Un perenne problema scolastico: le interrogazioni

Mi è arrivato in questi giorni un commento ad un mio recente post (Ancora sul decalogo del docente) da parte di una signora, la quale è madre di ragazzi che sono andati o vanno ancora a scuola, ed in più fa la psicologa di professione. In quel commento lei sostiene, con argomenti in parte condivisibili, che le verifiche scolastiche sugli studenti non andrebbero mai programmate, perché altrimenti molti ragazzi, dopo essere restati inoperosi per mesi, si fanno la classica abbuffata di studio uno o due giorni prima dell’interrogazione, con il risultato di acquisire una cultura appiccicaticcia che viene dimenticata subito dopo. A suo parere, quindi, occorre non programmare mai le verifiche, né accettare i cosiddetti “volontari”, ma interrogare ogni qual volta che il professore lo desidera, senza avvertire nessuno, in modo da costringere gli studenti ad uno studio metodico e quotidiano.
Premetto che anch’io molto spesso sono stato assalito dai dubbi che mi rammenta il commento della signora; non mi sfugge di certo che molti studenti, mentre il programma va avanti, non fanno nulla e poi alla fine, quando incombe l’interrogazione, studiano tutto assieme in modo confuso e approssimativo; e so anche che, con il fenomeno dei cosiddetti “volontari”, gli unici che si preparano per quel giorno sono i volontari stessi mentre gli altri fanno la bella vita. Tutto ciò è ben chiaro, ma non è detto che questo sistema non possa cambiare e che gli alunni non possano comprendere che una riflessione quotidiana, anche se non esaustiva, su quanto spiegato al mattino costituisce un metodo di apprendimento molto migliore rispetto alla sfacchinata dell’ultimo momento. E’ un problema di organizzazione personale, che servirà poi anche nella vita al futuro cittadino che per il momento è studente; e sono sicuro che molti miei alunni hanno capito questo e che non si riducono all’ultimo giorno. Se poi c’è qualcuno che lo fa se ne prenderà le conseguenze, anche perché un docente con esperienza si accorge se la preparazione acquisita dal ragazzo è consolidata oppure raccogliticcia. Un indizio sicuro di quest’ultimo caso si verifica quando l’alunno confonde i concetti o i dati tra loro: se ad es. viene posta una domanda su Manzoni e lo studente gli attribuisce le Operette morali significa che si è preparato all’ultimo momento e non ha riflettuto su ciò che studiava.
In alcuni casi io non concedo ai miei alunni interrogazioni programmate, in altri sì, e per un motivo semplice: negli ultimi periodi del quadrimestre, soprattutto quando si avvicina il termine dell’anno scolastico, gli studenti sono bersagliati da verifiche e interrogazioni a ritmo battente, in tutte le materie del loro curriculum. Se tutti i docenti interrogassero a sorpresa, senza avvertire e senza programmare, gli studenti uscirebbero di senno, non avrebbero la minima possibilità di organizzare il loro lavoro. Facciamo un paragone con il mondo degli adulti: se un avvocato fosse consultato contemporaneamente da otto o dieci clienti, ognuno dei quali avesse un caso particolare da esporgli che richiede riflessione, consultazione di codici, leggi ecc., e pretendesse una risposta immediata, come farebbe il malcapitato ad accontentare tutti? Si può pretendere dagli studenti, che sono ragazzi con i loro problemi e spesso gravati anche da ansia e da uno stato emotivo non proprio invidiabile, che nello stesso periodo di venti, trenta giorni siano pronti a riferire sul programma di dieci materie, magari affrontando due o tre verifiche nello stesso giorno? Si può anche pretendere, ma bisogna concedere loro la possibilità di organizzarsi nello studio e di conoscere il momento in cui saranno sentiti nelle varie discipline; altrimenti si crea un disagio psicologico che non può che dare esiti negativi. Si sa che i giovani di oggi soffrono di insicurezza e fragilità emotiva, provocata anche da una società che concede loro tutto ma non li abitua ad affrontare le difficoltà; la scuola deve assolvere questo compito, preparare gli studenti alla vita futura, ma non può farlo incutendo il timore, diffondendo la paura delle verifiche a sorpresa, una vera forma di terrorismo psicologico. Programmando le interrogazioni non togliamo nulla agli alunni, che comunque debbono studiare tutto il programma e su tutto vengono verificati; ma al tempo stesso diamo loro la possibilità di organizzare il loro lavoro e di affrontarlo nel modo più responsabile. Del resto è pacifico che quando i nostri ragazzi saranno all’Università conosceranno sempre in anticipo le date degli esami; perché non possiamo fare lo stesso anche noi? E poi io credo anche in un altro principio: che il ricordare o meno i contenuti culturali non dipende soltanto dalle modalità con cui vengono studiati, ma dall’interesse e dalla passione che lo studente mette nel proprio lavoro. Se un giovane (ma anche un adulto!) legge un libro o anche una sola pagina in maniera svogliata, con fastidio e senza il vero desiderio di apprendere, dimentica tutto in breve tempo; se invece si lascia guidare da curiosità intellettuale e vero entusiasmo per ciò che studia, se lo ricorderà per sempre. Il nostro compito di docenti, perciò, non è tanto quello di fare interrogazioni programmate o meno, ma quello di far comprendere ai nostri studenti che la cultura è essenziale nella formazione e nella vita futura di ogni giovane, che ciò che si studia a scuola non è necessariamente inutile o noioso. Se noi riusciremo a trasmettere agli alunni il nostro amore per la cultura, se ci mostreremo noi stessi entusiasti di ciò che diciamo e facciamo, avremo raggiunto il più alto obiettivo che la nostra professione può e deve prefiggersi.

Su questo ed altri spunti di riflessione presenti nel post gradirei di conoscere l’opinione dei lettori, che sono quindi invitati a lasciare un commento nello spazio sottostante.

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18 commenti

Archiviato in Politica scolastica, Scuola e didattica

18 risposte a “Un perenne problema scolastico: le interrogazioni

  1. L’ha ribloggato su laprofonlinee ha commentato:
    Aggiungo all’ottima riflessione del collega Massimo una mia personale che riguarda sempre le interrogazioni. Non sopporto che i ragazzi concepiscano le verifiche orali come un affare privato tra l’insegnante ed i “malcapitati”. Generalmente quelli che non sono “sotto torchio” studiano altre materie, copiano i compiti di chissà quali discipline dai quaderni dei compagni più volenterosi (e fin troppo disponibili!), quando non fanno salotto dedicandosi ad argomenti senz’altro più interessanti di quelli su cui verte l’interrogazione. Ho sprecato, e continuo a sprecare visto che non demordo, fiato per far capire ai miei allievi l’utilità che deriva dall’ascolto delle interrogazioni dei compagni. In primo luogo è pur sempre un ripasso, in secondo luogo le domande che il docente pone e gli argomenti “prediletti” sono praticamente sempre gli stessi. Quindi, non solo non ascoltano ma sono anche un po’ … ingenui, diciamo così. E se qualche mio allievo di quarta sta leggendo il post rebloggato su laprofonline sa di cosa sto parlando.

    • Marisa, l’argomento che tu introduci è diverso da quello che ho trattato io, cioè l’opportunità o meno di programmare le interrogazioni. Comunque hai ragione, il problema che tu esponi è probabilmente sentito dalla larga maggioranza degli insegnanti: durante le interrogazioni, gli alunni al posto stanno poco attenti e spesso fanno salotto disturbando non solo il docente, ma anche il compagno interrogato. La soluzione del problema è difficile, perché spesso gli inviti all’attenzione ed al silenzio cadono nel vuoto, in quanto la verifica viene intesa come un dialogo privato tra il docente ed il “malcapitato di turno”, in cui gli altri non entrano. Benché io ben raramente perda la pazienza con gli studenti (più spesso la perdo con i genitori o con i colleghi!), qualche volta ho dovuto alzare la voce e minacciare sanzioni e voti di punizione per far cessare quel brusìo che dà tanto fastidio. So bene che questo non è un metodo educativo moderno e ortodosso, ma quando le buone maniere non servono non c’è altro da fare che passare alle cattive. Se poi qualcuno ha un metodo migliore, lo dica pure, lo ascolto.

  2. Sono d’accordo con la tua riflessione. Quello che dice la mamma psicologa è condivisibile, avendo l’obiettivo di fornire una preparazione solida, considerando però tutte le variabili manterrei la programmazione anticipata sulle verifiche. Riguardo le interrogazioni, invece, non sono una sostenitrice dell’interrogazione programmata, ma al momento se c’è qualche volontario lo accetto. In riferimento anche al commento di Marisa, io stessa spendo molto tempo a spiegare che non serve studiare tutto in un giorno, ma bisogna farlo in modo costante e ripeto che è necessario seguire le interrogazioni, il più delle volte mi accorgo che sono parole al vento e allora penso che il mio dovere sia ricordare quale può essere un corretto metodo di studio e poi ognuno è libero di rovinarsi come crede.
    La cosa che più mi sconvolge, invece, sono i genitori che vengono a chiedere di fare tutto programmato per i loro poveri piccini!!
    E infine, penso a quando ero al liceo, dove erano programmate giusto le verifiche, ma qualche volta i docenti ne facevano alcune a sorpresa e dove poteva tranquillamente capitare di avere più interrogazioni in un giorno e nessuno si sognava di lamentarsi.

    • Monica, le tue riflessioni e quelle di Marisa sono pienamente condivisibili, come puoi vedere leggendo la mia risposta al suo commento. Che i genitori stiano sempre dalla parte dei figli è indubbio, ma è anche vero che in certi periodi dell’anno scolastico (come questo mese di maggio) la pressione sugli alunni è veramente molto forte, per cui è necessario programmare il lavoro di verifica in modo che possano gestire al meglio i loro impegni. Quanto a ciò che avveniva quando tu eri al liceo, è inevitabile dire che il passato è passato e che i giovani di oggi non sono più quelli di prima. Tu certamente sei giovanissima, ma comunque sempre di qualche anno più grande dei tuoi studenti; non c’è da stupirsi quindi che anche il modo di effettuare le verifiche sia cambiato.

  3. Io (almeno nelle classi del triennio finale delle superiori) trovo assolutamente inutile, controproducente e non significativo fare le interrogazioni a caso, volta per volta, sulla lezione del giorno prima, solo per “controllare se hanno fatto i compiti”. Nella mia logica, prima si finisce un modulo completo su un vasto argomento generale, e poi si fa il compito o si interroga, ma su TUTTO l’argomento in questione. […]
    Io la penso esattamente al contrario rispetto alla critica che è stata fatta qui: interrogare su un pezzettino isolato di programma che è stato svolto giorno per giorno, senza dare il tempo di inquadrarlo in un contesto generale, significa proprio indurre gli studenti a imparare nozioni frammentarie e fini a se stesse, solo per sfangare quella singola verifica.
    Il che non vuol dire che faccia tutto programmato ad personam, eh, manco per idea: semmai accetto i volontari, ma se non c’è il volontario chiamo io lo stesso, e mi rifiuto categoricamente di farmi coinvolgere nella preparazione di liste e turni. […]
    Certo che può dipendere anche dal tipo di materie, su questo non discuto.

    • Sono d’accordo con te, Lisa: a me pare infatti più nozionistico interrogare di continuo sulla singola lezione del giorno piuttosto che affrontare un modulo, un argomento o come dir si voglia, e poi effettuare su di esso una verifica organica. L’importante è che gli alunni siano verificati su tutto il programma svolto, evitando di privilegiare alcuni a danno di altri. Quanto ai cosiddetti “volontari”, anch’io faccio come te: li accetto (non sempre), ma quando non ve ne sono interrogo ugualmente; gli studenti lo sanno e si regolano quindi di conseguenza.

  4. Non mi capita mai di fare commenti sui blog che leggo, ma in questo caso faccio un’eccezione, perche’ il blog merita davvero e voglio scriverlo a chiare lettere.

  5. fg

    Le interrogazioni (così come sono pensate ed applicate in Italia) sono un metodo barbaro e violento di verifica delle conoscenze.
    Nel resto del mondo vi sono sistemi di assessment molto più evoluti, e non parlo solo dei paesi del primo mondo. Le materie e i soggetti che vengono trattati dalla scuola primaria fino all’high school sono infinitamente più semplici e, soprattuto, di numero inferiore rispetto a quello trattato dalle scuole italiane, a tutte il livelli. E questo non perché noi siamo più in gamba, ma perché loro quando fanno una programmazione scolastica non hanno come riferimento un modello di scuola nato durante l’impero austro-ungarico, ma qualche decennio di studi scientifici di pedagogia e di psicologia evolutiva. Sanno che, oltre un certo quantitativo di nozioni, di ore in classe, di ore studio a casa e di assignements, un essere umano mentalmente normodotato non è capace di immagazzinare altre informazioni; è quindi meglio “fare meno e più semplice” che “fare troppo e difficile” e perdere nel dimenticatoio il 70% del lavoro svolto dagli insegnanti.
    A riprova di quanto dico chiedo agli insegnanti che leggeranno di calcolare il tasso delle insufficienze per materia/per classe/per anno sul totale dei voti assegnati, e poi dei voti oltre il 7.
    Infatti, soprattutto nei licei classici, solo un nuovo Giacomino Leopardi può permettersi un voto che in altri paesi è classificato come “A”. In Germania, in Inghilterra, (ecc.) “A” lo puoi tranquillamente assegnare a chi termina una verifica con il totale o quasi di risposte esatte, o a chi si impegna producendo dei buoni report e rispettando le date di consegna, non importa che sia l’opera di un genio.
    C’è infatti un elemento che la scuola italiana mette all’ultimo posto, almeno che non siate insegnanti illuminati, e questo elemento si chiama “gratificazione”.
    Un’altra cosa.
    Stabilire delle deadline ben precise entro le quali uno studente deve consegnare un lavoro (o preparare un’interrogazione) è essenziale, perché insegna a rispettare gli impegni e a portare a termine i progetti, cosa fondamentale quando esso si troverà all’università e soprattutto nel mondo del lavoro. Tartassare gli studenti con il terrore di un “Impreparato” (perché potrebbero essere interrogati in ogni momento) semplicemente li deresponsabilizza poiché l’interrogazione è percepita come una specie di patibolo, anzi, di roulette russa, e la sua riuscita sembra più legata al “fato” che alla reale capacità di organizzarsi e di rispettare le scadenze.

  6. Caro signore, poiché Lei fa mostra di conoscere così bene la nostra scuola e quella dei paesi esteri, mi avrebbe fatto piacere che si fosse qualificato, dicendo quale incarico ricopre e da dove le viene tutto questo sapere.
    Inutile dire che sono in quasi totale disaccordo con lei, per i seguenti motivi:
    1) le interrogazioni sono un normale momento della vita scolastica, né barbare né violente: i miei alunni non le hanno mai concepite come lei le descrive. Costituiscono il modo migliore per far esprimere gli alunni e far loro acquisire una buona proprietà di linguaggio.
    2) sono assolutamente convinto che il nostro sistema scolastico sia infinitamente migliore di quelli in uso nei vari paesi europei e negli USA, dove tutto si riduce ad un’infarinatura superficiale di conoscenze vaghe (tranne ovviamente le specializzazioni universitarie), e dove i sistemi di verifica, basati sui test a crocette, non danno alcuna misura delle reali potenzialità degli studenti.
    3) il fatto che da noi non ci siano tante valutazioni astronomiche non è segno di inferiorità verso altri paesi dove abbondano le “A” anche a chi indovina le crocette di un test, ma anzi di molta maggiore serietà. Una scuola che dia a tutti o quasi valutazioni alte è una scuola che non funziona. La qualità di una scuola non si misura dal numero dei diplomati: è inutile e dannoso per la società avere tanti voti alti che poi non corrispondano alla reale preparazione.
    4) la gratificazione si ha quando l’alunno compie dei progressi, impara a crescere sul piano culturale ed umano, non quando riceve voti alti.
    5) io non ho mai tartassato nessuno con il terrore dell’interrogazione: l’alunno deve vivere serenamente la scuola e interagire liberamente con il docente, nel reciproco rispetto. Io programmo le interrogazioni dopo aver svolto una parte di programma, e ciascuno conosce il giorno in cui la sua preparazione sarà verificata, come all’università. Non ho bisogno di mettere “impreparati” né di punire nessuno. Certo, se un alunno rifiuta sistematicamente di sottoporsi alle verifiche, pur programmate e volontarie, devo prendere qualche provvedimento, altrimenti tutti sarebbero autorizzati a fare come lui.
    In conclusione mi sembra che la sua visione della scuola italiana, oltre che viziata da una pervicace quanto detestabile esterofilia, sia anche molto arretrata. Forse la scuola come la vede lei esisteva 50 anni fa, non certo oggi.

  7. Direi di sì, cara Monica. Quella che hai letto è la mia risposta ad un commento di una persona che mena gran vanto di conoscere la nostra scuola e quella estera, ma non si è qualificato e quindi non so chi sia. Anche lui, come tanti altri, è vittima dei soliti luoghi comuni purtroppo molto diffusi, secondo cui la scuola italiana farebbe schifo mentre quella dei paesi esteri sarebbe l’Eden, la perfezione assoluta. E queste menzogne vengono dette con un malcelato intento offensivo nei confronti di noi docenti, che non saremmo all’altezza del nostro compito: e pensare che io da 33 anni mi affanno per i miei alunni e ho sempre ottenuto buoni risultati, a detta non mia ma degli alunni stessi.
    E il bello è che questa persona insiste: già che ci sei, leggi anche il suo commento al post “Una guerra tra poveri”, di qualche settimana fa. E’ anche peggiore di questo.

  8. Babysoprano

    Arrivo un po’ in ritardo per aggiungermi al dibattito, ma vorrei rispondere al Professor Rossi: innanzitutto desidero puntualizzare sul fatto che il non essere qualificati non significa non essere informati sull’argomento, perché quello che ha commentato il signore sulla scuola all’estero è vero e per quanto ne sa lei, può trattarsi di qualcuno che parla per esperienza personale.
    Personalmente, ho potuto sperimentare la scuola sia in Italia che all’estero e quello che è stato scritto è assolutamente vero. Inoltre, ha detto che i suoi studenti non percepiscono le interrogazioni come un “patibolo”, ma prima di dirlo dovrebbe chiederlo a loro, perché voi insegnanti, purtroppo, vi siete dimenticati cosa significa andare a scuola come studenti.

    • In effetti Lei arriva un po’ in ritardo, perché il post è di maggio 2013, quindi è di un anno e mezzo fa. Comunque le rispondo. Il signore che aveva scritto quel commento non si è qualificato, non ha cioè scritto il suo nome e cognome, ma si è nascosto dietro l’anonimato; ciò è scorretto, e quindi avrei anche potuto non pubblicare quanto scrive, così come avrei potuto fare con lei, visto che anche lei non mette nome e cognome. Sulle questioni affrontate io resto della mia idea: che cioè la nostra scuola è molto migliore di quelle estere, che si basano su test a crocette e lauree facili date anche agli incompetenti (tranne alcuni casi). Purtroppo l’esterofilia che regna nel nostro Paese fa sì che l’erba del vicino sia sempre più verde, e che si ammirino i paesi esteri come fossero paradisi terrestri, cosa che non sono affatto. E quanto alle interrogazioni, credo che siano un metodo di formazione e di verifica dei ragazzi infinitamente migliori dei test a crocette, squallidi e puramente nozionistici. E le assicuro che i miei alunni non hanno affatto paura delle interrogazioni, le vedono come colloqui e scambi di opinione con il docente, senza fiscalità e senza comportamenti repressivi. E un’altra volta non parli di ciò che non sa, perché non fa certamente bella figura.

      • Rita

        Salve. Sono una prof. Anche io arrivo tardi ma sottoscrivo le ottime osservazioni dell’autore di questo blog. La preparazione italiana fornisce una base di cultura generale e soprattutto mira a dare gli strumenti per imparare, non mira solo ad insegnare gli specifici contenuti di quel determinato corso di studi. Per questo essa forma persone che sono in grado di riciclarsi in ogni settore se il proprio è in crisi. Negli USA quando un settore lavorativo va in crisi le persone non riescono a riconvertirsi su altri settori persino se affini al proprio. Per non parlare dei tanti metodi didattici statunitensi “avanzati” che vengono poi abbandonati, come le flipped classroom, o dei ragazzi che vengono accolti nelle università in ragione dei loro successi sportivi e quasi solo in base a quelli conseguono una laurea. Inoltre la scuola deve essere anche maestra di vita e gli esami, come si sa, non finiscono mai, come pure spesso continua la necessità di studiare (per legge nei diversi ordini professionali o per via dello sviluppo tecnologico). Per questo qualche interrogazione non programmata è utile ad essere sempre pronti, dato che la vita non preavvisa sui momenti in cui avverranno gli incontri (nel bene e nel male) determinanti per il proprio destino lavorativo o la propria realizzazione professionale.

  9. Gentile collega, il suo commento mi conforta molto – perché detto da persona che ne ha esperienza diretta – circa un’opinione che ho più volte espresso in questo blog: che cioè la scuola italiana non solo non è inferiore alle altre dei paesi occidentali, ma è nettamente superiore. Lo dimostra il fatto che quando i nostri studenti vanno all’estero non fanno altro che constatare la grande arretratezza dei loro coetanei stranieri rispetto a loro, che qui acquisiscono un solido metodo di studio e sono anche capaci di “riciclarsi” come lei dice. La favola della nostra arretratezza deriva dalle valutazioni assurde che fanno all’estero, con i test a crocette, che non dimostrano nulla circa le reali capacità di ragionamento e di espressione. Le prove che facciamo noi, fra cui le deprecate interrogazioni. rivelano molto di più circa la reale consistenza della preparazione e delle competenze dell’alunno; ma è difficile farlo capire ai malati cronici di esterofilia, una patologia purtroppo molto diffusa nel nostro Paese.

  10. Antonio

    Scopro adesso questo blog, è ancora in atto? Sono un insegnante di Inglese, osservo da anni la questione valutativa a scuola sia in Italia che in altri paesi europei e considero l’applicazione valutativa formativa nelle scuole italiane “superata, anacronistica”. I docenti italiani , ancora fermi sull’interrogazione tradizionale, in realtà tendono a valutare i saperi, il nozionismo, trascurando il metodo di studio. Le interrogazioni sembrano a volte un interrogatorio! La tabella valutativa da 1 a 10 è l’altra causa di tanti errori valutativi, da decimale l’abbiamo trasformata in centesimale. Finchè non ci sarà la riforma di tale tabella, la competenza professionale dei docenti nella valutazione sarà sempre condizionata da un “peccato originale”.

    • Il post a cui Lei ha mandato il commento è del 2013, cioè di quattro anni fa; ma il blog è ancora attivo (almeno per il momento) e contiene le mie opinioni soprattutto sulla scuola, perché sono un docente con quasi 40 anni di esperienza, ma anche su altri argomenti. Quanto a quello che Lei afferma sulle interrogazioni dei docenti italiani, mi dispiace ma non sono affatto d’accordo: non si tratta di “interrogatori” ma di verifiche atte a saggiare la preparazione degli studenti, i quali, se frequentano un corso di studi, si presume che siano disposti ad impegnarsi in modo adeguato. La scala valutativa non è importante, secondo me: va bene quella da 1 a 10 come ne andrebbero bene altre; l’importante è che la verifica accerti la reale preparazione dello studente, senza infingimenti e senza buonismi assurdi che, dal ’68 in poi, hanno di molto abbassato il livello di istruzione dei nostri giovani.

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