Ancora sul decalogo del docente

Lo scorso 9 agosto 2012, in mezzo alla calura estiva, ebbi l’idea di inserire qui sul blog un mio personale “decalogo” contenente le norme che, a mio giudizio, dovrebbe seguire un docente serio e responsabile della nostra scuola. Ho notato poi, osservando le statistiche relative al mio blog, che questo post ha ricevuto molte visite, seppure i commenti siano stati ancora pochi e di certo in numero minore di quanto io avrei auspicato. Riprendo perciò adesso l’argomento, nella speranza che interessi ai miei pochi lettori e ch’essi abbiano la volontà di intervenire con commenti e osservazioni, in modo da aprire una discussione costruttiva sull’argomento. Il mio scopo è quello di conoscere le opinioni dei colleghi sul tema da me proposto, senza pretendere di condizionare nessuno; su questa materia, infatti, ognuno ha le sue convinzioni ed il suo carattere personale, elementi questi che gli suggeriscono il comportamento da tenere.
Premetto il fatto che io sono un docente di una certa età, con una concezione della scuola che non corrisponde esattamente a quella prevalente dagli anni ’70 a questa parte, quando molti formalismi precedenti sono stati eliminati e dove sono cambiati anche vistosamente i rapporti tra le varie componenti dell’ambiente scolastico. Perciò, per quanto riconosca che alcuni cambiamenti siano stati opportuni, rimango ancora legato, anche per una certa riservatezza di carattere, a una visione dei ruoli e delle gerarchie piuttosto ben definita.
Passo a riassumere, con qualche modifica, i “comandamenti” che enunciai nel post del 9 agosto ispirandomi anche alla pedagogia di Quintiliano, che ancor oggi mi appare come una specchiata figura di maestro irreprensibile.

1 – Il docente sia sempre preparato nelle sue discipline. Se si accorge di avere lacune corra subito a colmarle, onde evitare di ricevere disistima e disprezzo dagli alunni e dalle loro famiglie.
2 – Il docente sia sempre chiaro e comprensibile nello spiegare agli studenti gli argomenti del programma. Organizzi le verifiche in modo trasparente, senza tranelli o interrogazioni impreviste. Pretenda ciò che gli alunni possono dare, senza infierire su chi ha capacità limitate. Sia invece inflessibile con chi non si impegna nello studio.
3 – Il docente non dia mai confidenza agli alunni, perché il rispetto dei ruoli è imprescindibile per un buon rapporto educativo. Si ricordi che non è l’amico dei ragazzi, ma un educatore. Non s’interessi della vita privata dei ragazzi, a meno che non siano loro ad esporgli un problema che può incidere sull’andamento scolastico. Non tolleri dagli studenti alcuna mancanza di rispetto, come battute o scherzi nei suoi confronti, imitazioni o simili.
4 – Il docente deve pretendere assolutamente il rispetto da parte degli studenti, ma anche lui è tenuto a rispettare i ragazzi. Non usi mai nei loro confronti termini offensivi o umilianti, né ironie o sarcasmi che ne danneggerebbero l’autostima. Non faccia alcuna osservazione sull’aspetto fisico o sul modo di vestire degli alunni, a meno che non si superino i limiti della decenza.
5 – L’operato del docente deve essere ispirato a imparzialità e giustizia, definita da Cicerone come la virtù di colui che “dà a ciascuno il suo”. Non faccia alcuna distinzione nelle valutazioni, indipendentemente dalle simpatie personali.
6 – Il docente sia un modello di vita per i suoi alunni anche nel comportamento personale. Vesta in modo sobrio, evitando le stravaganze, la sciatteria e l’eccessiva eleganza. Non fumi e non usi il cellulare a scuola. Anche nella vita privata fuori della scuola cerchi di evitare comportamenti riprovevoli, perché per gli alunni il professore deve costituire un esempio da seguire, non limitato al ristretto ambiente scolastico.
7 – In sede di scrutinio finale il docente valuti con estrema imparzialità tutti gli studenti, senza considerare altro se non l’oggettivo rendimento e la preparazione raggiunta da ciascuno. Eviti inutili buonismi fortemente dannosi, perché promuovere chi non lo merita costituisce una grave ingiustizia nei confronti della società e soprattutto verso gli studenti che, dopo essersi impegnati seriamente, si vedono messi alla pari con gli incapaci ed i vagabondi.
8 – Nei rapporti con i colleghi il docente si mostri cordiale e disponibile, senza dare l’impressione di essere presuntuoso o di sentirsi superiore agli altri. Mantenga le necessarie distanze con il personale non docente, dato che, pur rispettando il lavoro di ciascuno, i ruoli restano comunque diversi e separati.
9 – Nei colloqui con i genitori il docente sia chiaro ed esprima chiaramente la situazione scolastica del figlio, senza indorare la pillola e senza dare vane illusioni. Sappia distinguere i problemi reali che i genitori esprimono dalle scuse penose che spesso essi adducono per coprire le mancanze o la svogliatezza dei figli.
10 – Il docente si mostri rispettoso verso il proprio Dirigente scolastico e cerchi di collaborare con lui per il buon andamento dell’istituzione scolastica. Non mostri atteggiamenti adulatori ma non alzi neanche inutili steccati.

Vediamo se qualcuno leggerà questo post e vorrà replicare. Mi piacerebbe anche conoscere l’opinione degli studenti, soprattutto per quei “comandamenti” che riguardano loro ed i loro rapporti con il docente.

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12 commenti

Archiviato in Scuola e didattica

12 risposte a “Ancora sul decalogo del docente

  1. Lucrezia

    Tutto condivisibile anche se nella realtà vedo situazioni ben diverse. Che ne pensa lei dell’amicizia su Facebook tra docenti e studenti? E il punto 10 a volte risulta inapplicabile (mia esperienza personale).

    • L’amicizia tra studenti e docenti su facebook non mi trova d’accordo, perché costituisce un’altra evidente confusione di ruoli. Una volta stabilito che il docente è un educatore e non l’amico degli alunni, trovo inopportuno questo tipo di relazione. Mi sembrerebbe errato però seguire l’esempio di quel dirigente (non ricordo di dove) che ha addirittura stigmatizzato pubblicamente, al collegio dei docenti, questo fatto, perché in tal modo si è preso l’etichetta di “reazionario” ed ha probabilmente ottenuto l’effetto opposto. Ognuno deve regolarsi in base alla propria coscienza: se c’è chi ritiene giusto fare amicizia su facebook con i suoi studenti, lo faccia pure. Io non lo farò mai, anche perché sui moderni social network non ci sono mai stato e non ci sarò neppure in futuro.

  2. Io allora avevo commentato e mi sembra di non dover aggiungere nulla. Però vorrei farti leggere il (do)decalogo dell’insegnante elaborato da un giovane docente (insegna alla scuola media):

    1. Insegnare è amare quello che insegni E a chi lo insegni. Non uno O l’altro.
    2. Educare non è buttare dentro roba. È tirar fuori roba.
    3. Insegnare è indicare la luna, non far vedere quanto è bello il tuo dito.
    4. Se in classe non ti diverti tu, non puoi pretendere che lo facciano i tuoi studenti.
    5. Insegna a sbagliare. Che provarci e sbagliare è sempre un bene. che l’unico male è non provarci affatto.
    6. Non sei lì per far conoscere tutti i pezzi della macchina. Sei lì per insegnare a guidare.
    7. Metti delle regole, rispettale tu per primo e punisci chi non le rispetta. È il tuo ruolo.
    8. Premia ogni loro piccolo, stupido, insignificante progresso come se fosse una grande conquista dell’umanità. Perché lo è.
    9. Non puoi farti trattare come un loro amico, come un loro pari. Ma sii il tipo di persona che, se avessi la loro età, vorrebbero come amico.
    10. Una volta al mese, fai lo studente. Siediti in classe, durante un’ora di lezione di un collega. Studia lui, osserva i ragazzi, ascolta la lezione. Insegnare è, prima di tutto, non smettere di imparare.
    11. Se un ragazzo non capisce, nove volte su dieci, è colpa tua. Una volta su dieci, anche.
    12. Usa parole semplici. Dì le cose come stanno. Sii te stesso. E ti ameranno. (LINK: http://galiano-udine.blogautore.repubblica.it/2012/12/16/dodecalogo-dellinsegnante/)

    • Interessante questo dodecalogo, e condivisibile nella sostanza. E’ solo un po’ ripetitivo, nel senso che molti di questi punti sono simili ed enunciano più o meno lo stesso principio, quello cioè della centralità dello studente nel processo educativo. Da questo prospetto mancano però alcune cose secondo me: il comportamento del docente nella vita privata, ad esempio, ed i rapporti con le altre componenti scolastiche; è chiaro infatti che un docente non deve relazionarsi solo con gli studenti, ma anche con i colleghi, con i genitori, con il dirigente ecc. Altrimenti viene fuori una figura quasi ascetica di una persona che vive soltanto in classe in nome di un ideale che, se non confrontato con quelli degli altri, rischia di essere autoreferenziale.

  3. Lucrezia

    Anche per me niente amicizia su FB con gli studenti ma i miei amici e colleghi dicono che esagero, che sono troppo “arida”. Per me va bene così. Non sono d’accordo sul dirigente definito “reazionario”: anche il nostro dirigente ha ribadito più volte la sconvenienza dei contatti tra insegnanti e studenti sui social networks e francamente mi pare abbia fatto benissimo.

  4. Ma io non ho detto che il dirigente in questione sia reazionario, ma che passa per tale da parte di chi si atteggia a “moderno” e fa l’amico degli studenti assumendo un ruolo che non gli compete. Io, pur avendo da tempo larga conoscenza di internet, non mi sono mai iscritto a nessun social network, così il problema non si pone.

  5. Buongiorno caro Professore,
    premetto che non sono una docente, ma la madre (preoccupata) di quattro figli fra cui il più piccolo all’ultimo anno di un prestigioso liceo.
    Con tutto rispetto, mi sembra che la “mancanza di trasparenza”, o “l’imprevedibilità delle interrogazioni”, siano sovente le stesse insinuazioni o accuse mosse dagli studenti impreparati e dai molti genitori che da novelli “sindacalisti” ne prendono sempre più spesso le difese. Da genitore ho assistito nella mia vita a molte riunioni con gli insegnanti e non sono mancati talvolta gli spettacoli imbarazzanti, sempre a spese di qualche “prof severo”. Mio figlio e gli altri, come studenti, dovrebbero essere SEMPRE preparati non solo per rispondere al momento di una verifica sugli argomenti trattati, ma soprattutto per assimilare nel concreto i nuovi contenuti trasmessi durante la spiegazione. Me ne accorgo io stessa quando svolgo dei corsi di psicologia nelle aziende: se dei professionisti laureati, dal livello quadro in su, non apprendono quanto esposto nei precedenti interventi, poi non riescono a trarne profitto nei meeting successivi. Tutto ciò che si può spiegare in seguito viene vanificato da una mancanza di basi che costituiscono poi i prerequisiti indispensabili all’apprendimento di nuove informazioni. E sto parlando di laureati con i fiocchi! Figuriamoci con dei ragazzini alle prese con un materie d’istruzione basilare. Mi sorprende un po’ che a fare simili distinguo sia un professore come lei di “vecchio stampo”, nel senso più positivo del termine. Alleviare gli animi attraverso il puntuale avviso delle date per le verifiche trae origine forse dalla buona intenzione di abituare il discente ad autoamministrarsi, ma di sicuro è anche il modo migliore per indurre all’incostanza nello studio. Si fanno abbuffate di studio alternate a settimane intere di massimo relax, in barba alle spiegazioni che intanto procedono. Abituare uno studente a delle verifiche più o meno programmate o comunque a giorni stabiliti, lo induce a studiare tutto d’una volta, pertanto in modo stressante e discontinuo; procedimento che alle lunghe porta a sviluppare solo una parte della memoria, quella a breve termine.
    Mi scuso se involontariamente ho sbagliato il tono dando la puerile impressione di volere impartire “lezioni” a illustri professori come lei, e ringrazio in anticipo per l’eventuale spazio concessomi nel suo blog.
    Cordialità
    Bianca

  6. Cara signora Bianca, lei non deve scusarsi di nulla; anzi, il suo commento mi ha fatto piacere e mi ha dato l’idea per il prossimo post sul blog. La invito quindi a leggerlo tra qualche giorno, quando l’avrò elaborato. Per il momento le dico soltanto che quanto dice è molto sensato e corrisponde a verità; ma è anche vero che i ragazzi vanno abituati ad organizzarsi con le verifiche e ad imparare a studiare continuativamente, non soltanto a fare la “scorpacciata” il giorno precedente l’interrogazione. So benissimo che questo rischio che lei lamenta è concreto e tangibile, e per questo io imposto la verifica sull’intero programma svolto, non soltanto sugli ultimi argomenti. La memoria a breve termine, come lei la chiama, si produce anche con le interrogazioni non programmate. Io penso che il ricordare in modo perenne ciò che si è studiato, il riuscire a fare sedimentare le conoscenze nell’animo e farvele restare per sempre non dipenda da come è organizzata la verifica, ma dall’interesse e la passione che l’alunno trova in ciò che studia. Se lo fa soltanto per dovere, in modo acritico e svogliato, non ricorderà dopo due giorni nulla di ciò che ha studiato: dobbiamo perciò riuscire a trasmettere ai nostri studenti l’entusiasmo, la curiosità intellettuale, la motivazione profonda che ha sorretto noi professori per tanti anni. Questa, secondo me, è la chiave del successo formativo.

  7. lilipi

    Sono in pensione, ma non smetto di sentirmi un’insegnante.
    Concordo sul decalogo, ma vorrei aggiungere un paio di cose.
    Circa il punto 7, promuovere chi non lo merita non è solo un’ingiustizia nei confronti di chi ha studiato, ma anche un male per il “promosso”, mandato avanti con le sue lacune e con l’erronea convinzione che se la caverà sempre e pertanto spesso destinato ad essere “bocciato” dalla vita. Però penso che i criteri di valutazione debbano essere diversi e più rigidi nelle scuole superiori rispetto alla scuola dell’obbligo, formativa ed orientativa. Inoltre, prima di giudicare occorre insegnare, e invece mi è capitato di avere colleghi che “si risparmiavano” molto, mentre poi erano molto esigenti e severi nella valutazione.
    Quanto alle interrogazioni, penso che dovrebbero far parte della pratica quotidiana, per i motivi addotti da quella signora, riservando le interrogazioni programmate ai casi in cui si debba recuperare o all’approssimarsi di scrutini o esami. E, interrogando su tutto il programma svolto,si dovrebbe valutare la preparazione complessiva, superando la media aritmetica dei voti delle singole interrogazioni( cosa che qualcuno fa); così gli allievi sarebbero meno spaventati all’idea di essere interrogati.

    • Sono d’accordo con quanto da Lei osservato, specie sulla prima parte: la bocciatura infatti, a mio parere, non va vista come un fallimento personale o una sciagura per tutta la famiglia, ma un modo per compiere con più serenità e competenza il proprio percorso formativo. Ineccepibile anche quanto Lei dice sui colleghi: non si può pretendere dagli alunni se prima non si è trasmesso loro tutto ciò che possiamo dare, non solo le conoscenze culturali ma anche l’impegno serio e l’entusiasmo per il nostro lavoro. Quanto alla valutazione complessiva, io l’ho sempre presa a modello per il mio insegnamento, sia perché uno stesso voto può derivare da varie situazioni e caratteristiche dell’alunno, sia perché l’impegno allo studio ed i progressi effettuati nel superare situazioni difficili debbono valere molto più della semplice media aritmetica delle singole verifiche.

  8. Ciao! Vorrei solo dire un grazie enorme per le informazioni che avete condiviso in questo blog! Di sicur diverr un vostro fa accanito!

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