frequenti, in modo da dare agli studenti un più consolante senso di continuità, che favorirebbe anche il successo degli studi ed eviterebbe molti abbandoni.
Cosa si dovrebbe fare, in concreto? Le scuole superiori, dal canto loro, dovrebbero dare agli studenti una maggiore informazione sulle facoltà e gli indirizzi universitari, evitando le scelte affrettate o dettate solo dal miraggio dell’impiego facile e del guadagno, che d’altro canto nessuna laurea può oggi garantire. Sarebbe anche opportuno che gli studi liceali si avvicinassero a quelli accademici nel senso di conferire ai contenuti una maggiore precisione scientifica: ad esempio, per quanto attiene alle letterature classiche e moderne, occorrerebbe dare spazio a elementi di metrica, di critica del testo, di analisi comparata che quasi mai, o per mancanza di tempo o di volontà, si riesce a fare. Ma anche i docenti universitari dovrebbero un po’ cambiare mentalità, abbandonando quel senso di fastidio, di supponenza e di superiorità che spesso provano di fronte ai professori ed agli studenti dei Licei, da loro considerati a priori come inferiori, talvolta persino come poveri ignoranti che non mette conto di rieducare. Questa è la realtà, sebbene non sia opportuno generalizzare; ed è capitato anche a me di invitare docenti universitari a tenere conferenze nel mio Liceo e che costoro si siano limitati ad esprimere quattro nozioncine banali (che noi già conoscevamo benissimo) perché evidentemente, a loro giudizio, non meritavamo di più.
E poi c’è un’altra cosa che le facoltà universitarie, almeno quelle letterarie che conosco meglio, dovrebbero fare: trattare nei loro corsi e nei loro convegni argomenti più generali, più fruibili, argomenti che fanno parte anche dei programmi liceali. Dico questo perché, esaminando i titoli dei vari corsi che i docenti di Lettere Classiche tengono nei loro Atenei, ben di rado capita di sentir parlare di Omero, Platone, Cicerone, Virgilio, o altri autori veramente basilari delle letterature classiche e che si studiano anche a scuola. Quasi sempre invece il loro interesse si indirizza verso autori secondari, quasi sconosciuti, “minori” in tutti i sensi, dei quali oltretutto non viene enucleato il valore storico e letterario generale, ma ci si perde in minuzie riguardanti una variante testuale o la particolare accezione di una parola da loro usata. Un tale livello di specializzazione rischia di diventare un dialogo tra esperti, persone che vivono nella torre d’avorio e che non hanno alcun contatto né con la realtà scolastica né, in generale, con il mondo esterno. Che vantaggio potranno trarre gli studenti da questa estrema specializzazione, che non servirà a nulla nel momento in cui andranno ad insegnare in un Liceo? Si tratta, come diceva un grande latinista del passato qual era Concetto Marchesi, di un pranzo preparato per i cuochi e non per i commensali. Finché certi soloni accademici continueranno a vivere nel loro mondo di sogno, fatto di minuzie, di pedanterie e di polemiche spicciole, nulla di concreto ne verrà alla scuola e nessuna collaborazione potrà veramente instaurarsi. Loro continueranno a guardarci dall’alto in basso e noi continueremo a stigmatizzare la loro supponenza ed astrusità, senza alcun vantaggio per nessuno.

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2 commenti

Archiviato in Politica scolastica, Scuola e didattica

2 risposte a “Scuola e università: amici o nemici?

  1. Jacopo94

    Guardi professore, diciamo che la supponenza dei docenti universitari non è rivolta solo verso i “liceali”(riferito sia a studenti che a docenti come lei), ma più che altro verso la totalità del genere umano. Ci sono ovviamente le eccezioni, ma la maggior parte di loro è di un’arroganza e presunzione illimitata, accompagnata da un ego di se’ stessi davvero elevato. La scuola italiana avrà molti problemi, ma ritengo rimanga molto più aperta e motivante dell’università, dove purtroppo molti studenti si trovano a disagio e/o in condizioni di profondo smarrimento.

    • Caro Jacopo (ti do del tu perché vedo che sei molto giovane), quello che dici può essere vero, ma non bisogna generalizzare: non tutti i docenti universitari sono dei mostri di sadismo o di insensibilità. Quello che io ho cercato di evidenziare è il rapporto tra Licei e Università, che non è certo idilliaco; ma la colpa non sta da una parte sola, spesso siamo anche noi che siamo un po’ prevenuti verso il mondo accademico e coloro che vi insegnano. Tu forse parli così perché hai lasciato da poco gli studi secondari ed hai avuto qualche difficoltà ad inserirti nel mondo universitario, ma questo è normale ed è stato un problema per tutti: mi ricordo che anch’io, catapultato dalla provincia a 19 anni in una città come Firenze, che non è grandissima ma pur sempre una città, mi sentivo smarrito e non riuscivo ad amare il nuovo ambiente in cui mi trovavo. Vedrai che col tempo anche tu ti ambienterai, e forse troverai anche qualche professore dal volto umano che ti farà amare lo studio.

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