Il difficile compito della valutazione

Un altro anno di scuola (e, ahimé, anche di vita) è passato, e siamo giunti in prossimità degli scrutini finali. In questo particolare periodo mi viene da pensare a quanto sia difficile, per noi docenti, valutare in modo equo e obiettivo le prove scolastiche dei nostri alunni. Il numero che corrisponde a questo nostro compito (cioè il voto) è importante per gli alunni e le famiglie, e qualsiasi nostro invito a non considerarlo quale unica finalità della frequenza scolastica cade quasi sempre nel vuoto: gli studenti e i genitori fanno del voto uno status-symbol, da esso fanno dipendere la loro autostima, il buon nome della famiglia, lo ritengono l’esatto specchio del valore umano e sociale del loro figlio, ecc. Sbagliano, perché nella mia lunga carriera ho constatato in tante occasioni che il successo scolastico può non corrispondere affatto a quello della vita lavorativa o familiare: tanti alunni bravissimi a scuola si sono trovati poi nella vita in grande difficoltà e non hanno realizzato nulla di ciò che tutti pensavano fossero in grado di realizzare, mentre molti altri, mediocri nei voti scolastici, hanno poi raggiunto traguardi e posizioni sociali di tutto rispetto. Ma purtroppo, in una società dove conta solo l’apparenza, il voto la fa da padrone, perché è proprio quello ciò che “appare” dell’alunno che frequenta una qualsiasi scuola, da parte di chi osserva dall’esterno.
Per questo e per altri motivi, la valutazione è una grande responsabilità di noi docenti; dobbiamo quindi cercare di effettuarla nel miglior modo possibile, senza però dimenticare che anche noi siamo esseri umani e possiamo sbagliare. Io, per parte mia, sono pienamente consapevole del margine di errore che può esserci nelle mie valutazioni; però ho sempre cercato di fare in modo che, se pur errori vi possano essere, siano compiuti in buona fede. Per questa finalità non mi sono mai lasciato influenzare da nulla che non fosse l’oggettivo rendimento di ogni studente, senza penalizzare né favorire nessuno, e tenendo con tutti lo stesso metro. So che questa è un’ovvietà, ma purtroppo non sempre ciò si verifica, perché esistono colleghi che si fanno influenzare, in minore o maggior misura, da altri fattori, come la posizione sociale della famiglia dello studente, la sua “simpatia” umana, il suo modo di presentarsi, comportarsi o vestirsi, o altro ancora.
Io credo che l’imparzialità assoluta e l’oggettivo esame del rendimento degli alunni siano le migliori qualità di ogni buon docente, e tuttavia possono non bastare per realizzare una valutazione obiettiva, perché ci sono anche altri fattori da considerare. Uno di questi è senza dubbio l’impegno e la partecipazione attiva dello studente all’attività didattica: se due alunni, ad esempio, hanno entrambi una media di 6,5 decimi, io sono propenso a portare a 7 colui che vedo più partecipe e volenteroso, e a dare 6 a chi si è impegnato meno. E tuttavia anche questo potrebbe essere contestato, perché se il risultato finale, in termini numerici, è il medesimo, perché il trattamento valutativo deve essere diverso? E’ un problema che fa riflettere: io ci ho pensato spesso, ho deciso come mi sembrava più opportuno, ma non sono completamente sicuro di aver agito bene. Altro caso riguarda il carattere dello studente. Noi docenti tendiamo a premiare, spesso anche con il voto di condotta, gli alunni che intervengono attivamente nel dialogo didattico, fanno domande al docente, esprimono loro impressioni personali ecc.; ma anche qui ci sarebbe da obiettare, perché non è detto che un ragazzo o una ragazza dal carattere riservato e schivo, che non se la sente di “mettersi in evidenza” con interventi diretti, sia meno meritevole degli altri. Magari è ancor più diligente e interessato dello spavaldo che fa mostra di sé, ma non può o non vuole attirare l’attenzione su di sé e preferisce ascoltare e riflettere su quanto appreso, anche in modo più profondo di altri suoi compagni. Altro fattore che spesso influisce sulle valutazioni è costituito dai problemi familiari dello studente, che può aver vissuto durante l’anno scolastico una situazione difficile a causa, ad esempio, della separazione dei suoi genitori, di lutti o malattie avvenute nella famiglia ecc. Qui si entra in un ginepraio vero e proprio, perché non è raro il caso di alunni e famiglie che hanno cercato di enfatizzare i loro problemi personali per ottenere un trattamento di favore, mentre in altri casi, all’opposto, certi studenti hanno persino nascosto a tutti le loro difficoltà, proprio per non lasciar pensare a qualcuno di aver l’intenzione di ottenere con ciò qualche vantaggio. E’ difficilissimo, inoltre, valutare l’esatta incidenza dei problemi familiari sull’effettivo rendimento dello studente, anche perché ciascuno ha il suo carattere, la propria sensibilità, e reagisce in modo diverso a situazioni magari molto simili.
Tutto questo sproloquio ha di mira l’esplicazione di un solo concetto: che la valutazione, da parte di noi docenti, è un compito molto delicato e difficile, che non deve in alcun modo essere sottovalutato, perché le conseguenze dei nostri errori potrebbero anche essere gravi. Non dimentichiamoci che abbiamo a che fare con persone, non con oggetti o moduli da compilare al computer. Purtroppo l’errore è sempre possibile ma dobbiamo cercare, con tutte le nostre forze, ch’esso non sia mai volontario, né provocato da leggerezza oppure, ancor peggio, da malafede.

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6 commenti

Archiviato in Politica scolastica, Scuola e didattica

6 risposte a “Il difficile compito della valutazione

  1. Ancora una volta mi trovi d’accordo (comincio a preoccuparmi per il fatto di trovarmi più in sintonia con i colleghi che incontro sul web che con quelli con cui mi confronto a scuola ogni giorno …). Sono consapevole che una valutazione oggettiva al 100% non sia possibile. Credo comunque che la cosa indispensabile sia la chiarezza e la trasparenza da parte nostra. Insomma, devono sapere che un 6 letto sul tabellone esposto alla fine degli scrutini non sempre è sinonimo di preparazione impeccabile.
    Ad esempio, in 1^ ho degli allievi, circa un terzo della classe, che non sanno scrivere, non sono in grado di esprimere con chiarezza il loro pensiero (pur dimostrando, in particolare quando trattano temi di studio – ad esempio, nella traccia che assegno sempre sull’epica – di avere delle conoscenze e di essersi impegnati), continuano a fare errori di ortografia e punteggiatura, producono testi scarsamente coesi. Poi, però, nell’orale o nelle prove strutturate ottengono dei voti discreti. Facendo la media, un 5 e un 7 dà 6, quindi la sufficienza, ma rimane il fatto che una delle abilità non sia sufficiente. […]
    Stesso discorso vale per il latino. In 4^ ho degli allievi che non hanno mai raggiunto la sufficienza nelle versioni a prima vista ma nell’orale e nelle prove di letteratura hanno ottenuto risultati più che buoni. Anche in quel caso darò dei consigli per l’estate che non verranno puntualmente seguiti. […]

    • Marisa, hai messo proprio il dito nella piaga, ricordando un aspetto del problema che invece io avevo trascurato. In effetti, la sufficienza finale che risulta sui tabelloni è un compromesso, un voto complessivo che nasconde lacune spesso anche notevoli: io che insegno al Classico, ad esempio, ho dovuto a volte promuovere senza debiti persone che avevano 4 allo scritto, solo perché all’orale, studiando un po’ di storia letteraria, avevano avuto buoni risultati. Diceva un mio collega che l’interrogazione di letteratura latina o greca sono in realtà prove di italiano, perché non si parla in latino o in greco. Credo che avesse ragione,come dimostra appunto il meccanismo di valutazione che siamo soliti impiegare.

  2. Del Suo articolo mi ha colpito in particolare il riferimento ai ragazzi che enfatizzano i loro problemi personali per ottenere un trattamento di favore. Di questo problema ho parlato proprio pochi giorni fa con la mia vecchia prof di Latino e Greco, e lei mi ha detto che negli ultimi anni i colloqui con i genitori sono diventati uno strazio. Il motivo é semplice: quando un genitore si accorge che il figlio non riuscirà mai a strappare la sufficienza con il normale meccanismo del compito e dell’ interrogazione, allora si gioca la carta del vittimismo, tentando di convincere il docente che suo figlio ha dei problemi, dev’ essere aiutato, bocciandolo non si farebbe altro che peggiorare la situazione eccetera. […]
    Un’ altra cosa che la mia vecchia prof mi ha detto é che i giovani sono mediamente sempre più incapaci di tradurre bene le lingue classiche. A suo giudizio questo dipende dal fatto che i ragazzi a cui insegna sono cresciuti in una società veloce, che ti dà tutto e subito, e quindi non sono mentalmente preparati a fare qualcosa che richieda tempo, pazienza e fatica in quantità industriali come il latino e greco.
    Lei questo lo vede soprattutto da come i suoi alunni consultano i dizionari: spesso loro non hanno la pazienza di scorrere tutti i significati di una data parola, e quindi per velocizzare prendono il primo significato che gli capita a tiro e lo buttano sul foglio, senza curarsi minimamente né di guardare i significati successivi né di vedere se quello che hanno scelto “torna” nel contesto della versione. […]

    • Mi sembra che la sua professoressa abbia ragione, perché mi ritrovo in pieno in ciò che ha detto. Però, se conosce gli alunni e i genitori degli ultimi tempi, vuol dire che non è tanto “vecchia”, come lei la definisce.
      Il problema delle situazioni familiari e personali che incidono sugli scrutini è purtroppo reale, e spesso mistificato per ottenere vantaggi tangibili: non è raro il caso (è capitato anche a me!) di veri e propri ricatti da parte delle famiglie, come minacce di suicidio dello studente in caso di bocciatura, per influenzare l’esito degli scrutini. Un comportamento veramente ignobile.
      Quanto alle traduzioni di greco e latino, la sua prof ha ragione: il linguaggio delle immagini, televisivo e informatico, sviluppa facoltà mentali del tutto opposte alla riflessione ed al ragionamento autonomo, quelle cioè che servirebbero per rendere correttamente un testo classico. Dell’argomento, comunque, ho già parlato in questo blog.

  3. Qualche tempo fa scrissi, in un blog ormai abbandonato, questo post sulla valutazione:
    http://urtoefficace.linxedizioni.it/2012/04/25/sulla-valutazione/
    Valutare è un compito molto delicato. Purtroppo ci sono talmente tante condizioni al contorno (specialmente nelle scuole problematiche, dove si esercita una professione che oserei chiamare “di frontiera”) che possono vanificare del tutto la corrispondenza voto-preparazione. Al di là dei comuni intenti sulla carta, molti docenti valutano in modo molto discutibile, o largheggiando nei giudizi o al contrario esercitando una severità del tutto fuori luogo. Intendersi su un terreno comune è difficile, molto difficile. Ci sarebbe il “voto di consiglio”, la cui utilità dovrebbe essere quella di frenare gli estremismi di alcuni prof, ma esso è ormai usato in maniera del tutto inappropriata, ad esempio per consentire promozioni generalizzate; ho anche assistito a scene squallidissime, in cui si elevavano alcuni 8 a 9 per far raggiungere ad alcuni ragazzi di buon rendimento un adeguato numero di punti di credito….. Come se tra un 8 e un 9 non ci fosse alcuna differenza. L’aspetto buffo di tutto questo sta nel fatto che i ragazzi percepiscono in maniera talvolta più nitida dello stesso consiglio di classe, chi valuta in modo equilibrato ed equo e chi no.

    • Cara collega, in effetti il compito della valutazione è delicatissimo, come emerge anche nel mio articolo. E’ anche vero, come tu dici, che molti docenti non svolgono seriamente e con vera passione il loro lavoro, e perciò sono approssimativi anche nella valutazione: alcuni, ad esempio, danno la sufficienza a tutti perché non vogliono fastidi dai genitori o dai Dirigenti, altri non differenziano abbastanza gli alunni restringendo il campo valutativo a due o tre voti (ad es. da 6 a 8), altri ancora si fanno influenzare da simpatie o antipatie personali. Il voto di consiglio è giusto come principio, perché la valutazione finale è collegiale e non può dipendere dai capricci di qualcuno; ma spesso è utilizzato come mezzo costrittivo per far promuovere alunni che non lo meritano affatto e che sono danneggiati in realtà, non aiutati, dalla promozione. Purtroppo contro il voto di consiglio non si può far nulla, soltanto far mettere a verbale la propria contrarietà, con effetti pratici sostanzialmente nulli.

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