Studenti di ieri e di oggi

Nel nostro lavoro ci troviamo spesso, parlando con i colleghi, a denigrare i nostri studenti, ripetendo il consueto ritornello secondo cui ogni anno che passa si assisterebbe ad un continuo e progressivo deterioramento delle capacità e dell’impegno dei ragazzi. Tuttavia, a voler ben guardare il problema, a me risulta che un confronto diretto tra gli studenti di 40 anni fa (cioè quelli della mia generazione) e quelli di oggi sia ben difficile da sostenere, anche perché la vita e la società, in questo lasso di tempo, sono cambiate forse più che nei 200 anni precedenti. Noi non avevamo altro strumento culturale che i libri di scuola, poiché non esistevano né internet né i computer né i cellulari, la televisione si limitava a poche ore da noi fruibili, le notizie arrivavano tardi e i cambiamenti sociali, prima di giungere in periferia, impiegavano mesi o anni. Adesso tutto è diverso: i nostri figli hanno a disposizione molti più strumenti culturali di quelli che avevamo noi, sono nati già digitalizzati e abituati all’uso della rete, possono scegliere tra centinaia di canali televisivi, hanno possibilità di spostarsi e andare dove vogliono, hanno avuto da noi genitori la più ampia e incondizionata libertà di movimento.

Per quanto attiene ai problemi specifici di apprendimento, e quindi di rendimento scolastico, le cose sono molto cambiate, in corrispondenza al radicale cambiamento della società. I ragazzi di oggi sono abituati a trovare immediatamente, senza bisogno di ingegnarsi a cercare troppo, ciò di cui hanno bisogno; basta un clic e si ritrovano tutte le notizie e le immagini possibili, basta una piccola calcolatrice (inserita anche nei cellulari) per effettuare le operazioni matematiche. Le occasioni e le fonti culturali sono molte di più, e quindi anche l’apprendimento risulta più facile e immediato; perciò gli studenti attuali sono più pronti ad imparare ed assimilare di quanto non lo fossimo noi, hanno una mente più aperta, più duttile, più ricca di dati e informazioni di ogni genere. Hanno anche un’abilità molto superiore alla nostra nell’uso del computer e dei videogiochi al punto che, se io intrattengo una partita di calcio sul pc con mio figlio, ne esco ignominiosamente sconfitto.

Però, purtroppo, c’è anche il rovescio della medaglia, anzi ce ne sono due, due conseguenze disastrose di questo nuovo ordine sociale e culturale di oggi. La prima è che gli alunni, molto più veloci di noi nell’imparare, sono altrettanto rapidi nel dimenticare quanto appreso: abituati come sono al messaggio immediato, all’immagine che scorre, all’informazione in tempo reale velocemente letta e subito passata nell’oblio, tendono a trattenere ben poco di quanto appreso a scuola, al punto che se noi interroghiamo un alunno che risulta preparato, saprebbe dirci poco o nulla di quei contenuti se lo risentissimo un mese o anche una settimana dopo. Questo è il problema maggiore che io riscontro nel mio insegnamento, e mi vedo costretto a richiamare continuamente gli argomenti trattati in passato, dei quali gli alunni, che pure al momento erano preparati su questi, dopo poco tempo ricordano poco o nulla.  La seconda conseguenza dell’informatizzazione attuale, a cui tutti o quasi i ragazzi di oggi sono abituati fin dalla nascita, è il mancato o insufficiente sviluppo di quelle qualità logiche e argomentative che noi in passato, pur con fonti culturali molto ridotte rispetto ad oggi, avevamo in maggior misura. La civiltà dei computer, di facebook, degli sms ed altre diavolerie del genere non induce il ragazzo a ragionare con la sua testa, se non limitatamente: tutto arriva già pronto e confezionato, tutto viene risolto dal computer, non c’è più necessità di aguzzare l’ingegno per arrivare ad un risultato che, il più delle volte, è già bell’e pronto in partenza. Due semplici esempi. I colleghi di matematica si lamentano del fatto che gli alunni del liceo scientifico arrivano dalla scuola media senza sapere le tabelline (dal 2 al 10!), che noi sapevamo a menadito fin dalla seconda elementare. Ma perché avviene questo? Non certo perché gli studenti di adesso siano meno intelligenti di quelli del passato; avviene perché usano la calcolatrice anche per fare 2 x 2, e di conseguenze di quelle capacità logiche che il cervello doveva elaborare autonomamente, oggi non c’è più bisogno. E la mente è come il corpo, se non si esercita si atrofizza, ed è come se uno si legasse un braccio al corpo per 40 anni, poi non saprebbe più muoverlo. E questa drammatica conseguenza riguarda anche le materie che io insegno, cioè il latino ed il greco, ed in particolare le traduzioni dei testi. Per tradurre un autore classico non è sufficiente conoscere le “regole” della grammatica, occorre operare un lavoro di scelta, un ragionamento autonomo che consenta di costruire il periodo e di collegare i vari membri della frase in un ordine logico che, in una lingua moderna, è sintatticamente e lessicalmente diverso da quella antica. Per tutto ciò occorre logica, intuizione, deduzione, tutte qualità che sono l’esatto contrario di quelle che i nostri giovani applicano nella loro vita quotidiana, dove tutto è già pronto, l’immagine passa e va, non c’è più possibilità di applicare la propria autonomia di ragionamento e di giudizio. E così, tranne tre o quattro casi felici per ogni classe, per il resto le traduzioni dal latino e (peggio!) dal greco sono un pressoché totale fallimento, anche quando si assegnano brani facili o facilissimi. Da tutto ciò io mi sento mortificato e deluso e dico anche che, se non ci fosse il tradizionale appuntamento con il secondo scritto dell’Esame di Stato, io abolirei quasi del tutto le traduzioni assegnate agli alunni, che sono diventate ormai un lavoro da esperti e non più da ragazzi liceali, i quali, nella gran maggioranza dei casi, scaricano le traduzioni da internet, non si esercitano e peggiorano quindi ancor più la loro situazione. Ma di questo ulteriore problema parlerò in un altro post di prossima pubblicazione.

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