La morte dell’arte

Mi rendo conto che un titolo così di un post può essere sconcertante o comunque attribuibile ad una mentalità reazionaria e nostalgica del passato, quale può essere quella del sottoscritto. In effetti, essendo io amante della letteratura classica (non solo antica, anche moderna, ma comunque “classica”), ed essendo altresì un cultore dell’arte dei secoli passati e della grande musica classica e lirica del ‘700 e dell’800, penso che mi si possa perdonare una tale affermazione, o almeno cercare di comprenderla. Ma io, da parte mia, come la giustifico? Posso ammettere che è un po’ esagerata ma vera nella sostanza: se infatti mi azzardo a confrontare la letteratura, l’arte figurativa e la musica dei secoli passati con quelle attuali, non posso fare a meno di constatare come l’arte, dal 1945 in poi (o poco più avanti) non esista più, se non in sporadici e rarissimi casi. So che molti non la pensano così, ma quando oso soltanto pensare ad un confronto tra Mozart e Celentano, tra Michelangelo e Modigliani, tra Manzoni e Stefano Benni non posso fare a meno di ritenere che tutto ciò che lo spirito umano ha prodotto con la sua genialità e la sua fantasia si è perduto in una indecorosa deriva, si è sfilacciato in una serie infinita di rivoli che nulla hanno più a che fare con il grande fiume originale. Ed è significativo che anche il concetto stesso di arte si sia talmente volgarizzato e prostituito da essere applicato, con allucinante nonchalance, anche a persone ed opere che di artistico non hanno proprio nulla. Definire “artisti” i cantanti che ci offrono quel pietoso spettacolo che è il festival di Sanremo, o i pennivendoli che oggi sono al vertice dei concorsi letterari, significa mistificare il senso stesso della parola e ingannare il povero ascoltatore o telespettatore, al quale viene venduto ferro al prezzo dell’oro.
Voglio brevemente accennare all’ambito della narrativa, della quale forse io m’intendo un pochetto, essendo professore di lettere classiche. I cosiddetti “romanzi” o “racconti” di oggi (permettetemi le virgolette, perchè questi termini sono del tutto impropri, ma servono per intendersi) non rispondono più ad alcun progetto narrativo ma sono scritti a casaccio, non raccontano se non vicende di una squallida banalità e soprattutto non hanno più una “forma” intesa come rispetto di quelle regole stilistiche, sintattiche e lessicali che sono indispensabili perché il testo prodotto possa anche solo lontanamente rientrare nella categoria dell'”artistico”. Mi riprometto di analizzare brevemente in alcuni prossimi post, ovviamente esaminando pochi esempi, qualche brano di questi capolavori di oggi, che spesso sono composti da una sequela illogica di parole ammucchiate alla rinfusa, senza alcuna regola formale, con una confusione sintattica terrificante e senza neppure tenere conto delle regole della punteggiatura. Qualche tempo fa, per citare un solo esempio, ebbi la sventura di leggere dieci righe di un “romanzo” (virgolette d’obbligo) di un tal Federico Moccia, che so aver riportato grande successo, al punto di aver venduto centinaia di migliaia di copie e di aver fatto andare in visibilio le ragazzine. Ebbene, in quelle dieci righe c’erano circa venticinque periodi, ognuno di due o tre parole seguite dal punto, una spezzettatura che faceva venire i conati di vomito al povero malcapitato lettore. Qualunque ragazzino di seconda elementare, se ha la fortuna di avere una brava maestra, riesce a fare meglio.
L’argomento è vasto e non esauribile in poche righe, per cui dovrò tornarci in alcuni prossimi articoli. Qui dico soltanto che ciò che mi preoccupa molto, anzi moltissimo, non è tanto il fatto che l’arte sia ormai definitivamente morta e sepolta, quanto la mancanza di attenzione critica verso questa triste realtà, della quale nessuno si preoccupa; anzi i critici e gli intellettuali si comportano come se l’arte esistesse ancora, chiudendo gli occhi alla realtà e cadendo anch’essi nel madornale errore di attribuire la qualifica di “artista” anche a gente come Benigni o Fiorello. Orrore!
Nel mio piccolo ambito di povero insegnante di liceo, tuttavia, io ho cercato di dare una spiegazione al fenomeno, che qui riassumo in due parole. Le enormi tragedie storiche del secolo XX, dai regimi dittatoriali alle guerre mondiali, hanno vanificato nell’uomo i valori dello spirito, annichilito e distrutto dai campi di sterminio e dal lancio delle bombe atomiche, per ricordare solo le atrocità più grandi e infami. L’arte è figlia dello spirito, e quando questo è travolto dagli eventi e si perde il senso stesso della parola “umanità”, gli unici valori che si salvano sono quelli del corpo, cioè il soddisfacimento degli istinti e la ricerca del benessere materiale. Così all’arte si sostituisce l’economia e la tecnica, anzi la tecnologia, che ha migliorato materialmente la nostra vita ma ha ulteriormente distrutto ciò che veniva dallo spirito, dalla fantasia, dai grandi pensieri e dalla vera cultura, le grandi matrici dell’arte. Per tal cagione oggi l'”avere” prevale del tutto sull'”essere” (per usare la terminologia di E.Fromm), e ci troviamo a vivere in una società superficiale, materialistica, dove non c’è più spazio alcuno per la creatività e per l’affermazione dell’humanitas, quel complesso di valori su cui si fondavano le società precedenti. Di qui al baratro il passo è breve, anzi brevissimo.

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