Lo spettro della nuova anarchia – Capitolo II°: la scuola “libertaria”

Ho detto nel precedente post che vedo nella situazione politica attuale una pericolosa deriva verso il nichilismo e l’anarchia, che si esprime concretamente nel movimento di Beppe Grillo. Ma di recente ho potuto constatare che tendenze di questo tipo esistono anche – e con sempre maggior vigore – nell’ambito di cui anch’io faccio parte, quello della scuola. Due sono le manifestazioni di questo pensiero, che a mio avviso pregiudicano gravemente il corretto percorso educativo dei nostri giovani: la prima è la cosiddetta “educazione parentale”, per la quale alcuni genitori decidono di non mandare i propri figli a scuola, pubblica o privata che sia, ma di provvedere alla loro formazione personalmente o con l’aiuto di un precettore privato, come avveniva nel mondo greco e romano; la seconda è invece la cosiddetta “scuola libertaria”, di cui abbiamo in Italia vari esempi, sia a livello di istituzioni scolastiche sia con la presenza di insegnanti della scuola pubblica ideologicamente orientati in tal senso.
Sull’educazione parentale non ho molto da dire, se non che la ritengo totalmente errata e fuorviante: tenendo i bambini ed i ragazzi a casa, infatti, se ne impedisce la socializzazione e se ne determina un comportamento egocentrico e forse addirittura arrogante, perché chi non si relaziona mai con gli altri non ha termini di confronto, non può avere la misura delle proprie potenzialità e pertanto, quando sarà adulto, non potrà che presentare due caratteri opposti ma ugualmente distruttivi: o sarà gravato da un complesso di inferiorità oppure, al contrario, tenderà alla supponenza ed alla prevaricazione. Già Quintiliano, nel I° secolo d.C., riteneva importante l’esperienza della scuola pubblica intesa come socializzazione, come condivisione delle proprie esperienze educative. Se questo non si verifica, l’individuo non riuscirà mai a trovare il proprio ruolo all’interno di una qualunque società umana.
Ma ciò che mi ha allibito in questi giorni è l’essere entrato per caso in un sito in cui un docente si fa promotore della cosiddetta “educazione libertaria”, che nella fattispecie non è altro che pura anarchia. Secondo questa corrente di pensiero il sistema scolastico tradizionale sarebbe fondato sull’imposizione violenta, da parte dei docenti, di regole e comportamenti predefiniti, la personalità dell’alunno verrebbe mortificata dalla presenza di programmi di insegnamento obbligati e soprattutto dalle verifiche (compiti in classe, interrogazioni ecc.) che provocherebbero in lui (o lei) angoscia, mortificazione, perdita di autostima e via dicendo. Nella formulazione di questi concetti il titolare del sito impiega anche termini roboanti e persino ridicoli quali “uccidere”, “torturare” “annichilire” il povero studente, e altri simili; secondo il suo parere, pertanto, nella scuola non dovrebbero esistere i voti (perché mortificanti e oppressivi), né provvedimenti disciplinari, né programmi da svolgere se non quelli stabiliti dagli studenti stessi; non dovrebbero esistere, inoltre, esortazioni né divieti di alcun genere, neanche quelli che sono necessari per ottenere dagli alunni un minimo di ordine all’interno dell’aula scolastica.
Queste idee libertarie ricordano tanto da vicino i proclami sessantottini sulla scuola, in particolare il “6 politico” ed il “vietato vietare”, i principali responsabili, come ognuno può constatare, della deriva incontrollabile del sistema scolastico che anche oggi, a distanza di oltre 40 anni dal mitico ’68, non si riesce a fermare proprio per il timore di apparire retrogradi e oppressori: si è molto affievolito, quando non perduto del tutto, il senso del dovere e della disciplina, si continua con le promozioni di massa di alunni chiaramente impreparati, si dà la precedenza agli studenti in difficoltà o disagiati (spesso veri e propri asini che non hanno alcuna intenzione di studiare) rispetto alle eccellenze, si è lasciato uno spazio eccessivo ai genitori che nei consigli di classe ci contestano apertamente e difendono i figli a spada tratta, e l’elenco potrebbe proseguire. Comunque, al di là dell’evidente analogia con il ’68, la cosiddetta “educazione libertaria”, se applicata ovunque, determinerebbe la distruzione totale di ogni intento educativo. I sostenitori di questa utopia (perché di ciò si tratta) vorrebbero abolire i voti, la disciplina, i programmi: anche loro quindi, come Beppe Grillo, sanno soltanto distruggere senza costruire nulla, poiché non dicono con chiarezza come dovrebbe essere organizzata una scuola di questo genere, e soprattutto quali obiettivi potrebbe raggiungere se non il caos e l’ignoranza totale. Come può esistere, mi chiedo, una qualunque istituzione sociale che possa fare a meno di darsi delle regole? Le norme della vita sociale si possono discutere, si possono cambiare, ma non eliminare del tutto! Immaginate voi una classe di 25 alunni in cui ciascuno è libero di fare quel che vuole e che non risponde in nulla all’autorità (non all’autoritarismo!) del docente? Secondo le loro teorie ognuno di quei 25 alunni può fare quel che vuole a scuola, anche giocare, sdraiarsi per terra, fumare, uscire senza chiedere il permesso (anche questo contestano!), prendere a pugni il professore senza che costui possa dire nulla, perché ogni suo tentativo di opporsi sarebbe autoritarismo, sopraffazione, mutilazione della libera esplicazione della personalità dei discenti. E i programmi di studio? Secondo l’educazione libertaria ogni alunno ha diritto di dedicarsi a ciò che vuole, senza perseguire alcun obiettivo comune: quindi la classe di 25 alunni di cui parlavamo, in tal caso, affronterebbe contemporaneamente 25 argomenti diversi di letteratura, storia, matematica ecc., ammesso che quei ragazzi avessero desiderio di studiare qualcosa anziché giocare con il computer o il cellulare. E le valutazioni? Se non devono esistere interrogazioni, compiti ecc., come potremmo stabilire il grado di preparazione degli alunni, o anche farcene soltanto una pallida idea?
Purtroppo però, nonostante la loro totale inconsistenza, queste farneticazioni didattiche trovano applicazione più di quanto si creda, perché non sono pochi i colleghi che – anche per non avere fastidi dai genitori o dai presidi – tendono a massificare, a trascurare i programmi, a promuovere tutti o quasi. Io invece, anche a rischio di farmi insultare come mi è successo quando ho mandato un commento a quel sito, continuo ad essere fermamente convinto della necessità di fornire ai nostri giovani regole di vita e di comportamento, che sono persino più importanti delle discipline in sé e degli argomenti che affrontiamo quotidianamente nel nostro lavoro. Nessuno Stato, nessuna società, nessun ambito scolastico o lavorativo può sopravvivere senza regole, che non devono essere imposte con la forza (cosa di cui ci accusano i “libertari”) ma fatte comprendere ai giovani, i quali dovranno farne parte integrante del loro bagaglio formativo, per essere cittadini responsabili e difendere i propri diritti dopo aver compiuto i propri doveri. La democrazia stessa, di cui tanto oggi ci vantiamo, è un sistema di regole fondato sulla libertas e non sulla licentia, ed a nessuno è consentito di “fare ciò che vuole”, perché essere libero significa prima di tutto poter decidere sulla propria vita sulla base di principi etici e sociali condivisi. Altrimenti si cade nell’anarchia, il peggior male che possa capitare ad una società. Eschilo sosteneva che in uno Stato non devono esistere né l’anarchia né il dispotismo. In effetti sono due sciagure, ma la prima è forse ancora peggiore del secondo.

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2 commenti

Archiviato in Attualità, Scuola e didattica

2 risposte a “Lo spettro della nuova anarchia – Capitolo II°: la scuola “libertaria”

  1. Fabio

    Articolo che rispetto ma non condivido quasi per nulla. Che cosa intende lei per ‘anarchia’? Sta tutto qui. Il suo articolo pare molto influenzato dalla tipica visione puramente negativa di un concetto mistificato da sempre (lo noto soprattutto da come contrappone in inverosimili estremizzazioni la Scuola statale da quella libertaria). Se intende ‘anarchia’ come caos, libertinismo, violenza e antidemocrazia, lei è davvero molto fuori strada; addirittura, concettualmente, è sul versante opposto. Basterebbe solo che lei leggesse con attenzione i teorici dell’anarchia (e dell’anarchismo), da Proudhon a Bakunin, da Malatesta a Merlino, per rendersi conto che ‘anarchico’ (come si definivano ad esempio Pasolini o De Andrè, solo per citarne due) è qualcosa che attiene all’uguaglianza sociale, allo scardinamento dei poteri forti, alla solidarietà comunitaria, al rifiuto della guerra e alla libertà dell’individuo inteso come consapevolezza civica. Il fatto che viviamo immersi in strutture e sovrastrutture di tutti i tipi, e in una società finanche maschilista, materialista e arrampicatrice, siano essi ideologici, religiosi, economici, istituzionali e sociali, non significa che tutti indistintamente non possiamo porci criticamente di fronte a essi e proporre nuovi, alternativi e migliori modelli. Sarebbe anche ora che ci evolvessimo umanamente. A mio avviso è nella natura di ogni essere ‘pensante’; un suo diritto e – aggiungerei – ancor più un dovere!

    • E’ insolito che arrivi un commento su un articolo risalente a più di due anni fa, ma va bene comunque. Intanto, come dice lei, bisogna intendersi sul senso del termine “anarchia”. Come lei saprà, deriva dal greco e significa “senza autorità, senza governo”, riferito quindi ad un sistema politico in cui manchi ogni legge e ogni potere, così come lo intende Eschilo nel passo delle “Eumenidi” cui facevo riferimento. Da questo punto di vista converrà anche lei che si tratta di un termine dal senso negativo ed esprime un’utopia irrealizzabile, perché non può esistere uno Stato che non abbia regole, leggi ed un principio di autorità. Se invece intende l’anarchia come aspirazione all’eguaglianza sociale, al rifiuto della guerra ecc., allora le cose cambiano ed il concetto coincide, almeno in parte, con il marxismo ed altre ideologie del secolo scorso ed anche, in qualche modo, con ciò che sostiene Grillo ed il suo movimento “cinque stelle”. Io però sono contrario anche a questo angolo visuale, perché ritengo che lo “scardinamento”, come dice lei, non sia un’idea condivisibile, e che il dialogo e non l’attacco frontale sia lo strumento da usare per cambiare la società, ammesso che la si voglia cambiare. Per quanto attiene alla scuola, confermo quello che ho detto, e trovo assurde e grottesche le accuse di autoritarismo e di “torturare” gli studenti che certi cosiddetti “libertari” rivolgono a noi docenti ed alla scuola in genere. Io ritengo che la democrazia non sia libertà di fare ciascuno ciò che vuole, ma un sistema di regole che deve essere seguito da tutti, se vogliamo che la società proceda in modo ordinato; altrimenti si cade nell’anarchia secondi il primo significato che ho detto, quello di Eschilo, evento che mi auguro che non si verifichi mai.

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